imperialismo culturale politically correct: dodici tesi contro. – 269

poche righe, adatte ad un post estivo, con lettori accaldati e distratti, per proporre qualche tesi succinta:

Premessa: il politically correct è l’ideologia umanitaria progressista che si dichiara contraria ad ingiustizie e discriminazioni, ma soltanto a quelle che si esprimono a parole e nelle relazioni inter-personali.

1. il politically correct può anche piacere a qualcuno che si considera democratico, ma allarga pericolosamente e fascisticamente l’ambito della legge, pretendendo che essa intervenga a punire anche comportamenti storicamente considerati estranei alla sfera giuridica (de minimis non curat praetor).

2. il politically correct esprime una visione imperialistica ed autoritaria della vita umana e intende imporre una regolamentazione dall’alto dei rapporti inter-personali, invece di ammettere la libertà dal basso dei comportamenti e il conflitto come regolatore esistenziale delle relazioni; elemento base di questa operazione è la dilatazione estrema delle manifestazioni di aggressività giudicate inaccettabili e ricondotte nella categoria delle forme di violenza che devono essere punite dalla legge; in questo vi si può riconoscere il tentativo di mascherare, dietro motivazioni umanitarie, un’ideologia imperiale ben più crudele.

3. il politically correct è la variante post-moderna dello stato etico fascista per questa sua concezione profonda del rapporto tra individuo e stato, anche se i suoi valori sono apparentemente opposti e dichiaratamente antifascisti.

4. il politically correct non è l’unica visione possibile del mondo: è il frutto della cultura anglosassone, ed anche delle sue storture; il mondo degli uomini esprime molte altre visioni culturali della vita che hanno la stessa dignità intrinseca.

5. il politically correct, pensato come trionfo della razionalità morale, è invece il corrispettivo etico del capitalismo economico ed è funzionale al pieno trionfo del mercato come regolatore anche dell’etica: come il capitalismo riduce l’uomo a consumatore, così il politically correct tenta di ridurlo a feticcio inanimato e inespressivo, con una emotività ridotta ed asfittica che lo lascia indifeso di fronte ai soprusi del potere e ai condizionamenti mediatici.

6. il politically correct come modello etico da considerare universale non è affatto l’esito necessario di un processo storico mondiale che ci conduce al migliore dei mondi possibili, ma ad una globalizzazione guidata dal mercato: è il tentativo di imporre un’etica imperiale, simile a quello che avvenne nell’impero romano con lo stoicismo o in quello cinese con l’assunzione del confucianesimo a morale di stato.

7. il politically correct dimostra la propria coerenza con altri grandi movimenti reazionari della storia per la centralità che dà, nell’etica, ai comportamenti erotici e sessuali degli esseri umani e per la sua pretesa di sottoporli alla norma:

a. l’ebraismo con i suoi ossessivi tabù sessuali per i concetti di purità e impurità applicati al sesso;

b. il cristianesimo imperiale della decadenza della civiltà antica per l’allargamento della morale repressiva ebraica alla sfera emotiva e una visione ascetica ed asessuale della vita umana;

c. la Controriforma sessuofobica che congiunse la repressione del sesso con quella del libero pensiero;

d. la morale vittoriana altrettanto puritana per la concentrazione delle energie della vita psichica nella difesa del capitalismo imperialistico e nello spirito della guerra.

qui trova i suoi più coerenti antecedenti storici, che sono quelli dell’apparente trionfo di una cultura immediatamente prima del suo collasso.

8. il politically correct assieme alla violenza combatte l’erotismo vero, in quanto non pienamente mercificabile, a favore di una attività sessuale anafettiva e razionalmente controllata: riduce anche il sesso a consumo.

9. il politically correct è funzionale alla mercificazione del sesso e al trionfo della sua deformazione in consumo emotivamente neutro attraverso la pornografia; infatti, stranamente, non si occupa mai della pornografia e quindi la ammette, implicitamente, come diritto umano; non la considera una forma di violenza né di mercificazione da rifiutare: in questo contraddice se stesso, almeno in apparenza, e viola la sensibilità di molteplici culture.

