la decima testimonianza, le stratificazioni, nell’Annuncio del Nuovo Regno, dal Vangelo secondo Giovanni – 40 = 21-24 bis – 242

tralasciamo pure, per il momento, il lunghissimo discorso messo in bocca a Jeshuu nei capp. 15-17; ce ne occuperemo nel prossimo post; e ad esso e alla sua analisi collegherò lì anche l’analisi di un inserto simile nel cap. 14, 1-26.

ma l’eventuale lettore dei post dedicati da me tempo fa alla decima testimonianza risalente all’Annuncio del Nuovo Regno e contenuta nell’attuale versione del Vangelo secondo Giovanni, se è poco addentro agli studi filologici sui vangeli come documenti del cristianesimo nascente, potrebbe essere rimasto molto sconcertato nel vedere l’ulteriore potatura veramente drastica e la sua riduzione ad un nucleo essenziale molto ridotto, nella ricerca delle parti originarie del testo.

i post sono questi:

https://corpus15.wordpress.com/2019/12/15/decima-testimonianza-prima-parte-la-cena-pasquale-di-jeshu-lannuncio-del-nuovo-regno-21-55/

https://corpus15.wordpress.com/2019/12/19/osservazioni-sulla-prima-parte-della-decima-testimonianza-lannuncio-del-nuovo-regno-22-565/

https://corpus15.wordpress.com/2019/12/27/la-seconda-parte-della-decima-testimonianza-lannuncio-del-nuovo-regno-23-568/

https://corpus15.wordpress.com/2020/01/18/altre-complicazioni-del-racconto-del-processo-a-jeshu-nella-decima-testimonianza-lannuncio-del-nuovo-regno-24-20/

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quanto al testo individuato come originario, esso è stato definito eliminando, come al solito, diversi tipi di aggiunte.

alcune, nella prima parte del racconto, che riguarda la cena, sono ampliamenti narrativi che forniscono interpretazioni simboliche dei gesti di Jeshuu oppure gli attribuiscono la preveggenza dei fatti imminenti.

13, 1 […] sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.

2 […] quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3 Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,

10 Aggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti».
11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

13 Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15 Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.

17 Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18 Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19 Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 

28 Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.

31 «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

13,10-11 e 28-29 appartengono ad un intervento più antico; con le altre integrazioni siamo invece già nel clima culturale della reinterpretazione in chiave prettamente cristiana del testo.

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nella seconda parte della testimonianza, quella riferita ai fatti dopo la cena, le integrazioni sono massicce.

la prima è un poco incerta, ma sembra un ampliamento narrativo del tipo appena citato sopra; da notare, incidentalmente, che la definizione che Jeshuu dà di se stesso come nazareno non indica la provenienza da Nazaret, ma il suo riconoscersi nella corrente essenica omonima.

18, 6 Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?».
Risposero: «Jeshuu, il Nazareno».
8 Jeshuu replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9 perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».

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altri ampliamenti narrativi tendono a trasferire il racconto del processo a Jeshuu, svoltosi da circa un decennio, a vent’anni prima, sfruttando l’omonimia tra il sommo sacerdote dell’anno 63, Anna o Anano, e la parentela del sommo sacerdote di trent’anni prima, Caifa, con suo suocero, Anna o Anano, che era pure stato sommo sacerdote prima di lui.

13 egli infatti era suocero di Caifa,

14 Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

24 Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

28 dalla casa di Caifa.

il racconto del processo a Jeshuu è infatti ricalcato su quello che nella Guerra Giudaica Giuseppe Flavio fa del processo svoltosi – qualche anno dopo e immediatamente prima dell’inizio della rivolta contro i romani – ad un altro Jeshuu, che profetizzava a Gerusalemme la sua imminente distruzione, e che alla fine viene rilasciato perché considerato pazzo; questo ovviamente permette di datare queste integrazioni all’Annunciuo del Nuovo Regno al periodo successivo alla pubblicazione dell’opera di Giuseppe Flavio, e quindi a dopo il 75 d.C..

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tutto il racconto successivo del processo di Jeshuu davanti a Pilato è risultato, nella mia analisi, una aggiunta successiva; anzi il nome stesso di Pilato è dubbio che ci fosse nella prima stesura del testo:

28 Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
29 Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».
30 Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».
31 Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!».
Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno».
32 Così si compivano le parole che Jeshu aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
33 Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Jeshu e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?».
34 Jeshu rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».
35 Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
36 Rispose Jeshu: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?».
Rispose Jeshu: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
38 Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39 Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?».
40 Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!».
Barabba era un brigante.
19 1 Allora Pilato fece prendere Jeshu e lo fece flagellare.
2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora.
3 Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!».
E gli davano schiaffi.
4 Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna».
5 Allora uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora.
E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
6 Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». 7 Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
8 All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura.
9 Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Jeshu: «Di dove sei tu?».
Ma Jeshu non gli diede risposta.
10 Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?».
11 Gli rispose Jeshu: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
12 Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà.
Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare».
13 Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Jeshu e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.
14 Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno.
Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!».
15 Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?».
Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».
16 Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

aggiunta decisiva nella fase iniziale della formazione del Vangelo secondo Giovanni.

