Eleazar, la metempsicosi, gli indiani – Jeshuu in India? 6 – 390

se le numerose tradizioni che circolano in India, esaminate criticamente come ho cercato di fare negli ultimi post, non aiutano certo a considerare storicamente attendibile un soggiorno di Jeshuu in quel paese, prima e/o dopo la sua presunta crocifissione, ci rimane soltanto da considerare se qualche vago indizio può venire almeno da quelle fonti storiche che – come ho detto – dovrebbero sempre essere considerate la nostra principale fonte di informazione, pur con i loro limiti:

dobbiamo infatti dare più peso ai racconti di chi almeno pretende di dire la verità che a chi non se ne preoccupa affatto.

e qui, a sorpresa, troviamo qualcosa che non dico che stravolge tutto quello che abbiamo detto, ma introduce certamente qualche elemento di valutazione imprevisto.

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la nostra fonte, pressoché unica, è sempre Giuseppe Flavio.

ricordo che, secondo la mia analisi il seguace ( o discepolo) più amato da Jeshuu è Eleazar (Lazzaro), fratello di Maria Maddalena; e questo Eleazar è, a mio parere, lo stesso personaggio storico di cui parla Giuseppe Flavio, figlio di un sacerdote del tempio di alto grado, Yair, e uno dei leader della rivolta contro i romani, anzi quello che resiste più a lungo, dopo la conquista e la distruzione di Gerusalemme nel 70; lui resta asserragliato con i suoi ultimi seguaci nella fortezza di Masada fino all’anno 73 e quando vede che tutto è perduto convince gli ultimi 960 resistenti che sono lì con lui ad uccidersi a vicenda, per non cadere nelle mani dei romani.

gli scavi archeologici compiuti nella riscoperta fortezza di Masada, oggi patrimonio dell’umanità UNESCO, hanno portato da un lato a strepitose conferme del racconto di Giuseppe Flavio: si sono trovati perfino undici ostraka, frammenti di ceramica, usato per l’estrazione a sorte dell’ordine dei combattenti da ammazzare, e uno addirittura col nome Ben Yair, figlio di Yair, chiaramente riferito ad Eleazar, e tracce dell’incendio finale.

ma lì si sono trovati soltanto 28 corpi, e c’è il sospetto, perfino, che non si tratti di ebrei, ma di soldati romani, visto che nel sito nel 1982 sono state trovate anche ossa di maiale, animale impuro per gli ebrei; e qualcuno ha ipotizzato perfino che qui si sia consumato in realtà soltanto un agguato ai romani.

quanto a Eleazar ben Yair, si tratta di un personaggio decisamente imbarazzante come seguace prediletto di Jeshuu (almeno a suo dire): lascio la parola a qualcuno che ha saputo descriverlo bene: non esiteremo a definirlo un terrorista integralista. Zelota massimalista, sicario (i sicari erano una setta ebraica dedita agli assassinii tramite un pugnale chiamato “sica”, da cui il nome), fomentò il popolo contro i romani, pretendendo dai sacerdoti che non accettassero più i sacrifici da parte loro. Sempre al Tempio di Salomone ogni uomo aveva potuto offrire sacrifici a Dio quale che fosse la sua religione o razza. E i romani avevano trovato un modus vivendi con questo “strano popolo che adorava un solo dio”, sacrificando nel Tempio non all’Imperatore o alla Dea Roma, ma per l’Imperatore e per Roma, salvando così il monoteismo giudaico. Eleazar sapeva bene che i romani avrebbero percepito il rifiuto delle loro offerte come una insopportabile ed empia offesa, e sarebbe stata la guerra. Ed era ciò che egli voleva.
Ma la guerra non prese la piega voluta dagli integralisti: in tutto il Mediterraneo le comunità ebraiche furono trucidate dalle popolazioni ellenizzate o romanizzate, e gli stessi romani, dopo aver accusato iniziali rovesci, si riorganizzarono e schiacciarono la rivolta con una ferocia raccapricciante. Come se non bastasse, le fazioni giudaiche iniziarono a massacrarsi a vicenda: gli zeloti e in particolare i sicari praticavano un sistematico terrorismo contro ogni comunità ebraica “colpevole” di non sufficiente odio verso gli “invasori” romani. Eleazar stesso, rinchiuso a Masada con un migliaio di sicari, compì la sua miglior prodezza assaltando il vicino villaggio giudeo di Ein-Gedi sterminandone la popolazione, donne e bambini compresi.

la rappresentazione risente, indirettamente, della evidentissima ostilità per questo personaggio di Giuseppe Flavio, che èla fonte di queste informazioni, ma tuttavia è da considerarsi sostanzialmente attendibile.

e allora? è possibile che proprio lui sia il Lazzaro che Gesù fa risorgere dalla morte, almeno secondo il Vangelo secondo Giovanni, che lui stesso ispirò e che in seguito si cercò di stravolgere, o il Lazzaro che in una versione originale del Vangelo secondo Marco trascorse una notte con Jeshuu, prima della sua cattura? lui il fratello di Maria, poi detta Maddalena, la compagna del Signore, secondo il Vangelo di Filippo?

