e li chiamarono frugali – 243

i nostri media hanno deciso di chiamare frugali i paesi dell’Unione Europea che vogliono vedere chiaro come l’Italia intenderà spendere le decine di miliardi di aiuti europei previsti, prima di aprire la borsa.

dev’essere un modo per cercare di rendermeli simpatici.

noi, del resto, siamo o non siamo il paese della Dolce vita? quello, l’unico, che ha una tradizione almeno bi-millenaria, su come godersela al meglio… (dicevano una volta…)

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so bene anche io che uno in particolare, l’Olanda, fa la frugale col portafoglio degli altri, per così dire e se si vuole chiamarlo portafoglio:

da anni lucra con tassazioni speciali molto ridotte sulle grandi multinazionali: come la FCA, queste decidono di porre la loro sede fiscale da loro, e in questo modo vanno a pagare lì, anziché da noi, le tasse minori del dovuto per attività che svolgono comunque da noi.

questo paese anticipò per un secolo, nel Seicento, il predominio coloniale inglese sul mondo che poi ne prese il posto per i due secoli successivi; e chiaramente la sua storia ha creato negli olandesi una visione del mondo mercantile e affaristica molto simile a quella inglese.

del resto fu l’Olanda (con la Francia) a bocciare con un referendum nel 2007 la proposta di una Costituzione Europea e coerenza avrebbe voluto che anche l’Olanda abbandonasse l’Unione, assieme al Regno Unito, alla fine di quest’anno.

la visione olandese dell’Unione è quella che la vede in modo prevalente come un’area di libero scambio economico o poco più e il paese si oppone in linea generale ad ogni momento di integrazione più forte.

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bene, ho finito di criticare l’Olanda e la cultura olandese; però la loro idea di un controllo europeo su come impiegheremo i fondi che ci verranno dati mi vede non direi d’accordo, ma quasi entusiasta:

per fare un esempio, ci chiedono di abbandonare la scellerata legge salviniana sulla quota 100 applicata alle pensioni: e quale persona sensata potrebbe non essere d’accordo nelle condizioni delle nostre finanze pubbliche?

la maggioranza stragrande del popolo italiano, mi risponderebbe qualcuno; e io replicherei a mia volta: anche se fosse vero (e non credo), appunto.

in Italia il buonsenso politico è andato perso da un pezzo, solo che a dirlo si fa la figura dei pochissimi antifascisti degli anni Trenta, e buon per noi che almeno ci viene risparmiato l’olio di ricino.

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detto anche questo, sto cercando di capire i termini esatti e non propagandistici del contendere dentro l’Unione Europea, e mi pare che le cose più chiare a riguardo le abbia dette Enrico Letta qui: https://www.huffingtonpost.it/entry/un-opting-out-per-lolanda-intervista-a-enrico-letta_it_5f12ce61c5b6d14c33679428?6zf&utm_hp_ref=it-homepage.

ma in poche parole, l’Olanda sta chiedendo di rivedere i trattati europei?

è molto difficile districarsi in quell’architettura incredibilmente barocca che sono le istituzioni europee: ad esempio vi è il Consiglio dell’Unione Europea, vi è il Consiglio Europeo e vi è il Consiglio d’Europa (e questo non è neppure un organo dell’Unione Europea!), per dire quali incredibili bizantinismi ci siano.

tuttavia ecco i pochi punti chiari ai quali sono arrivato, riportando per ora quello che ho trovato in siti ufficiali, ma risalire alle fonti normativi autentiche mi è risultato impossibile.

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il Consiglio dell’Unione Europea condivide col Parlamento Europeo il processo legislativo europeo; in poche parole ogni legge o disposizione europea deve avere una doppia approvazione: nel Parlamento, che rappresenta direttamente i cittadini, che lo hanno democraticamente eletto, e nel Consiglio dell’Unione Europea, che rappresenta invece i governi dei vari paesi, eletti in modi che possono anche essere ben poco democratici (in Italia, pochissimo, anzi quasi per niente).

così, in qualche modo, anche l’Unione Europea ha una specie di struttura costituzionale bi-camerale, con una Camera eletta direttamente dal popolo, e una specie di Senato, il Consiglio, nominato invece dai governi dei vari stati.

il Consiglio dell’Unione Europea, peraltro, è un organo a composizione variabile: è formato da un rappresentante di livello ministeriale (ma non necessariamente un vero e proprio ministro) per ogni paese dell’Unione Europea; ma si riunisce in dieci diverse configurazioni, a seconda del settore di cui si discute.

normalmente decide con maggioranze qualificate, esse pure in parte variabili, a seconda dei casi: in prevalenza è richiesto il consenso di chi rappresenta almeno il 65% della popolazione europea e del 55% degli Stati membri (cioè un minimo di 15), ma la maggioranza richiesta diventa del 72% degli stati, se la delibera non si basa su una proposta della Commissione Europea.

