Gesù non l’ha mai detto. – qualche recensione degli studi sul cristianesimo di Bart D. Ehrmann. 3 – 330

Bart D. Ehrmann, Gesù non l’ha mai detto. Millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei Vangeli, Mondadori, 2008

il libro inizia con un’autobiografia intellettuale dell’autore, a partire dalla sua adolescenza di integralista cristiano, che arriva a confrontarsi con questo problema: come si può affermare che la Bibbia è la parola infallibile di Dio quando in realtà abbiamo solo delle parole copiate spesso in modo errato dagli scrivani antichi?

trovo la domanda, come dire?, un poco superflua.

non andrò certo in crisi, come Ehrmann, a scoprire che nel Vangelo secondo Marco, 2, Jeshuu parla di un episodio avvenuto al tempo del sommo sacerdote Abiatar, ma si sbaglia, perché in quel tempo il sommo sacerdote era Achimelec, suo padre.

personalmente do per scontato che anche la Bibbia sia un prodotto umano, e quindi consiglio a chi la pensa come me di passare oltre, salvo memorizzare che, purtroppo, questo è l’imprinting, o, come direbbe lui, il peccato originale, della ricerca di Ehrmann: il seme di senape non è il più piccolo dei semi che esistono sulla terra, come dice Jeshuu in Marco 4, ma possiamo sopravvivere lo stesso.

non bastassero gli errori interni, ci stanno anche le numerosissime contraddizioni interne tra un testo e l’altro:

Jeshuu fu crocifisso prima (attuale testo del Vangelo secondo Giovanni) o dopo la Pasqua ebraica (vangeli sinottici)? (oppure non fu crocifisso per niente? – aggiungo io).

Paolo andò a Gerusalemme dagli apostoli dopo la conversione sulla via di Damasco (Atti degli apostoli, 9, 26) oppure no (Lettera ai Galati 1, 16-17)?

dopo la presunta nascita di Jeshuu a Betlemme i suoi genitori tornarono a Nazaret (Luca, 2, 39) oppure fuggirono direttamente in Egitto (Matteo, 2, 14-22)?

ma più interessante, forse, che cogliere le differenze tra i testi, è cercare di capirne le cause, il perché di queste differenze in quelle che sono comunque diverse invenzioni.

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insomma i manoscritti antichi che abbiamo dei testi poi raccolti nel cosiddetto Nuovo Testamento, più di 2.000, contengono decine di migliaia di varianti diverse; la maggior parte sono insignificanti, ma ne restano centinaia che mostrano differenze su punti fondamentali.

questo libro di Ehrmann intende occuparsi di queste.

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il primo capitolo muove dall’osservazione che il giudaismo si presenta come religione del libro; il politeismo degli altri popoli mediterranei non riconosceva a nessun libro nessun significato particolare; potevano esistere testi che raccoglievano miti, come la Teogonia di Esiodo, ma nessuno pensava di poterli dichiarare ispirati da Dio e sacri; le Muse ispiravano Omero a comporre i suoi proemi, ma questo non dava loro nessuna autorità particolare.

col monoteismo ebraico questa visione aperta e tollerante cambia: esiste un unico Dio e un unico testo sacro (come raccolta di testi).

il cristianesimo condivide questa impostazione ebraica (che – aggiungo io – passerà anche all’islam, in una forma perfino più rigida ed esclusiva, che porta ad una totale divinizzazione del Corano, perfino come oggetto fisico).

questi testi cristiani considerati sacri erano lettere attribuite a personaggi importanti nella storia cristiana, racconti della vita di Jeshuu, definiti vangeli, cronache del movimento, i cosiddetti Atti, apocalissi, apologie, martirologi, trattati anti-ereticali, commentari; all’inizio una produzione caotica e ricchissima, ma poi gradualmente venne elaborato un canone, cioè un elenco di quelli che si potevano considerare davvero autorevoli (perché ispirati da Dio).

il primo a muoversi in questa direzione fu Marcione, poi considerato eretico (ma non per questo), attorno alla metà del secondo secolo: proponeva un canone ridotto al Vangelo secondo Luca e a dieci Lettere attribuite a Saul/Paulus, ma entrambi, a quanto sappiamo, in redazioni diverse da quelle che possediamo oggi – secondo Ireneo, il suo antagonista ortodosso, perché aveva tolto i passi che contrastavano con le sue idee -, ma oggi si pensa piuttosto che furono altri, in seguito, ad aggiungere tali brani, per contrastare le idee di Marcione.

solo nel 367 d.C., con Atanasio, vescovo di Alessandria, si arrivò all’elenco attuale dei 27 testi canonici del Nuovo Testamento.

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ma se il cristianesimo era, come l’ebraismo, una religione del libro, che significato pratico aveva questo in una società come quella antica dove la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta?

questo significa che questa religione si fondava su letture pubbliche dei testi sacri ad opera di chi sapeva leggere – e dunque, aggiungo io, veniva a costituirsi su base inevitabilmente gerarchica.