10. il politically correct pretende anche di rappresentare la maggioranza oppressa, cioè il mondo femminile, l’altra metà del cielo, ma il suo scopo è mascherare che lo sfruttamento sociale di genere è figlio di una precisa situazione economica; anche per questo la sua pretesa di rappresentare un astratto mondo femminile è arrogante e infondata, dato che la stragrande maggioranza delle donne lo ignora e ispira la propria esistenza a valori differenti dalla contrapposizione pregiudiziale al maschio; questa appare piuttosto un atteggiamento prettamente maschile, per non dire maschilista, semplicemente rovesciato e reso speculare.

11. il politically correct non ha veramente a che fare con la difesa dei diritti umani delle minoranze oppresse: si occupa di quelle etniche e sessuali, ma non di quelle economiche, dimostrando di essere al servizio degli attuali equilibri sociali.

12. il politically correct è semplicemente odioso per la stragrande maggioranza degli esseri umani o, per meglio dire, delle donne e degli uomini, che avvertono benissimo che è un tentativo di stravolgere nel profondo le loro vite e di privarle di dimensioni esistenziali a cui non intendono rinunciare, mascherato col pretesto di una giusta lotta ad alcune forme di sofferenza e discriminazione.

Caution Sign – Politically Correct Area Ahead

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NOTA: e questa è la versione originaria del post, prima delle critiche puntuali ricevute da gaberricci; il nostro dialogo nei commenti dà ragione delle modifiche e spiega anche come una parte delle sue osservazioni sia stata assunta dentro le mie dodici tesi, in tempi diversi.

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1. il politically correct, l’ideologia umanitaria progressista contraria ad ingiustizie e discriminazioni, può anche piacere a qualcuno che si considera democratico, ma non è l’unica visione possibile del mondo: è il frutto della cultura anglosassone, ed anche delle sue storture; il mondo degli uomini esprime mote altre visioni culturali della vita che hanno la stessa dignità intrinseca.

2. il politically correct allarga pericolosamente e fascisticamente l’ambito della legge, pretendendo che essa intervenga a punire anche comportamenti storicamente considerati estranei alla sfera giuridica (de minimis non curat praetor).

3. il politically correct esprime una visione imperialistica ed autoritaria della vita umana e, invece di ammettere la libertà dal basso dei comportamenti e il conflitto come regolatore esistenziale delle relazioni, intende invece imporre una regolamentazione dall’alto dei rapporti inter-personali.

4. il politically correct è la variante post-moderna dello stato etico fascista.

5. il politically correct non è affatto l’esito necessario di un processo storico mondiale che ci conduce al migliore dei mondi possibili; al contrario è la forma mistificatoria che storicamente ha assunto una globalizzazione guidata dal mercato.

6. il politically correct, pensato come trionfo della razionalità morale, è invece il corrispettivo etico del capitalismo economico ed è funzionale al pieno trionfo del mercato come regolatore anche dell’etica.

7. il politically correct dimostra la propria coerenza con i grandi movimenti reazionari della storia nella centralità che dà ai comportamenti erotici e sessuali degli esseri umani, con la sua pretesa di sottoporli alla norma: dall’ebraismo dei tabù sessuali e del concetto di purità e impurità applicati al sesso, al cristianesimo imperiale della morale ascetica ed asessuale della decadenza dell’impero romano, alla Controriforma sessuofobica fino alla morale vittoriana; qui trova i suoi più coerenti antecedenti storici.

8. il politically correct è funzionale alla mercificazione del sesso e al trionfo della sua deformazione pornografica in consumo emotivamente neutro; infatti, stranamente, non si occupa mai della pornografia e la ammette, implicitamente, come diritto umano, violando la sensibilità di molteplici culture.

9. il politically correct combatte l’erotismo, in quanto non pienamente mercificabile, a favore di una attività sessuale anafettiva e razionalmente controllata: riduce anche il sesso a consumo.

10. il politically correct non ha veramente a che fare con la difesa dei diritti umani delle minoranze oppresse: si occupa di quelle etniche e sessuali, ma non di quelle economiche, dimostrando di essere al servizio degli attuali equilibri sociali.

