il vangelo di Issa, secondo Notovitch. – Jeshuu in India? 2 – 376

nel 1877-78 Nicolas Notovitch fece un viaggio in India (quasi eroico per quesi tempi), durante la guerra russo-turca; ci arrivò dall’Afghanistan, arrivò a Lahore (che allora ne faceva parte) e da lì, attraverso il Kashmir arrivò nel Ladakh.

sappiamo piuttosto poco di lui: che era russo, nato in Crimea nel 1858, e dunque aveva 19-20 anni al tempo del suo viaggio; che in seguito scrisse alcuni libri, soprattutto in francese, che avevano come argomento la politica internazionale; che aveva un fratello, Osip, nato nel 1849 e morto nel 1914, che fece il giornalista; qualche notizia aggiunge Kersten, La vita di Gesù in India, 2009, non so su quali basi: dice che era figlio di un rabbino, ma poi aveva aderito alla religione ortodossa, probabilmente per sottrarsi alle persecuzioni antisemite del regime zarista, che aveva partecipato alla guerra sopra citata, frequentato l’università di Mosca e poi fatto il giornalista, come il fratello, entrambi vicini al pan-slavismo.

tutto quello che sappiamo del suo viaggio lo dobbiamo ad un libro che si intitolava La vie enconnue de Jesus Christ, La vita sconosciuta di Gesù Cristo, che lui pubblicò nel 1894, quindi sedici anni dopo la fine del suo viaggio, quando ne aveva 26; fu l’unico suo di argomento religioso, ma bastò per farlo arrestare e spedire in Siberia fino al 1897 per attività letteraria pericolosa per lo stato e per la società; di lui e della sua varia attività pubblicistica non sappiamo più nulla dopo il 1916.

Notovitch dice di avere visitato nel Ladakh un monastero buddista a Mulbekh, costruito su un dirupo sulla strada di accesso al Tibet; lì sentì parlare di antichi rotoli che parlavano della vita di un profeta venuto dall’Oriente, Issa, ed erano conservati nei monasteri del Tibet.

di lì Notovich, incuriosito e deciso ad esaminare questi testi, si portò verso Leh, incontrando però, 25 km prima di arrivarci, il convento buddista di Himis, il più grande del Ladakh, a 3.350 metri sul livello del mare.

interrogato, il lama superiore del convento disse a Notovitch, secondo il suo resoconto, che tra i rotoli conservati nel convento si trovavano anche descrizioni della vita e degli atti del Budda Issa, che predicò la sacra dottrina in India e fra i figli di Israele; ma quando Notovitch glieli chiese, il lama rispose di non sapere dov’erano, ma glieli avrebbe mostrati, se fosse tornato.

Notovitch proseguì il suo viaggio, ma lungo la strada, dopo mezza giornata, si ruppe una gamba cadendo da cavallo; ebbe così la scusa per tornare al monastero, dove restò un mese e mezzo attendendo la guarigione ed allora effettivamente il lama gli mostrò due grossi volumi rilegati con pagine ingiallite da tempo, gli lesse ad alta voce le parti che parlavano di Issa, che – diceva -erano state tradotte in tibetano dal pali, la lingua liturgica buddista, mentre a sua volta un interprete le traduceva, non sappiamo bene in quale lingua, per il russo, che trascrisse il tutto sul suo taccuino.

si trattava però, a detta di Notovitch stesso, di versi isolati (244), sparsi senza sequenza in tutto il testo e privi di titolo.

qualche anno dopo, come abbiamo visto, Notovitch li mise ulteriormente in ordine in 14 capitoli, e li pubblicò, assieme al resoconto del viaggio e della loro scoperta, dando al testo il titolo di La vita del santo Issa: il migliore di tutti gli uomini.

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la prima osservazione che si può fare su questa pubblicazione riguarda questo nome, Issa, che non è quello originale in aramaico o in ebraico, ma quello tipico che danno gli islamici al Gesù cristiano, considerato da loro un profeta, nella formaʿĪsā ibn Maryam: Issa, figlio di Maria: sembra dunque, per prima cosa, che le notizie su di lui non abbiano una provenienza diretta, ma si debbano ad una mediazione islamica.

la seconda osservazione è ancora più importante: siamo di fronte ad una traduzione estemporanea a voce in russo (si suppone, o in altra lingua occidentale), trascritta al momento, di un testo in tibetano che si dice tradotto a sua volta da una lingua più antica, che non è più parlata, ma sopravvive soltanto nell’uso rituale: quanto può essere rimasto di autentico dopo tutti questi passaggi?

e lo stesso si deve dire per la forma del testo: versetti staccati e sparsi, scelti a discrezione, che poi l’editore ha a sua volta riordinato arbitrariamente.

difficile dire che valore originale possa darsi ad un testo ottenuto in un modo simile; certamente Notovitch non era un filologo.