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non ripeto qui i molti indizi che mi portano a questa identificazione, ma se la prendiamo per buona, nonostante sia così stridente con tutti i nostri pregiudizi, allora dobbiamo anche considerare il discorso che Giuseppe Flavio immagina che Eleazar abbia tenuto ai suoi come un documento indiretto delle idee che lo storico attribuiva a Eleazar e ai suoi seguaci, cioè in ultima analisi agli ultimi messianisti (cristiani) combattenti dell’ebraismo, la cui esistenza si spegne con lui.

naturalmente i discorsi attribuiti a protagonisti delle grandi azioni storiche sono una tradizione degli autori antichi: erano delle prove di bravura retorica e rispondevano alle leggi del genere: la loro attendibilità storica è indiretta e forse dicono più dell’autore che di coloro a cui vengono attribuiti: tanto più in questo caso in cui coloro al quale il discorso fu rivolto morirono tutti; sopravvissero soltanto, con cinque bambini, due donne, ma nessuna delle due sarebbe mai andata a raccontare qualcosa a un traditore come Giuseppe Flavio.

a margine si noti bene come lo storico caratterizza una delle due: una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione: il ritratto di Maria Maddalena, sua sorella – questo lo considero quasi certo; anzi, forse proprio da questo episodio Maria, che era stata la consorte di Jeshuu, ricavò il suo soprannome di Maddalena, che accennava forse al suo essere un baluardo, una fortezza.

si deve poi aggiungere che Giuseppe Flavio stesso visse un episodio analogo: assediato convinse i suoi soldati a fare altrettanto, tenendosi per ultimo: solo che quando tutti si furono uccisi, lui invece si consegnò ai romani, salvandosi la vita; e dunque vi è certamente qualche interferenza col ricordo personale del discorso che lui tenne ai suoi soldati (per tradirli, invece).

ricordando dunque che questo è soltanto un discorso attribuito a Eleazar e inventato dallo storico Giuseppe Flavio, secondo la moda del tempo, oltre condizionato nella ricostruzione immaginaria da una sua tragica esperienza reale, riporto in appendice in fondo il testo integrale di questo discorso, e qui ne estraggo i punti salienti.

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il primo concetto esposto è la rivendicazione orgogliosa della visione teocratica della politica tipica degli zeloti: Da gran tempo noi avevamo deciso […] di non riconoscere come nostri padroni né i romani né alcun altro all’infuori del Dio; è un tratto di pensiero col quale Giuseppe Flavio identifica in modo evidente ed esclusivo Eleazar figlio di Yair come uno zelota, cioè in ebraico un kanaim.

aveva infatti scritto di loro: Giuda il Galileo introdusse una quarta setta, i cui membri sono in tutto d’accordo con i Farisei, eccetto un invincibile amore per la libertà che fa loro accettare solo Dio come signore e padrone. Essi disprezzano i diversi tipi di morte e i supplizi dei loro parenti e non chiamano nessun uomo signore. Antichità Giudaiche, 18, 23.

in che cosa dunque gli zeloti condividevano le idee religiose dei farisei, secondo Giuseppe Flavio?

162 Delle altre due sette prima nominate una è quella dei farisei; essi […] attribuiscono ogni cosa al destino e a Dio; 163 ritengono che l’agire bene o male dipende in massima parte dagli uomini, ma che in ogni cosa ha parte anche il destino; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo, mentre quelle dei malvagi sono punite con un castigo senza fine. Guerra giudaica, 2, 163.

I farisei dicono che certi eventi sono opera del destino, ma non tutti; mentre altri eventi, se avvengono o meno, dipendono da noi. Antichità giudaiche, 13, 172

ma vale la pena di considerare, per contrasto, le idee sull’aldilà che Giuseppe Flavio, attribuisce agli esseni:

154 E infatti presso di loro è salda la credenza che mentre i corpi sono corruttibili, e che non durano gli elementi di cui sono composti, invece le anime immortali vivono in eterno e, venendo giù dall’etere più leggero, restano impigliate nei corpi come dentro carceri quasi attratte da una sorta di incantesimo naturale, 155 ma quando siano sciolte dai vincoli della carne, come liberate da una lunga schiavitù, allora sono felici e volano verso l’alto. […] 157 Ritengono infatti che i buoni durante la vita diventano migliori per la speranza di ricevere un premio anche dopo la morte, mentre le cattive intenzioni dei malvagi risultano compresse dalla paura di chi, se pure riuscisse a farla franca in vita, teme un eterno castigo dopo la morte. 158 Queste sono dunque le credenze degli Esseni intorno all’anima, che rappresentano un’attrazione irresistibile per tutti quelli che una volta abbiano assaporato la loro dottrina. – Guerra giudaica, 2, 154-155, 157-158.