11. il politically correct pretende anche di rappresentare la maggioranza oppressa, cioè il mondo femminile, l’altra metà del cielo, ma è una pretesa arrogante e infondata, dato che la stragrande maggioranza delle donne lo ignora e ispira la propria esistenza a valori differenti dalla contrapposizione pregiudiziale al maschio, che appare piuttosto un atteggiamento prettamente maschile, per non dire maschilista, semplicemente rovesciato e reso speculare.

12. il politically correct è semplicemente odioso per la stragrande maggioranza degli esseri umani o, per meglio dire, delle donne e degli uomini.

10 commenti

  1. Scusa il ritardo :-).

    Ok, ora che hai chiarito la premessa mi è più chiaro cosa intendi. Ed in effetti quella interpretazione del politically correct è pericolosa, perché da l’idea di star “facendo qualcosa”, mentre spesso non si mettono in discussione i meccanismi che creano sfruttati e sfruttatori.

    1. Già manifestato il mio accordo;

    2. Continuo a non essere d’accordo: la lotta per un utilizzo diverso del linguaggio può nascere anche dal basso, ed inserirsi in quella lotta reale al sistema che crea le ingiustizie, come dicevo più su;

    3. Ok, ho capito cosa intendi. Ma… e se la legge non viene tirata in ballo? Se questo discorso viene affrontato senza dover per forza finire a parlare di codice penale?

    4. Non credo che il politically correct sia una visione del mondo. Semmai quello che “difende” può esserlo;

    5. Ripeto quanto detto al punto 2. Solo se il politically correct diventa feticcio per la pubblicità delle aziende (ma nel senso in cui l’hai definito non può essere altrimenti, in effetti);

    6. Può essere ma non credo. Mi sembra piuttosto un tentativo di mascherare un’ideologia imperiale ben più crudele;

    7-8-9. Continuo a non capire il legame tra politically correct e sesso (e comunque il politically correct non attacca la mercificazione perché è funzionale a lasciare che il mercato imponga le sue leggi… ma perché la pornografia dev’essere necessariamente “mercato”?);

    10. Rimando ancora al punto 3.;

    11. Ancora: perché il suo scopo è mascherare che lo sfruttamento sociale e di genere non “scende dal cielo”, ma è figlio di una precisa situazione economica;

    12. Questo può essere.

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    • ritardo? figurati: anche io me la sto prendendo molto comoda: è agosto!

      2. mi stupisce molto il tuo disaccordo sul punto 2, per un motivo preciso: che la prima parte è soltanto un commento che precisa il punto 1 e la seconda parte è ispirata ad un tuo post nel quale denunciavi l’allargamento del concetto di violenza. forse non sono stato chiaro? non capisco bene neppure la tua obiezione.

      3. a me pare che l’essenza stessa del politically correct che storicamente abbiamo davanti sia il rapporto con la legge e la pretesa che sia la legge a regolare nei dettagli i comportamenti inter-personali (ma sto ripetendo semplicemente il punto…)

      4. non dico che il politically correct sia una UNICA visione del mondo: ci sono sfaccettature e persino contraddizioni interne; dico che sul piano del metodo è una riedizione dello stato etico fascista (anche se i suoi valori sono opposti a quelli del fascismo, in genere).

      5. insomma, tu credi ad un politically correct possibile, gestito dal basso; io no,lo vedo quasi esclusivamente come una manovra eterodiretta dai centri del potere economico e dall’èlite politica progressista. e se credessi ad un politically correct gestito dal basso, lo interpreterei come il segnale di una vittoria definitiva, nelle coscienze individuali, dei poteri di condizionamento di questi gruppi.

      6: condivido l’osservazione; forse potrei anche inserirla nel testo.

      7-8-9. sorprendente incomprensione, per me: non solo se il politically correct è il tentativo di regolare i rapporti interpersonali, l’aspetto sessuale e quello erotico sono una componente centrale di questi rapporti, che non sfugge affatto alla regolamentazione, anzi ne diventa palesemente il centro, dato che il politically correct si guarda bene dall’occuparsi di quelle economici,e dunque gli rimane ben poco altro, ma perché tutti i grandi movimenti reazionari della storia (simili a quello in cui stiamo vivendo) hanno mostrato in modo simile la tendenza e regolare, per non dire inibire, le libere forme di espressione della sessualità e dell’erotismo: il politically correct lo fa scoprendo che esse offendono determinate altre sensibilità e vanno dunque represse.