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Ehrmann passa poi ad analizzare i problemi della trasmissione scritta dei testi, in parole povere della ricopiatura, in un’epoca in cui questi erano manoscritti, e dunque esposti particolarmente ai rischi di errori da parte dei copisti: problema aggravato dal fatto che nell’ambito cristiano non si ricorreva ai costosi copisti professionali, ma l’attività veniva svolta da volontari, volonterosi, sì, ma spesso non ben preparati.

questo agevolava il deterioramento del testo originario, via via che veniva ricopiato, attraverso modifiche di ogni genere; si aggiungano quelle volontarie, di cui parla in maniera particolarmente dura Celso, nel suo Discorso sulla verità; siamo nel II secolo e Celso afferma più volte che i cristiani modificavano via via i loro testi, per difendersi dalle accuse, e sottolinea che le modifiche erano profonde.

questa abitudine alla falsificazione dei testi era del resto ben nota ai cristiani stessi, e ne esistono diverse testimonianze dirette loro: l’Apocalisse, 22, 18-19, scaglia una terribile maledizione contro chi cambierà il suo testo; nelle Lettere di Saul/Paulus si mette varie volte in guardia il lettore da false lettere che circolano sotto il suo nome; lo si fa anche in una lettera che anche la critica accademica giudica inequivocabilmente falsa!

in ogni caso, tra alterazioni intenzionali e casuali, i testi subivano un deterioramento progressivo, a meno che qualche copista successivo non fosse in grado di individuare l’errore e di correggerlo autonomamente; ma spesso le correzioni stesse risultavano arbitrarie e aggiungevano errore ad errore.

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ma è possibile ricostruire allora la forma originaria di uno di questi testi? Ehrmann se lo chiede in particolare in relazione al Vangelo secondo Giovanni e risponde che possiamo risalire a qualche forma più antica, ma non possiamo sapere se poi questa era la forma originale oppure no.

ecco l’episodio dell’adultera, che in questo vangelo Jeshuu salva dalla lapidazione, che manca in alcuni manoscritti più antichi e risulta aggiunto nel IV secolo (questo secondo Ehrmann; personalmente, ho avanzato un’ipotesi un poco diversa).

anche gli ultimi 12 versetti del Vangelo secondo Marco, col racconto di quel che sarebbe successo dopo che le donne avevano trovato vuoto il sepolcro di Jeshuu, mancano nei suoi manoscritti più antichi, e dunque in genere li considera una aggiunta sempre del IV secolo; eppure la fine improvvisa di quel vangelo lascia perplessi: possibile – mi domando io – che ci fosse in origine una conclusione diversa, poi cancellata perché giudicata inaccettabile?

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il capitolo successivo è sulla storia delle prime edizioni a stampa del Nuovo Testamento e interessa poco le mie ricerche; trovo invece comunque interessante la storia successiva di come si è sviluppata la critica testuale a partire da un’epoca in cui la Bibbia veniva considerata come faceva Ehrmann da ragazzo: immutabile ed infallibile.

si rese conto che non era così Richard Simon, un inglese vissuto dal 1638 al 1712, che quindi considerava più attendibile, ai fini della fede, la traduzione latina, la cosiddetta Vulgata di Gerolamo; ma la sua domanda fondamentale rimase: come era possibile che Dio avesse dato un messaggio fondamentale agli uomini attraverso libri che aveva poi lasciato devastare da copisti maldestri?

nel durissimo dibattito che seguì Richard Bentley (1662-1742) osservò che le 30mila varianti trovate da Simon non erano poi troppe e si propose il programma di risalire comunque ad un testo base originario, ma, travolto anche lui da violente polemiche, non ne venne a capo, e dopo la sua morte il nipote dovette restituire la somma raccolta tra vari benefattori per la stampa del volume.

ma dopo questo assaggio tralascio il resto, che può essere riservato a specialisti.

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più interessanti sono le analisi successive su particolari dissensi fra i codici:

in Marco 1, 41, Jeshuu si adira contro un lebbroso che gli chiede di guarirlo, ma molti codici trovano la sua reazione inadeguata e modificano il participio passato con quello di un altro verbo che significa impietosirsi.

nel Vangelo secondo Luca 22, 39-46, nel Getsemani Jeshuu suda sangue; ma si tratta di un’aggiunta, in un vangelo che mostra Jeshuu sempre imperturbabile e alieno da forti emozioni.

nella Lettera agli Ebrei, 2, 8-9, Jeshuu ha sperimentato la morte, per grazia di Dio oppure senza Dio, come dicono in contrasto fra loro i manoscritti?

è ovvio, sempre, che è più probabile che la versione originaria sia quella che appare più assurda.

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altre varianti in altri testi diventano facilmente comprensibili se le si collega alle durissime dispute interne tra le diverse correnti cristiane, che si rispecchiano in modifiche ai testi base, deformati in modo da per potere essere citati a favore dell’una o dell’altra posizione (esattamente come diceva il contemporaneo Celso), oppure per altre forme di conflitto, come quelle sulla posizione che le donne potevano avere nel cristianesimo, oppure sul giudizio sugli ebrei; altre modifiche vennero portate per rispondere meglio agli attacchi dei pagani.

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le conclusioni di Ehrmann sono però che alla fine gli scribi, ricopiando, non facevano niente di sostanzialmente diverso da quello che facciamo noi oggi leggendo testi a stampa più stabili: adattavano i testi alla loro sensibilità e alle loro esigenze.

sono conclusioni che lasciano aperte molte più questioni sostanziali di quante non ne chiudano; mi limiterò alla fondamentale: se dunque ogni testo vive solo attraverso individuali interpretazioni, per quanto possa essere stabilizzata fisicamente la sua versione scritta, ha ancora senso pensare ad una rivelazione divina come enunciazione di un testo, che non esiste mai in quanto tale, ma è un semplice substrato sempre; l’ispirazione divina non dovrebbe essere concepita come un flusso dinamico, piuttosto?

ma giro la domanda ai credenti; Ehrmann alla fine non l’ha colta: pare che, una volta distrutto il suo modello rigido di rivelazione, non riesca a concepirne un altro.

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i post precedenti di questa serie, qui:

https://corpus2020.wordpress.com/?s=Ehrmann

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