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ripeto che capisco lo sconcerto del lettore, che è stato anche il mio, quando sono arrivato a questa conclusione e mi ha perfino fatto dubitare della giustezza del mio metodo; oggi invece vedo con evidenza che proprio questo risultato, certamente sconvolgente di tutte le nostre pie certezze, è un indizio molto forte della giustezza del modo nel quale ho lavorato.

non esiste infatti la benché minima possibilità che questo lungo racconto che ho appena riportato riferisca di fatti effettivamente accaduti, e lo conferma anche Ehrmann nel suo Prima dei vangeli, 2017, pp. 140-150: peccato solo che anche lui si fermi sulla soglia di una critica più radicale e usi la categoria del ricordo alterato, che serve a poco per analizzare racconti che sono invece inventati di sana pianta, e ovviamente in modo consapevole.

riassumo molto schematicamente i motivi principali che dimostrano il carattere di pura invenzione di tutto questo presunto resoconto del processo a Gesù:

la tempistica è inverosimile, anzi impossibile;

nessuno dei seguaci di Jeshuu può essere stato testimone di quello che si racconta e non possono esserne la fonte neppure altri testimoni (chi? Pilato? i membri del Sinedrio?);

il dialogo tra Pilato e “i giudei” – non meglio precisati – non rispetta le più elementari regole del buonsenso;

Pilato che fa la spola dentro e fuori il suo palazzo per rispettare i tabù rituali degli ebrei è una vera barzelletta;

e poi: chi avrebbe assistito al dialogo fra Pilato e Jeshuu per raccontarlo ai suoi seguaci?

il Pilato di questo racconto non corrisponde affatto a quel che si conosce (abbastanza bene) del Pilato storico, che era autoritario, privo di scrupoli e provocatorio verso gli ebrei;

l’accusa dei giudei a Jeshuu di essersi fatto Figlio di Dio, e dunque Dio lui stesso, non appartiene all’idea originaria della sua missione, che all’inizio veniva concepita come quella di un inviato di Dio per essere il messia, ma appartiene alla speculazione teologica successiva in ambiente già greco-cristiano;

pensare che Pilato dica ai capi ebrei di crocifiggere loro Jeshuu e che alla fine glielo consegni anche perché procedano – loro! – a crocifiggerlo, può essere soltanto il frutto di una fantasia romanzesca, oltre che di uno sfrenato odio razzista contro gli ebrei stessi;

così l’invenzione successiva della liberazione di un condannato, che tra parentesi si chiama Bar Abba, figlio del padre, esattamente come Jeshuu, e in alcuni manoscritti si chiama addirittura Jeshuu pure lui.

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tutto questo racconto evidentemente fu costruito almeno un paio di decenni dopo i fatti sulla scorta delle notizie sul processo a quell’altro Jeshuu ricordato sopra; ma, contemporaneamente, per cancellare la possibilità che questo secondo Jeshuu potesse essere confuso con quello venerato dai primi cristiani, venne cambiata radicalmente la cronologia reale di quest’ultimo, con una anticipazione di vent’anni della sua storia.

siamo di fronte a una serie di invenzioni romanzesche di qualche decennio successivo; la versione originaria, identificata da me sulla base della coerenza stilistica e del racconto, non conteneva nulla del genere.

. . .

lo stesso si può dire di una aggiunta successiva, che appartiene allo stesso contesto narrativo:

19 Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Jeshu il Nazareno, il re dei Giudei».
20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Jeshu fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21 I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: «Il re dei Giudei», ma: «Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei»».
22 Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

e ritorna il titolo di Nazareno, visto già nell’aggiunta precedente, e con lo stesso significato.

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31 e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.

quanto a quest’ultima aggiunta, mira a razionalizzare lo svolgimento dei fatti, ma è opera di qualcuno che ha frainteso la tempistica del racconto: nella cronologia del Vangelo secondo Giovanni e dunque anche dell’Annuncio del Nuovo Regno, la cena che precede la cattura di Jeshuu non è quella pasquale e Jeshuu morirebbe sulla croce la vigilia della Pasqua, che cadeva peraltro di venerdì, e non di sabato.

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due ulteriori aggiunte appartengono a quella ipotizzabile raccolta di detti di Jeshuu che venne citata qua e là nel testo in una fase intermedia tra la stesura dell’Annuncio e l’inizio delle rielaborazioni che portarono al Vangelo secondo Giovanni.

