la nona testimonianza, le stratificazioni, nell’Annuncio del Nuovo Regno, dal Vangelo secondo Giovanni – 39 = 20 bis – 238

anche le integrazioni alla nona testimonianza delL’Annuncio del Nuovo Regno, quella dedicata all’arrivo di Jeshuu alle porte di Gerusalemme per rivendicare il trono di Israele e al fallimento della sua iniziativa, mal mascherato e variamente giustificato, sono già state analizzate abbastanza nei dettagli: https://corpus15.wordpress.com/2019/12/08/nona-testimonianza-oppure-seconda-parte-dellottava-jeshu-non-entra-in-gerusalemme-lannuncio-del-nuovo-regno-20-547/; qui basteranno dunque delle veloci considerazioni sulla loro diversa natura.

ci sono banali glosse, prive di significati particolari, pare:

[4]  uno dei suoi seguaci
[6] Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.

questa accusa a Giuda il Sicario, che per sua natura appare calunniosa, dato che è veramente sorprendente l’idea che Jeshuu e seguaci avessero una cassa, è particolarmente velenosa, considerando che lui appare semmai come l’esponente di una tendenza pauperista tra i seguaci di Jeshuu, a differenza di Eleazar, che invece sembra addirittura di famiglia sacerdotale.

il tema è ripreso subito dopo, ma in un’altra ottica:

[8] I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”.

quest’altra sembra addirittura una glossa ad una glossa e serve a cancellare il vero significato dell’unzione di Jeshuu ad opera di Maria di Betania, che è la consacrazione a messia:
[7] Jeshu allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.

. . .

altri ampliamenti introducono il tema della crocifissione di Jeshuu come glorificazione ed appartengono, come quelli appena visti, alla prima fase della costituzione del Vangelo secondo Giovanni:
16 I suoi seguaci sul momento non compresero queste cose; ma, quando Jeshuu fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte.

23 Jeshuu rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato.

28 Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
29 La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».
30 Disse Jeshuu: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me».
33 Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
probabile glossa successiva.
34 Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il messia rimane in eterno; come puoi dire che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?»

questo è il più consistente degli ampliamenti di questa testimonianza: la glorificazione di Jeshuu ad opera di Dio padre serve in questo momento di copertura al fatto che l’ingresso a Gerusalemme è fallito: soltanto un gruppo di seguaci, per quanto consistente, gli si fa incontro fuori della città; la massa della popolazione rimane indifferente oppure ostile, e le simpatie qui favoleggiate di una parte della classe dirigente ebraica non si traducono in nessuna iniziativa concreta e forse sono soltanto una pia invenzione, e a Jeshuu non resta che nascondersi.

ma questa glorificazione di Jeshuu, introdotta più tardi nel testo, serve soltanto da anticipazione della crocifissione, definita come innalzamento (come se fosse già quella delle croci sugli altari, e fatta passare appunto come la forma suprema di glorificazione.

profetico, in fondo.

. . .

l’ultima citazione di una raccolta di detti poi entrata trasversalmente nei vari vangeli, quella che ho chiamato l’Annuncio della verità, rende esplicito il personale stato di prostrazione di Jeshuu in quel momento e la presa di coscienza dello stato di pericolo estremo nel quale viene a trovarsi:

27 Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!

. . .

è per me perfino imbarazzante essere arrivato a questa ricostruzione e mi rendo perfettamente conto di non avere praticamente nessuna possibilità di essere creduto; verrò soltanto preso per uno un po’ strano e non del tutto equilibrato che nega i fondamenti stessi del comune sentire: eppure mi pare che quel che dico è solidamente ancorato nel testo:

le palme, l’ingresso a Gerusalemme, l’asina, l’attacco ai mercanti del tempio: tutte favole inventate dopo: due millenni di leggende e perfino di tradizione artistica fondati sulle pie fantasticherie di seguaci esaltati.