      10. anche io ho già toccato questo punto sopra, al punto 5.

      11. anche questo punto lo condivido e potrei assumerlo all’interno del discorso, anche se non so se proprio qui.

      forse abbiamo raggiunto con questo il punto limite della nostra discussione? nel senso che abbiamo ridotto l’area del dissenso dove era dovuta a formulazioni poco chiare, ma precisato i dissensi che rimangono aperti; ed è forse bene che sia così.

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      • 2. Mi sembra che tu consideri qualunque tentativo di cambiare il modo in cui si utilizza il linguaggio (a cominciare dalla “proscrizione” di alcune parole) come un tentativo di applicare il politically correct che hai definito. Ma se la richiesta di non usare (faccio un esempio) la parola “negro” viene dalla comunità nera, perché dovremmo considerarla un atto di imperialismo? Sarebbe semmai un atto di colonialismo paternalista stare a spiegare ad una persona di colore perché dire negro non è razzista. Diverso invece il caso di tutti quei contesti in cui si tollerano discorsi ferocemente razzisti… purché non si usi la parola negro (penso ai post di Matteo Salvini, tanto per dire un nome grosso);

        3. Appunto. Io penso che il problema sia proprio credere che tutto ciò che serva sia mettere a punto il codice penale. Ma “punire” il discorso violento non rimuove né il discorso, né la violenza: la battaglia contro il razzismo ed il sessismo (per citare due tra i casi più importanti) non si fa col codice penale alla mano;

        4. Dunque a te non sta bene che lo stato imponga un’etica quale che sia. Posso essere d’accordo (per altro io, come ben sai, sono dell’idea che lo stato non fa altro che difendere i privilegi delle classi “superiori”, e che dunque un atteggiamento come il politically correct non può che essere un ipocrita tentativo di salvare la propria posizione dando un contentino agli sfruttati);

        5. Perché? Ad ogni modo, io non credo affatto ad un “politically correct” gestito dal basso: credo piuttosto ad una lotta di liberazione dal basso, che passa anche dall’uso del linguaggio. D’altronde abbiamo già discusso, io e te, sul fatto che “dare nomi alle cose” sia cambiare il mondo (o mi confondo?);

        7-8-9. Potresti farmi degli esempi?

        Be’, le mie risposte te le ho date :-). Se credi che sia così, sei tu il padrone di casa.

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        • no, no, mi sta bene che la discussione continui; soltanto, non volevo che ti sentissi in qualche modo obbligato a rispondere… 😉

          per dare un ordine che mi pare più logico alla discussione, anticipo qui il punto 5 che forse è il più giusto punto di partenza.

          5. io qui non mi trovo in disaccordo con questa tua ultima osservazione: anche io credo ad una lotta di liberazione dal basso, e penso che questa passa anche – in modo però alquanto collaterale, per non dire secondario – dall’uso del linguaggio: l’uso del linguaggio ha effettivamente una sua importanza, ma io penso all’uso del linguaggio come viene gestito molecolarmente da ciascuno di noi quotidianamente, non a qualche uso linguistico imposto da qualche specie di rinnovata Accademia della Crusca politically correct.
          quest’ultima è una trasformazione del linguaggio imposta dall’alto e queste forme sono sempre reazionarie: ricordi il fascismo e l’abrogazione per legge del Lei, sostituito obbligatoriamente dal voi?
          anche il Sessantotto cambiò il linguaggio comune, allargando enormemente l’uso del tu, contro il principio di autorità, oppure modificando quella forma particolare di linguaggio dei segni che è l’abbigliamento: ma quella fu una trasformazione vera, spontanea, che nessuna autorità centralizzata tentò di imporre.

