Kersten, senza punto interrogativo – Jeshuu in India? 4 – 384

dunque abbiamo visto che esiste una tradizione buddista che afferma che Jeshuu sia stato in India da giovane; è una tradizione che afferma di basarsi su antiche testimonianze originali e di essere storica, esattamente come quelle cristiane, ma quanto sia effettivamente antica ci è difficile dirlo, anche se alcuni indizi interni la attribuiscono all’VIII-X secolo.

il fatto che sia soltanto una tradizione impedisce di credere che possa contenere qualcosa di vero?

certamente no, ma che cosa esattamente può contenere di vero?

possiamo dire con sicurezza che Jeshuu non è mai stato in India solo perché il racconto dei suoi viaggi e della sua permanenza lì è leggendario?

ma no! ma nello stesso tempo certamente non tutto quello che si racconta in questa tradizione può essere vero.

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abbiamo visto anche una tradizione molto più recente, quella di un giovane russo che racconta di avere visto dei manoscritti di questa tradizione in un convento buddista e abbiamo ripercorso la sconcertante storia di testimoni che si avvicendano in questo luogo e ciascuno ci trova o non ci trova quello che vuole trovare o non trovare.

e questo esempio è ancora più sconcertante del primo visto sopra: perché nessuno si stupisce se sia confuso il rapporto tra tradizione raccontata e storia effettivamente vissuta a distanza di quasi 2.000 anni, ma è ben diverso il caso di una semplice notizia dell’esistenza di un paio di manoscritti di cui in 130 anni non si è riusciti a venire a capo.

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entrambi gli esempi hanno a che fare con i problemi della verità storica delle leggende cristiane.

il racconto della resurrezione di Jeshuu è chiaramente leggendario e non può certamente dimostrare che quella crocifissione sia avvenuta; e neppure lo conferma che noi ritroviamo quel racconto nella leggenda buddista di cui ci stiamo occupando: perché le tradizioni hanno la caratteristica di germogliare fra loro e di moltiplicarsi l’una sull’altra e dunque non sono in grado, in generale, di confermarsi fra loro.

mi si potrà obiettare che le leggende cristiane sono molto più vicine al tempo al quale si riferiscono delle leggende buddiste; ma basta questo a considerarle più attendibili?

gli esempi fatti sopra dimostrano quanto poco serve perché una leggenda si formi e diventi inestricabile di fronte ad una analisi critica.

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nello stesso tempo non sarebbe nel giusto chi dicesse che la crocifissione certamente non è avvenuta, solo perché la sua narrazione è leggendaria.

insomma il leggendario ci circonda come una delle manifestazioni della mente umana, che vuole che la realtà sia come lei desidera e che arriva anche a vederla e ricordarla secondo i propri desideri.

ecco perché la battaglia per la verità storica è quasi sempre persa e ci rimane soltanto da fare la battaglia per la minore inverosimiglianza storica possibile.

ma poi, ammettendo che la storia sia tale, cioè a sua volta soltanto verosimile, si entra nel campo dell’opinabile e tanto vale fare una pubblica dichiarazione invitando ciascuno a pensarla come vuole.

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ma rinvio ad un prossimo post l’analisi di qualche indizio che mi fa pensare effettivamente a qualche rapporto abbastanza significativo dello Jeshuu storico con l’India, o quanto meno con la cultura e le religioni di questo paese.

vengo qui all’analisi di un altro libro che dà un suo soggiorno in India come accertato e sicuro: Holger Kersten, La vita di Gesù in India. La sua vita sconosciuta, prima e dopo la crocifissione. La sacra Sindone, 2009.

questa è l’edizione italiana di un testo apparso per la prima volta nel 1981 e passato attraverso varie edizioni, oltre che attraverso la vendita, fino al 2009, di 4 milioni di copie – almeno a suo dire: cosa molto sconcertante, perché questo testo è di sicuro poco serio scientificamente.

ma abbiamo il diritto di ignorare con un’alzata di spalle una pubblicazione che ha avuto un successo simile? io direi di no; anzi temo che il suo successo sia direttamente proporzionale alla sua scarsa serietà complessiva.

quindi cerco di dotarmi di tutta l’umiltà necessaria per commentarlo, ben sapendo che nessuno dei suoi quattro milioni di lettori o più passerà mai di qua a leggere la mia stroncatura critica (critica, e quindi alcune rare volte concorde, tuttavia, su singole affermazioni).