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si deve aggiungere una ulteriore complicazione, forse per mettere alla prova la sagacia da investigatore del vostro blogger, che invece da una vita prova a fare il filologo:

nel 1922, quindi 44 anni dopo la visita al monastero di Notovitch e 28 dopo la pubblicazione del suo libro, ci tornarono due indiani, Swami Abhedananda, vissuto tra il 1866 e il 1939 e molto attivo nel quadro della rinascita induista tra fine Ottocento e inizio Novecento ed autore di molte pubblicazioni, e un suo assistente, di cognome Chaitanya; volevano verificare quel che aveva raccontato Notovitch, a seguito delle polemiche che il suo libro aveva suscitato; Abhedananda era talmente entusiasta di quel libro, che aveva letto negli Stati Uniti, da avere fatto apposta quel viaggio per vederlo.

anche Abhedananda scrisse di questa sua esperienza altrettanto straordinaria, o meglio prese degli appunti, che furono poi rielaborati ed integrati dal suo assistente, con una sua revisione, e il libro, Journey into Kashmir and Tibet, venne pubblicato in due edizioni, la seconda nel 1954, quindi 15 anni dopo la sua morte.

Abhedananda dice di essersi fatto mostrare dai lama del monastero di Himis il libro che era stato letto a Notovitch e conferma che vide un manoscritto in tibetano, che gli fu detto essere la traduzione di un originale scritto in pali e conservato in Tibet, e dice che consisteva di 14 capitoli e 224 versi, come aveva detto Notovitch, e ne tradusse una parte.

il problema consiste nel fatto che la descrizione che viene fatta ora è ben diversa da quella di Notovitch, che aveva parlato di due volumi, mentre qui gliene viene mostrato uno unico; inoltre Notovitch dice chiaramente che i 14 capitoli e i 224 versetti sono il frutto della sua rielaborazione dei testi originali con versetti presi qua e là, mentre qui si parla di un manoscritto unico che li conteneva esattamente in questa disposizione.

traducendolo a sua volta con l’aiuto del lama, Abhedananda ne trascrisse una parte nel suo libro, però in un modo talmente confuso!:

una parte, il viaggio di Gesù in India, nel cap. 13; altri versi, che nel testo di Notovitch facevano parte di questo racconto, nel cap. 15; in questo modo arrivò fino al cap. 5, verso 4, riproducendo un testo abbastanza simile a quello di Notovitch; poi diede soltanto dei versi sparsi; e in ogni caso si fermò al cap. 9, 1 del testo di Notovitch.

come se non bastasse, vi sono differenze non trascurabili anche nella parte che corrisponde: moltissime sono semplici varianti dovute ad una nuova traduzione, ma altre sono più sostanziali: ad esempio il cap. 2 in Notovitch ha 19 versetti, in Abhedananda 14; il cap. 3 manca del tutto o non è trascritto; il cap. 4 ha un versetto in più.

rimane quindi incomprensibile come Abhedananda possa dichiarare che il testo che ha visto aveva la stessa suddivisione in capitoli e lo stesso numero di versetti di quelli che Notovitch dice chiaramente di avere definito lui: quindi o Abhedananda ha visto una trascrizione fatta da qualche monaco delle parti del testo in lingua pali che Notovitch aveva utilizzato, e non i manoscritti originali di cui si era servito lui, oppure mente.

in ogni caso l’ipotesi più probabile è che Abhedananda non abbia voluto dare l’impressione che era stato smentito il suo entusiasmo per il testo, che lo aveva portato in Ladakh dagli USA.

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ma vediamo a questo punto il testo che Notovitch aveva pubblicato, ma prima una premessa:

il cap. 1 v. 5 afferma che la storia di Issa in India deriva da racconti di mercanti che venivano da Israele; questa affermazione potrebbe essere considerata storicamente attendibile: nel Kerala, nell’India sud-occidentale, esistono tracce evidenti di una antica presenza ebraica di commercianti; ma questa presenza durò secoli e non ci aiuta a definire in quale momento queste tradizioni sarebbero arrivate.

certo è plausibile che qualche eco di queste vicende possa essere molto antica, soprattutto se non si considera una leggenda la fuga in India del cosiddetto Tommaso, il fratello gemello di Jeshuu: quando arrivarono nel Kerala, India sud-occidentale, i portoghesi nel Quattrocento trovarono una comunità cristiana che faceva risalire la propria origine proprio alla sua predicazione: del resto gli Atti di Tommaso, un testo della metà del III secolo, furono scritti in greco oppure in siriaco originariamente ed erano noti alla fine del IV secolo, quando ne parlano, come di testi eretici, Epifanio di Salamina e Agostino di Ippona: http://www.intratext.com/IXT/ITA0420/; in essi si descrive in termini molto precisi la somiglianza totale di Gesù e Tommaso, che genera addirittura alcuni equivoci in chi ci ha a che fare: questo significa che essa era nota almeno fino a quel periodo.