il Consiglio dell’Unione Europea decide però all’unanimità alcune questioni: la politica estera e di sicurezza comune; la cittadinanza, cioè la concessione di nuovi diritti ai cittadini dell’Unione; l’adesione all’Unione Europea di nuovi membri (attualmente è in discussione l’adesione della Macedonia del Nord, inizialmente bloccata da un veto francese); l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia di imposte indirette; la gestione delle finanze dell’Unione Europea, cioè, in poche parole, il suo bilancio; alcune disposizioni in materia di giustizia e affari interni (Procura europea, diritto di famiglia, cooperazione di polizia a livello operativo, ecc.); l’armonizzazione della legislazione nazionale in materia di sicurezza sociale e protezione sociale.

Inoltre il Consiglio è tenuto a votare all’unanimità per discostarsi dalla proposta della Commissione quando quest’ultima non è in grado di accettare le modifiche apportate alla sua proposta. Tale norma non si applica agli atti che il Consiglio deve adottare su raccomandazione della Commissione, ad esempio nel settore del coordinamento delle politiche economiche. (rieccoci coi bizantinismi!).

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e qui dunque finalmente è il punto centrale di questa scorribanda: nel settore del coordinamento delle politiche economiche, se si agisce su raccomandazione della Commissione, l’unanimità nel Consiglio non è richiesta.

quindi la pretesa olandese che vi sia non appare fondata.

ma la mancanza di un unico chiaro ed univoco testo giuridico a fondamento del funzionamento istituzionale dell’Unione Europea, come sarebbe stato nel caso dell’adozione di una vera e propria Costituzione, rende molto difficile capire chi ha ragione e chi ha torto e sembra fatto apposta per determinare una situazione fluida in cui si decide di volta in volta a seconda degli equilibri del momento.

quindi nessuno è davvero in grado di dire come finiranno le convulsioni di una istituzione che deve prendere le sue decisioni cruciali all’unanimità (parlo qui delle linee generali su come affrontare la crisi economica provocata dalla pandemia, e non delle sue concrete applicazioni a questo o quel paese): l’unica cosa certa è che l’Unione non potrebbe sopravvivere a un fallimento come quello che si sta rischiando, non come organismo politico, ma alla fine neppure come unione di puro mercato.

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questa pandemia sembra il giudizio di dio: sta determinando una crisi tanto rapida quanto irreversibile della potenza americana con un crollo del suo mitico PIL del 38% nel secondo trimestre dell’anno.

le previsioni di una ripresa USA sembrano legate alla messa sotto controllo dell’epidemia, che viceversa appare oramai avviata ad una reazione a catena

– ma dobbiamo rapportare sempre i numeri assoluti alle dimensioni dei paesi: i 142mila morti ad oggi negli USA, rapportati a 334 milioni di abitanti, sono pur sempre meno dei 35mila morti in Italia, rapportati a 60 milioni di abitanti (sono 425 per milione di abitanti negli USA, 583 in Italia).

e tuttavia, proprio il carattere sfrenatamente capitalistico della struttura sociale americana ha reso gli effetti economici della pandemia ben più dirompenti che nelle forme di stato sociale che dominano in Europa:

il crollo del PIL americano è mostruoso proprio perché mancano gli ammortizzatori sociali della crisi, che è seguita da licenziamenti, disoccupazione di massa, crollo della produzione.

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ma la seconda vittima della pandemia rischia di essere l’Europa dei palancai che hanno abusato degli ideali europeisti della tradizione democratica novecentesca per costruire un’Unione al servizio della libera distribuzione delle merci, che con fatica estrema delinea iniziative di coordinamento politico, non è assolutamente in grado di avere una politica estera comune e appare incapace al momento di definire una risposta collettiva alla crisi.

non è entusiasmante dire che l’epidemia si sta risolvendo nel passaggio finale che afferma la nuova centralità mondiale dell’Asia e della Cina in particolare, dove la produzione appare nuovamente in ripresa.

se ne lamenterà il pianeta, ma questo è un altro discorso.

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NOTA: una analisi magistrale del piagnisteo in Italia su gli aiuti europei l’ha fatta Mario Seminerio, un autore di destra anomale, ampiamente emarginato dai nostri media: https://phastidio.net/2020/07/19/se-pensate-che-il-problema-sia-un-tale-mark-rutte/.

interessante e approfondita anche quella di Pierluigi Fagan qui: https://parolelibere.blog/2020/07/19/forse-non-la-stiamo-prendendo-per-il-verso-giusto/: peccato soltanto che non si sia ricordato di inserire nel quadro l’interazione tra Covid-19 e riscaldamento globale.

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