16 In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato.

20 In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

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ma vi è un terzo contesto nel quale compare questa formula introduttiva In verità, in verità io vi dico è strettamente legato al racconto originario e non può esserne separato; inoltre la frase, questa volta, è strettamente autobiografica e non ha un valore gnomico universale; devo quindi ritenere che l’identità dell’esordio sia puramente occasionale.

21 «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».

per essere ancora più chiari: il compilatore dell’Annuncio del Nuovo Regno usa consapevolmente questo intercalare introduttivo di una affermazione molto importante, o perché la raccolta esisteva già e lui voleva dare più autorevolezza alla frase, oppure perché davvero questo era un intercalare tipico di Jeshuu.

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siamo dunque arrivati ad una ulteriore conferma che le scene più meravigliose del processo a Cristo nel Vangelo secondo Giovanni sono interamente leggendarie ed aggiunte in un secondo momento, in particolare per tutto il rapporto di Jeshuu con Pilato, che tanto colpisce le fantasie, non ultima quella di Bulgakov nel Maestro e Margherita.

e forse questa attitudine del primo manipolatore tardo dell’Annuncio, che era del resto ampiamente condivisa da decine di interpreti diversi che si erano messi a ricamare le loro fantasie sul vago ricordo di quel personaggio scomparso nel nulla ci aiuta oggi a capire meglio il disagio di Papia che pochi decenni dopo cerca di sfuggire a questa vera e propria orgia di fantasie narrative messer per iscritto, risalendo alle parole autentiche di Jeshuu, o a quelle che lui almeno ritiene tali, attraverso i ircordi personali diretti di chi stato in contatto con chi lo ha conosciuto; e una motivazione analoga devono avere avuto le raccolte di detti, di Giuda il fratello gemello di Jeshuu, di Filippo, della Fonte Q, fosse essa oppure no l’originario Vangelo secondo Matteo in ebraico, e oggi vorrei aggiungere quella raccolta di detti che iniziavano con la formula In verità, in verità vi dico.

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probabilmente ci dispiace dovere pensare che siamo semplicemente di fronte ad una invenzione narrativa, però vorrei aggiungere che questo non toglie affatto forza al racconto, anzi forse perfino gliene aggiunge un poco.

se è stata una mente ad inventare questi dialoghi, come risulta, era una mente grande.

e la forza del cristianesimo consiste appunto in questo: di non essere una religione immobile nata attorno ad un testo scritto codificato una volta per tutte e immodificabile nella sua natura assolutamente sacrale, come l’islam, ma di essere il frutto di una elaborazione mentale collettiva e continua e anche di rielaborazioni, ripensamenti, riduzione ad allegoria di precedenti punti essenziali dell’insegnamento.

il cristianesimo trae la sua forza proprio dalla sua formazione in fieri, che il suo primo critico laico, il filosofo Celso, gli contestava verso la fine del secondo secolo: mai veramente cessata; e dovrebbe ammettere oggi che buona parte dei vangeli sono una meravigliosa invenzione della mente umana, anche se – e forse soprattutto se – non sono storicamente veri.

scoprire il nucleo originario di quel pensiero significa scoprire la verità di questo cristianesimo in perenne cammino, e non svalutarlo a priori.

quel che viene colpito è il cristianesimo delle certezze dogmatiche, non il cristianesimo aperto ed evolutivo, padre del ripensamento e dell’adattamento al mutare dei tempi storici e delle convinzioni umane.

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ma tutto questo ha un prezzo: la rinuncia a considerare i vangeli dei documenti storici, fosse pure imperfetti; ben si capisce che, arrivato a questo punto delle mie riflessioni, io non posso che distaccarmi, un poco divertito, un poco sconcertato, dagli studi ponderosi che da decenni cercano vanamente di ricostruire la verità storica dell’accaduto sulla base di resoconti romanzati come i vangeli.

mancano i presupposti stessi di questo tipo di ricerca; gli autori dei vangeli non cercavano la verità storica, ma la certezza morale; e diventa necessario liberarsi la mente dall’idea che dei romanzi d’invenzione, con una vaga e imprecisa base storica, possano essere presi come base di una ricerca accanita e vana attorno a fatti semplicemente romanzeschi e romanzati.

certo, non è priva di conseguenze a lungo termine nel cristianesimo, e dunque nella cultura occidentale che ne è stata caratterizzata, questa confusione fra storia e fantasia, fra fede e ragione:

diventa alla fine la pretesa che la regione si sottometta alla fede, rinunci ad evidenziare le contraddizioni dei suoi racconti e le riconosca il diritto di presentarsi invece come verità razionale e storica.

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