          2. non mi risulta che la richiesta di non usare la parola “negro” sia mai venuta dalla comunità nera, che giustamente si è preoccupata di lottare contro le discriminazioni reali e non contro i nomi; invece, chiaramente, la lotta contro la parola frocio o simili è venuta dalla comunità LGTB (a parte i casi dell’uso provocatorio della medesima da parte di qualcuno che voleva rinfacciare agli altri il loro sessismo).
          dunque la situazione è diversa caso per caso?
          è per questo che davvero io mi sentirei a disagio ad usare la parola frocio rivolgendola a qualcuno, mentre mi adeguo all’uso della parola nero invece che negro, ma con una leggera insofferenza, come per sottopormi ad un rito senza significato?
          aggiungo, ora che ci penso, che il corrispondente esatto di frocio in tedesco è schwul, ma la parola è tuttora di uso comune in Germania, senza essere stata toccata da nessuna rimozione politically correct, forse proprio perché in Germania la discriminazione sessista è quasi inesistente.
          questa riflessione del momento rafforza la mia convinzione che impostare delle lotte contro le discriminazioni a partire dalle parole sia una forma di ipocrisia per non farle nella realtà.
          forse razzismo e sessismo saranno veramente finiti non quando diremo nero e gay al posto di negro e frocio, ma quando potremo dire negro e frocio senza che nessuno possa sentirsi offeso per questo.
          dopo di che, anche la trasformazione linguistica può accompagnare una lotta anti-discriminazione, non dico di no, ma non mi convince chi si concentra su questo aspetto, anziché sulle discriminazioni concrete.

          3. al contrario, l’uso del codice penale è, a mio parere, effettivamente uno strumento importante della lotta contro le discriminazioni, se non altro perché questo è uno strumento per imporle.
          se in Nigeria un cantautore viene condannato a morte e un 13enne sbattuto in carcere per blasfemia contro l’islam (peraltro presunte), la prima cosa da fare è di eliminare dal codice penale il reato di blasfemia che discrimina in modo gravissimo i non credenti (e non di smettere di chiamarli blasfemi, accusa gravissima in quella cultura).
          ma potrei parlare, più propriamente, anche della lapidazione degli adulteri in uso in certe culture e prevista dalle loro leggi.

          4. certamente, non è una funzione dello stato imporre un’etica, anche perché lo stato non ne ha una: uccide, deruba e si riserva il diritto di compiere qualunque reato; infatti, storicamente, il compito di imporre un’etica è affidato alle religioni, oltretutto; in un mondo migliore sarebbe compito della filosofia, se tutti gli uomini potessero essere filosofi almeno un poco. ma come potrebbe lo stato, ad esempio, vietare l’omicidio, se poi manda i suoi cittadini ad uccidere in guerra?
          la funzione dello stato non deve andare oltre al divieto dei comportamenti palesemente anti-sociali; se poi i cittadini li evitino per paura delle pene o per convinzione non è affar suo; o, per dirla meglio, è un problema soltanto per gli stati totalitari, la peggiore forma possibile di incarnazione dello stato.
          quando legge ed etica (cioè stato e religione o filosofia di stato) si identificano, gli uomini perdono ogni loro possibile libertà, perfino quella di pensare.

          7-8-9. esempi storici di movimenti reazionari che hanno inibito la sessualità, intendi? non credo: li ho elencati nel post al punto 7.
          forse mi chiedi, piuttosto, degli esempi di come il politically correct odierno scopre che certe libere forme di espressione della sessualità e dell’erotismo offendono determinate altre sensibilità (cioè le sue) e vanno dunque represse.
          ti faccio un esempio: la proibizione della poligamia, tipica di diverse culture non europee e tranquillamente considerata lecita da loro, ma proibita dal nostro codice penale come reato.
          un altro esempio: la definizione di pedofilia data ai rapporti sessuali consenzienti tra un adulto e una persona minore ma sessualmente matura; anche questa forma di sessualità è ampiamente comune nel mondo e non stigmatizzata in alcun modo: non solo non è punita legalmente, ma neppure riprovata moralmente.
          il discorso poi si dovrebbe allargare al tema dell’aborto e della sua proibizione, che pure è connesso, ma qui si farebbe molto confuso ed è meglio evitare questo punto.