Abhedananda annota che il lama gli disse che il manoscritto originale sarebbe stato scritto tre o quattro anni dopo che Gesù lasciò il corpo, sulla base delle descrizioni di tutti i tibetani che a quel tempo lo incontrarono e anche delle descrizioni dei mercanti che con i loro occhi assistettero alla sua crocifissione, ordinata dal re del suo paese; sono affermazioni prive di qualunque verosimiglianza, come vedremo.

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ma, proseguendo nella lettura del testo assemblato da Notovitch, i capp. 2 e 3 sono un sintetico excursus sulla storia ebraica, dal tempo di Mossa (Mosè), definito figlio del faraone, fino a che il regno ebraico divenne il più potente di tutta la terra, ma poi perse la fedeltà a Dio e venne punito da invasioni straniere fino alla conquista romana, talmente efferata e crudele (i bambini venivano passati a fil di spada), che Dio stesso – che l’aveva voluta – decide di ascoltare le invocazioni di aiuto del suo popolo oppresso.

nel cap. 4 Dio decide di incarnarsi, separando lo Spirito eterno dall’Essere eterno, fa nascere un bambino meraviglioso, di nome Issa, che diventa famoso per la sua straordinaria capacità di parlare di Dio e all’età di 13 anni, quando un israelita deve prendere moglie, abbandona la casa dei suoi genitori a Gerusalemme (!) e parte con alcuni mercanti per il Sindh, il nome derivato dal sanscrito Sindhu, che indica l’Indo, ed è oggi una provincia delle 4 del Pakistan, quella sud- orientale, per studiare le leggi del grande Buddha.

Di Mazheraliansari da en.wikipedia.org, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7662994

secondo questo racconto, Issa rimane un anno nel Sind settentrionale; il lama ricorda che in quel tempo Gesù si fermò presso una sorgente lungo la strada vicina a Kabul, e questa è tuttora conosciuta come la sorgente di Issa, e ogni anno vi si fa una festa, per ricordare il presunto avvenimento, come risulta anche da un libro arabo, Tariq-A-Aijan (da una ricerca con Google, questo testo risulta citato soltanto nel libro che sto usando per queste informazioni: Elisabeth Claire Prophet, Gli anni perduti di Gesù. Prove documentarie dei diciassette anni vissuti da Gesù in Oriente, già citato nel post precedente di questa serie).

ma Jeshu lascia il Sindh e si reca a Jagannath nell’Orissa, cioè sulla costa orientale centrale dell’India.

Jagannatha è in realtà il nome di un tempio nella città di Puri, uno dei quattro principali del culto indù che un fedele dovrebbe visitare nel corso della sua vita (l’ho visto, purtroppo solo dall’esterno, perché è proibito l’accesso ai non indù, in un viaggio in India nel 2009).

https://corpus0blog.wordpress.com/2019/08/10/women-are-better-bortolindie-51-xiv-23-8-agosto-2009-757/ https://corpus0blog.wordpress.com/2019/08/12/la-ricotta-2a-parte-bortolindie-52-xiv-24b-10-agosto-2009-760/

ne parla in modo molto esauriente e documentato https://passoinindia.wordpress.com/2017/06/18/jagannath-il-tempio-dei-misteri-orissa/

naturalmente al tempo di Jeshuu questo tempio non esisteva: fu costruito probabilmente nel XII secolo, e questo costituisce un sicuro termine temporale per la datazione di queste leggende, che non possono essere nate prima.