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nella Prefazione si affermano due cose su cui sono in disaccordo:

1) che non esiste nessuna prova scientifica, lui usa questa parola, della reale esistenza di una figura storica di nome Gesù; anche se concordo con lui che quello che racconta il cosiddetto Nuovo Testamento sono leggende non storiche, tuttavia credo che sia certa l’esistenza di un uomo storico, di nome Jeshuu, che le ha occasionate;

2) che la radice del nome di Yshua (JHWH) derivi dal sanscrito Ishva, abbreviazione di Ishvara, che significa il Signore, è una pura fantasia; il nome Jehoshua ha una lunga tradizione ebraica e l’ebraico, lingua semitica, non ha alcuna parentale linguistica col sanscrito, lingua indo-europea: non dovrebbe essere consentito dire sciocchezze simili.

ma l’affermazione del carattere totalmente leggendario della figura di Gesù nella Prefazione non impedisce nell’Introduzione subito successiva di affermare con sicurezza che il cristianesimo è in realtà una forma di paolinesimo (cosa condivisibile, nome a parte), ma che che Gesù non l’avrebbe condiviso.

ma non era una figura totalmente leggendaria?

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l’inizio del libro è un nuovo riassunto del racconto di Notovitch della scoperta di riferimenti al profeta Issa (nome islamico di Jeshu) in antichi manoscritti buddisti, i cui originali per l’occasione Kersten afferma essere stati scritti nei primi due secoli dopo Cristo e conservati a Lhasa, in un monastero direttamente collegato al Potala, il palazzo del Dalai Lama.

non si capisce bene su che basi fondi questa affermazione e soprattutto come mai non si pone il problema che, in questi testi che afferma così antichi, il nome attribuito a Jeshuu non è quello originale aramaico o la sua deformazione in ebraico Jehoshua, ma quello datogli dagli arabi sei secoli dopo, con Mohammed.

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ma vi è una ulteriore testimonianza di questa presunta presenza di Jeshuu in India, accenna Kersten: un antico Sutra indù, cioè una raccolta di aforismi, noto come Natha-namavali, che è conservato tra i Natha Yogi, una particolare setta di monaci formatasi nel XIII secolo.

secondo questa leggenda un ragazzo di nome Isha Natha è arrivato in India all’età di quattordici anni, poi è tornato nel suo paese, dove fu fatto crocifiggere dai suoi connazionali; però in quella occasione Isha Natha entrò in samadhi, o in una trance profonda, per mezzo dello yoga. Vedendolo così, gli ebrei presumevano che fosse morto e lo seppellirono in una tomba. In quel preciso momento, tuttavia, uno dei suoi guru, o insegnanti, il grande Chetan Natha, si trovava in profonda meditazione nella parte inferiore dell’Himalaya e vide in una visione le torture che Isha Natha stava subendo. Quindi rese il suo corpo più leggero dell’aria e passò nel paese d’Israele. Il suo arrivo fu segnato da tuoni e fulmini, perché gli dei erano arrabbiati con gli ebrei, e il mondo intero tremava. Prese il corpo di Isha Natha dalla tomba e lo svegliò dal suo samadhi, e più tardi lo condusse nella terra sacra degli Ariani. Isha Natha fondò quindi un ashram nelle regioni inferiori dell’Himalaya e lì stabilì il culto del Lingam e della Yoni.

bello che esista anche un Gesù induista, no?, in una ulteriore variante locale di una stessa leggenda base.

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uno studioso molto serio che dedicò la vita alle ricerche sul Gesù indiano fu Fida Hassnain, autore del The Fifth Gospel: New Evidence from the Tibetan, Sanskrit, Arabic, Persian and Urdu Sources About the Historical Life of Jesus Christ After the Crucifixion, ma, purtroppo, dopo aver promesso di riferire dei suoi studi, Kersten si avventura in una ricostruzione fantasmagorica della vita di Mosè, e poi non ne parla più.

come prima aveva fatto per quella di Jeshu, partendo dalla premessa comune che i testi che parlano di loro sono rigorosamente storici (in piena contraddizione con le sue stesse premesse), così nessun dubbio ha Kerster che Mosè è stata una figura storica reale (come del resto per lui anche il Rama del Ramajana e il relativo ponte tra Sri Lanka ed India) ed usava polvere da sparo per presunti miracoli con cui spaventare gli ebrei, simile in questo, del resto, a Zaratustra, che faceva riti analoghi.

nonostante tutto questo, dice Kersten, nessuno ha mai localizzato la sua tomba: affermazione piuttosto strana, perché io stesso sono stato sul monte Nebo in Giordania nel 2008, dove si dice che vi sia la tomba di Mosè, anche se non è stata individuata: altra leggenda, dunque; ma Kersten la trova, naturalmente, in Kashmir, assieme al monte Nebo e ad altri luoghi dedicati a lui.

e, dopo avere scritto questa autentica follia, Kersten si guarda bene dal dirci come la concilia con la storicità da lui attribuita ai racconti biblici su questa figura mitica.

del resto, secondo lui, è il Kashmir la sede dell’Eden e dunque anche la vera terra promessa agli ebrei, oltre che la sede dell’esilio di molti di loro, qui trasferiti da Babilonia, dove sarebbero rimasti ebrei fino all’avvento dell’islam; il tutto sulla base di vaghe leggende locali.

vero tuttavia che nella zona sono state recentemente trovate iscrizioni in ebraico, almeno a sentire lui.