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  2. 1. Vedo un difetto di definizione: il politically correct è il tentativo ridicolo di risolvere il conflitto tra oppressori ed oppressi impedendo ai primi di chiamare i secondi in modi “offensivi”, ma non intaccando minimamente alcun rapporto di forza. QUESTO è il problema del politically correct, a mio modesto parere;
    2. D’accordissimo;
    3. Posso essere d’accordo… ma non quando le istanze che sono impropriamente associate al politically correct (ad esempio, sulle versioni femminili dei nomi di certe professioni) non vengano dal basso;
    4. Dipende da che definizione se ne da;
    5. Anche qui dipende dalla forma che assume. Se è un feticcio per far fare pubblicità alle aziende, di sicuro sì;
    6. Vedi su;
    7-8-9. Qui penso di non aver capito;
    10. Più che altro, tace sul fatto che le minoranze sessuali ed etniche sono minoranze per motivazioni (e con fini) prettamente economici;
    11. Questo però non puoi dirlo tu: il punto è che noi uomini siamo privilegiati, ed il fatto che pretendiamo di spiegare a chi non gode del nostro privilegio cosa dovrebbe fare dimostra che utilizziamo questo “potere” in maniera abusante;
    12. Apodittico. In che senso?

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    • critiche utilissime; vediamole bene.

      1. mi pare che l’aspetto che sottolinei sia in realtà espresso al punto 10, almeno parzialmente; in realtà anche la tua formulazione è criticabile, in quanto il politically correct non intende affatto “risolvere” il conflitto tra oppressori ed oppressi, ma semplicemente mascherarlo.
      mi sono chiesto se portare all’inizio questa osservazione, ma mi pare che altererebbe l’equilibrio del testo: voglio che quella sia una conclusione e non una premessa; però ho inserito qualcosa in una frase di premessa.
      piuttosto sposterò il punto dal 10 all’11, per dargli appunto maggiore evidenza di conclusione.
      ho comunque ritoccato radicalmente l’inizio sul piano linguistico, per togliergli una certa ambiguità e l’ho spostato al punto 4.

      2. ora è divenuto 1.

      3. ora divenuto 2. non ho capito la critica: ma credo che la mia formulazione originaria sia inutilmente contorta; sto combattendo una lotta vana contro Cicerone dentro di me; spero che la nuova stesura sia più comprensibile e non si esponga alla stessa critica; vediamo.
      ho anche inserito un punto essenziale che avevo tralasciato: l’allargamento del concetto di violenza.

      4. ora divenuto 3. penso che il politically correct sia la versione riveduta e corretta dello stato etico fascista per quanto detto prima, anche se i suoi valori sono apparentemente opposti. ho integrato di conseguenza.

      5. è un punto effettivamente scritto abbastanza male e troppo sintetizzato. vedo se riesco a migliorarlo, ma non mi sento di toglierlo. l’ho invece ampliato, anche con nuovi riferimenti storici.

      6. anche questo punto è stato ampliato e motivato meglio.

      7. purtroppo anche questo punto è stato ampliato molto; non so se sarà diventato più chiaro; temo piuttosto il contrario.

      8-9. ho integrato un pochino, per provare a chiarirmi meglio e ho posposto il punto 9 al punto 9 originario, che meglio funge da premessa.

      10-11. rovesciamento simile dell’ordine, come già detto.

      11. non pretendo di spiegare niente né di indicare a nessuno che cosa debba fare e in particolare a nessuna donna: la mia è una osservazione sociologica; potrebbe essere sbagliata di fatto, ma a me risulta che la maggioranza delle donne, non parlo della minoranza della borghesia media, sia indifferente ai temi del politically correct, nonostante l’intensissimo bombardamento mediatico.

      12. ho cercato di renderlo un po’ meno apodittico, anche se un pochino mi dispiace.

      sono sicuro che questi interventi di chiarificazione non hanno allargato, ma piuttosto ristretto di molto l’area un po’ precaria del tuo consenso; però credo che effettivamente tu mi abbia aiutato a spiegarmi nel complesso un poco meglio.
      purtroppo il discorso, in questo modo, da appunti buttati di getto e superficiali, comincia a darsi un tono da teorico, un poco ridicolo, che non vorrei comunque assumesse del tutto.

      grazie mille, e ciao!

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