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qui e altri luoghi dell’India, tra cui Benares, oggi Varanasi, Gesù avrebbe trascorso sei anni, studiando i Veda e imparando le tecniche per allontanare gli spiriti maligni dagli indemoniati.

ma qui subentra la polemica buddista contro il sistema castale indiano: a Gesù viene insegnato di evitare gli impuri, ma si ribella contro la religione indù, nega l’origine divina dei Veda e la Trimurti, afferma l’unicità di Dio, rifiuta il culto degli idoli e soprattutto il disprezzo dei derelitti in nome dell’amore universale e per i poveri.

cap. 6 a questo punto i bramini decidono di ucciderlo, ma Issa viene informato delle loro intenzioni e si rifugia nelle montagne della Gautamide, e con questo termine si intende quella parte del Nepal dove è nato Gautama, il Buddha; qui Issa impara la lingua pali e si dedica altri sei anni allo studio dei sutra buddisti.

poi si reca nel Rajputana, l’attuale Rajastan, la regione nord-occidentale dell’India, che prese il nome dal regno dei Rajput, che durò nella zona dal VI all’XI secolo.

il capitolo contiene nuove prese di posizione polemiche attribuite a Gesù contro alcuni aspetti dell’induismo, come l’idea della possibile reincarnazione negli animali o il rifiuto dei sacrifici.

nel cap. 7 i sacerdoti chiedono a Issa di mostrare con qualche miracolo la verità di quello che afferma, ma Issa risponde che il miracolo più grande è il mondo come è e ripete il suo insegnamento morale dell’amore per il prossimo, provocando la conversione dei pagani, che distruggono gli idoli e costringono i sacerdoti indù alla fuga.

nel cap. 8 Issa si sposta in Persia, ma il successo della sua predicazione anche lì induce i sacerdoti zoroastriani ad arrestarlo; la difesa di Issa e l’esposizione della sua visione religiosa del mondo li convincono a non ucciderlo, si accontentano di abbandonarlo di notte fuori dalle mura della città, sperando che le bestie feroci lo divorino, ma Dio lo protegge.

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cap. 9: a 29 anni Issa ritorna nella terra di Israele dove diffonde di nuovo la sua dottrina.

cap. 10 ha un grande successo, ma i capi delle città si rivolgono a Pilato, governatore di Gerusalemme, che decide di farlo giudicare dai sacerdoti nel tempio, davanti ai quali Issa nega di avere voluto criticare le leggi di Mossa (Mosè).

cap. 11 i sacerdoti decidono di non condannare Issa e lo comunicano a Pilato, che però, adirato dell’esito del giudizio, decide di fare spiare Issa per i contenuti della sua predicazione, che qui Issa rivolge in particolare contro i miracoli e la divinazione:

v. 14 Il segreto della natura è nelle mani di Dio. Perché il mondo, prima di comparire, esisteva nel profondo del pensiero divino: diventò materiale e visibile per volontà dell’Altissimo. 15. Quando vi rivolgete a lui, diventate di nuovo come dei bambini, poiché non conoscete né il passato, il presente né il futuro, e Dio è il padrone di tutto il tempo.

non è chiaro su quali basi Notovitch attribuisce queste frasi a Issa, però certamente esse presentano alcune risonanze di alcuni detti che attribuisce a Jeshuu Giuda il fratello gemello nel cosiddetto Vangelo di Tommaso.

cap. 12. altri insegnamenti di Issa sono il rispetto dell’autorità e l’obbedienza; la liberazione si ottiene non con la lotta contro il potere politico, ma contro gli errori dell’anima; l’autorità politica, d’altro canto, deve essere clemente e giusta; vanno rispettate le donne:

v. 15 il loro amore nobilita l’uomo, ammorbidisce il suo cuore indurito, ammansisce il bruto che è in lui. v. 17 Come il Dio degli eserciti nei tempi antichi ha separato la luce dall’oscurità e la terra dalle acque, la donna possiede la facoltà divina di separare nell’uomo le buone intenzioni dai pensieri cattivi.

ma di nuovo non è chiaro su quali basi questi insegnamenti vengono attribuiti specificamente a Issa.

. . .

cap. 13 Issa prosegue i suoi insegnamenti in Palestina per tre anni, sempre spiato dagli emissari di Pilato, senza trovare nessuna conferma delle accuse dei capi ebrei; ma a questo punto Pilato decide di farlo accusare da una delle sue spie, di arrestarlo e di farlo torturare per strappargli una confessione, per metterlo a morte.

ma Dio consente a Issa di sopravvivere ai tormenti; i sacerdoti chiedono quindi a Pilato di liberarlo, ma lui rifiuta e lo fa giudicare fra due ladri; gli chiede se è vero che vuole farsi re; Issa risponde lodando il potere di Dio, più grande di quello di ogni regno terreno, e dunque Pilato chiede ai giudici, ai sacerdoti e agli anziani di condannarlo come colpevole, ma questi si rifiutano.