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in questo contesto chi può impedire a Kersten di dire che i magi venuti dall’Oriente alla nascita di Gesù erano degli emissari buddisti che cercavano la reincarnazione del Dalai Lama di allora?

anche in Egitto a quel tempo c’erano delle scuole buddiste: glielo ha detto una volta il prof. Hassnain, citato sopra… (forse è questa la sintesi delle sue opere che Kersten ci aveva promesso qualche capitolo fa?)

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in mezzo a questo delirio, come valutare alcune affermazioni che invece coincidono con alcune mie tesi?

ad esempio, che Nazareno significasse in origine aderente alla setta dei Nazareni, una variante dissidente del gruppo degli esseni, che rifiutava in particolare i sacrifici animali; così del resto riferisce nel II secolo Epifanio di Costanza.

oppure che il collegamento con Nazaret sia stato fatto in seguito, proprio per nascondere questo fatto.

che la N della scritta INRI, che secondo la leggenda stava sulla croce, significasse Nazareno e non di Nazaret.

d’altra parte nella prima parte del Vangelo secondo Marco tutta l’attività di Gesù si svolge a Cafarnao e dintorni, a circa 40 km da Nazaret, vero; ma la citazione che fa Kerster del cap. 3, 31, dove si racconta di madre e fretelli di Gesù che vengono a chiamarlo, è semplicemente falsificata: secondo lui è suo fratello che gli dice di tornare a casa: niente di tutto questo risulta dal testo.

sarà quindi vero che il Dizionario greco-tedesco delle Scritture del Nuovo Testamento ed altri scritti del primo cristianesimo, 1963, afferma che è molto difficile trovare qualunque collegamento linguistico tra l’espressione nazareno e Nazaret?

nel Talmud i seguaci di Jeshuu vengono sempre chiamati Nozari, questo è vero, e perfino il Corano li chiama Nozara.

in Teodoreto, Haereticarum Fabularum Compendium, 2,2 si trova scritto: I Nazareni hanno usato soltanto il Vangelo secondo Matteo; Kersten aggiunge come citazione dal testo, spero vera, che i Nazareni sono ebrei che onorano l’unto (il christòs) come uomo giusto e usano il vangelo in accordo con Pietro.

e colpisce l’assonanza precisa con un’espressione del cosiddetto Testimonium Flavianum, l’interpolazione cristiana nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, tale che si potrebbe individuare qui l’origine della sua primitiva versione originaria, collocata nel testo come nota a margine, che poi Eusebio di Cesarea ampliò ed inserì in esso (ma quanto ci si può fidare di questo estrapolatore spregiudicato?).

una ulteriore conferma indiretta da Girolamo, De viris illustribus 3: Matteo in Giudea è stato il primo a comporre il vangelo di Cristo in lingua e scrittura ebraica […]. Il testo ebraico è tuttora conservato nella Biblioteca di Cesarea […]. Anche a me, dai Nazarei che in Berea, città della Siria, si servono di questo libro, è stato dato il permesso di ricopiarlo.

del resto anche negli Atti, 24, 5 Paolo è accusato di essere il capo della setta dei Nazareni; Kersten, o la sua traduttrice in italiano, non migliore di lui, traduce, bontà sua, leader-di circolo, invece che capo della setta.

ma qui ormai sto andando io ben oltre Kersten, che invece divaga fantasiosamente sul collegamento fra il battesimo di Giovanni e analoghi riti indiani.

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mi sembra giunto il momento di concludere, riservando ad un post successivo la trattazione che Kersten dedica alla Sindone: forse ho dedicato anche troppo tempo a questa analisi e se qualcuno la leggerà potrebbe anche rimproverarmi di avergli fatto perdere il suo tempo.

dunque, quale conclusione? tiratele voi le conclusioni.

io faccio solo una domanda retorica e mi do la risposta: su quale base storica Kersten può affermare che Jeshuu sia effettivamente vissuto in India, sia prima sia dopo la sua leggendaria crocifissione?

nessuna, assolutamente nessuna, e peraltro non si sforza neppure di trovarne: leggende su leggende, eterogenee, reinterpretate e collegate fra loro arbitrariamente.

ma forse Kersten – qui sta il segreto del suo successo – non vuole neppure darci nessuna informazione storica e a nessuno dei suoi 4 milioni di lettori interessa: forse scriveva già profeticamente per un mondo in cui la verità sta morendo e interessa soltanto qualche nuova leggenda.

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