. . .

forse è il caso allora qui di chiudere con due parole sul bel libro di Bart D. Ehrmann, Prima dei vangeli, 2016, e alla spettacolare e illuminante ricostruzione che lui fa per diverse pagine dei meccanismi ingannevoli della memoria, privata e collettiva, e dei modi in cui le notizie si trasformano attraverso la tradizione orale:

sono riflessioni che bisognerebbe avere sempre presenti e non soltanto quando si fa critica delle tradizioni delle origini cristiane, ma sempre, quando riflettiamo sui noi stessi e sul funzionamento del nostro cervello.

questo non è stato costruito dall’evoluzione in funzione della verità, ma dell’autoconvincimento, ben più utile alla sopravvivenza della memoria storica.

la memoria obiettiva è qualcosa che non appartiene alla autentica natura umana ed è un frutto superficiale e secondario di quel processo di auto-addomesticamento che chiamiamo civiltà: la memoria storia è artificiale.

la si costruisce con molta fatica – e chiamiamo questa fatica cultura, non a caso, perché ha lo stesso peso della coltivazione antica dei campi,

per farlo usiamo fondamentalmente quel tanto di inalterabile o di meno alterabile che hanno le fonti scritte rispetto ai racconti, alle dicerie e ai pettegolezzi; ed è per questo che la filologia, cioè l’esame rigoroso delle informazioni, in particolare di quelle in forma scritta, è la base principale, per non dire unica, della ricerca della verità e di quel tanto di risultati che può produrre.

Ehrmann è assolutamente meritevole nel sottolineare che gli scritti che la compongono non sono quasi mai l’espressione diretta di testimoni oculari, ma sono racconti tramandati per decenni prima di assumere forma scritta, con tutte le varianti e le manipolazioni del caso, anche inconsapevoli.

come dare loro fede?

. . .

di questo si dimostra consapevole anche quel primo testimone cristiano del processo di formazione del primo cristianesimo che fu Papia di Hierapoli, uomo di così modesta levatura mentale secondo Eusebio di Cesarea, che decretò la sparizione della sua opera dalle biblioteche cristiane: Papia tentò di risalire alle fonti dirette e alla viva voce dei testimoni, ma questo non salvò dal dare credito a leggende inverosimili come quelle sulla mostruosa morte di Giuda detto Iscariota.

ma noi, soprattutto, come possiamo fondare su una simile congerie di affabulazioni le nostre convinzioni personali sul nostro destino personale, sulla vita e sulla morte, sulle scelte della nostra morale privata e collettiva?

il fatto che tanto persone ragionevolissime siano disposte a farlo non dimostra da solo l’assoluta inconsistenza del presunto sapere umano, il nostro aggirarci entro i ristretti limiti della follia personale e collettiva, la paranoia delle nostre false convinzioni e la schizofrenia del rifiuto dell’osservazione lucida e dolorosa della realtà?

. . .

e tuttavia Ehrmann rivela di essere ancora l’erede inconsapevole del proprio antico fideismo integralistico quando usa soltanto queste categorie per interpretare il processo di formazione di quell’apparato leggendario cristiano che va sotto in nome di tradizione evangelica.

ha dimenticato e trascura di considerare una componente che va affiancata al bisogno di auto- illusione e di trasformazione della memoria e che è inseparabile da lei: la mistificazione consapevole, l’ampliamento auto-compiaciuto, il gusto del protagonismo eccezionale.

i primi cristiani erano sì degli esaltati che falsificarono inconsapevolmente i propri ricordi per sfuggire alla sofferenza che la realtà dell’accaduto provocava loro, erano anche dei creduloni disposti a credere a qualunque leggenda inverosimile e a trasmetterla ad altri con personali arricchimenti e ampliamenti del leggendario, ma erano anche, almeno alcuni e almeno in parte, astuti costruttori di leggende da usare a proprio vantaggio per sedurre e manipolare ascoltatori troppo fiduciosi o troppo bisognosi di essere ingannati.

. . .

l’ultimo ampliamento da considerare nell’ottava consiste in alcuni altri detti della serie che abbiamo già incontrato, introdotta dalla formula In verità:

24 In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

25 Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.

26 Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

e qui viene aggiunto il quarto detto che ho già citato sopra.

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