è dunque Pilato personalmente a condannarlo a morte, assolvendo i due ladroni; e sono i sacerdoti a lavarsi le mani per dissociarsi dalla sua decisione.

cap. 14 Issa viene portato sul luogo dell’esecuzione assieme ai due ladri (ma non erano stati assolti?) e al tramonto le sue sofferenze finiscono; Pilato, preso dal rimorso, restituisce il corpo ai genitori di Issa che lo seppelliscono lì vicino. tre giorni dopo (v. 6), oppure il giorno dopo (v. 7), la tomba viene trovata vuota e si diffonde la voce che Dio ha mandato i suoi angeli a prendere i suoi resti mortali.

molti continuarono a piangere il loro maestro meraviglioso, ma vennero arrestati, torturati e messi a morte; per cui i suoi seguaci si dispersero nel mondo, ma con la loro predicazione convinsero tutti ad abbandonare il culto degli idoli e a passare a quello dell’unico Dio.

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il testo ha un indubbio fascino, che certamente il riassunto non può rendere ed è denso di insegnamenti morali pieni di forza e di significato, ma, come è evidente, si tratta di una sintesi, fatta da Notovitsch abbastanza arbitrariamente, di diverse leggende buddiste sviluppatesi nell’area indiana sulla base di vaghe informazioni sulle leggende cristiane su Gesù.

i monaci buddisti hanno trasformato il Gesù cristiano in Issa, un eroe della loro religione, anzi in un nuovo Buddha, grazie anche ad assonanze profonde tra i suoi insegnamenti morali e quelli del buddismo, e diversi indizi attribuiscono ad un periodo successivo al XII secolo almeno la redazione finale di questi racconti.

dare credito a questi racconti favolistici di avere una base storica è come pensare che ne abbiano una molto più solida le leggende cristiane.

qui non c’è niente di storico, se non l’apertura mentale intelligente dei monaci buddisti che decidono di fare della figura centrale del cristianesimo un alleato nella loro polemica contro l’induismo.

. . .

altro oggetto della polemica è la religione zoroastriana, dominante nelle regioni iraniche fino al X secolo d.C.; la leggenda dovrebbe dunque essersi formata prima del X secolo.

l’assenza di riferimenti polemici all’islam, anche se il nome Issa è islamico, dice peraltro anche che queste leggende, pur se provengono probabilmente da quel mondo, dove peraltro Gesù è considerato il più importante profeta prima di Mohammed: si sono formate prima dell’invasione islamica, o quella generale dell’India settentrionale, avvenuta alla fine del secolo XII, che costrinse i monaci buddisti alla fuga verso il Tibet, o una precedente invasione islamica che si era limitata al Punjab e al bacino dell’Indo attorno al Mille.

questa potrebbe essere pure presa in considerazione come possibile termine ultimo per la formazione della leggenda, se non vi fossero i riferimenti ad un’epoca più tarda; tuttavia è anche certo che queste leggende passarono attraverso diverse rielaborazioni in momenti storici differenti.

ed è probabile che i due volumi originari da cui Notovitch ha ricavato il suo testo assemblato, se studiati criticamente, potessero permettere di individuare la stratificazione di più leggende, sviluppatesi, a partire da un tema comune, in più momenti storici, nell’arco di alcuni secoli, tra la fine del primo millennio e il XIII secolo, ma senza escludere neppure qualche eco precedente.

ma non si può andare oltre questa vaga ipotesi, considerando il modo non solo improprio, ma devastante dal punto di vista filologico, col quale Notovitch ha trasmesso questi testi.

per non parlare poi del ruolo sospetto del lama, che all’inizio parla all’entusiasta esploratore dicendogli dell’esistenza di un testo, ma non glielo mostra, e glielo fa vedere solo qualche tempo dopo, come se avesse avuto bisogno di un po’ di tempo, intanto, per rimetterlo quantomeno in sesto, se non di inventarselo del tutto, sulla base di confuse tradizioni orali.

in ogni caso, chiunque sia stato il coordinatore di questi racconti, bisogna riconoscergli una certa genialità.

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sembra comunque molto difficile pensare che qualcuno possa prenderlo come un effettivo documento storico che prova che Jeshuu abbia trascorso alcuni anni in India.

eppure quando il libro di Notovitch uscì verso fine Ottocento, questo appunto successe: il libro venne preso quasi come un preteso nuovo racconto evangelico della vita di Gesù e si suscitò un enorme clamore, non in quanto leggenda accanto ad altre leggende, ma in quanto storia accanto ad altri resoconti a base storica.

ma lo vedremo meglio in un prossimo post.

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