Così anche qui: La dottrina degli Esseni è di lasciare ogni cosa nelle mani di Dio. Considerano l’anima immortale e credono di dovere lottare soprattutto per avvicinarsi alla giustizia”, Antichità Giudaiche 18, 18

è evidente lo sforzo che Giuseppe Flavio fa per spiegare il pensiero religioso ebraico alla luce della filosofia greca; ma nel primo passo citato Giuseppe Flavio sembra attribuire ai farisei l’idea orientale della metempsicosi: soltanto [l’anima] dei buoni passa in un altro corpo dopo la morte, ma con un significato opposto a quello del buddismo: in questo la sopravvivenza in un altro corpo è segno di una non raggiunta perfezione; solo il nirvana ci libera dal ciclo della morte e della rinascita; nella visione attribuita ai farisei, invece, la re-incarnazione è il premio che tocca ai giusti.

nettamente incompatibile con l’idea della metempsicosi è invece la concezione degli esseni.

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in un secondo passo del discorso emerge chiaramente il fatalismo di chi vede il mondo regolato dalla volontà di Dio, con uno spazio limitato al libero arbitrio umano – secondo farisei e zeloti, a dire di Giuseppe Flavio, mentre per gli esseni tale spazio sarebbe nullo: 327 […] bisognava subito indovinare l’intenzione del Dio e capire che la stirpe dei giudei, a lui un tempo così cara, era stata ora condannata alla distruzione.

e la spiegazione di questa intenzione negativa di Dio nei riguardi degli ebrei sta nell’avere 329 arrecato offese a Dio e nell’essere stati perfino maestri agli altri di iniquità: il pensiero ebraico difficilmente supera l’idea di un Dio vendicativo e della colpa del popolo che non lo venera abbastanza; così ora l’imminente caduta della fortezza invincibile di Masada 330 è stata evidentemente opera del Dio.

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nella seconda parte del discorso di Eleazar, che viene ripreso dopo una interruzione, e consiste in grande parte di una trattazione filosofica del problema dell’anima e della morte, emerge invece un’idea negativa della vita che a me pare estranea al pensiero ebraico tradizionale (a meno di non riferirsi al Qoelet, che rimane tuttavia una voce alquanto dissonante nella Bibbia ebraica), e che trova i suoi punti di riferimento in certi aspetti del pensiero greco o nel pensiero orientale: 343 per gli uomini è una disgrazia vivere, non morire.

l’idea successiva, ampiamente esposta in un lungo passo che vale la pena di leggere, 344-351, dell’anima prigioniera del corpo, che con la morte può ritornare alla propria sede ideale, sembra più una concessione di Giuseppe Flavio al platonismo dell’autore in vista dei suoi lettori greci e romani, che un’autentica espressione del pensiero ebraico di Eleazar.

ma che dire di questo passo successivo in cui, in maniera assolutamente sorprendente, entra in gioco il pensiero indiano, citato direttamente ed inequivocabilmente?

anche se il passo è lungo, vale la pena di rileggerlo integralmente:

351 […] Guardiamo agli indiani che seguono i dettami della filosofia.
352 Costoro infatti, ed è gente di prim’ordine, sopportano a malincuore il periodo della vita come un debito da pagare alla natura, 353 e non vedono l’ora di liberare le anime dai corpi; senza che alcun male li affligga o li costringa ad andarsene, presi dal desiderio della vita immortale, preannunziano agli altri di essere prossimi alla dipartita, e non c’è alcuno che cerchi di impedirglielo, ma tutti si felicitano con loro e consegnano ad essi delle lettere per i propri cari: 354 così salda e sincera è la loro fede che le anime comunicano l’una con l’altra.
355 Dopo aver raccolto tutti i messaggi, essi salgono su un rogo, perché l’anima si separi dal corpo nel massimo stato di purezza, e muoiono circondati da un coro di elogi; 356 infatti le persone maggiormente care usano accompagnarli alla morte assai più che presso altri popoli non si usa di accompagnare i cittadini che partono per un lungo viaggio, e mentre sono afflitte per sé stesse considerano beati quelli, che già raggiungono la condizione dell’immortalità.
357 E allora, non proviamo vergogna di essere inferiori agli indiani nei pensieri di fronte alla morte e di offendere turpemente con la nostra vigliaccheria le patrie leggi, che destano l’invidia di tutto il mondo?

381 Siamo nati per morire, noi e quelli che abbiamo generato, e a questo destino nemmeno i più fortunati possono sottrarsi.

questo riferimento al pensiero religioso indiano è così anomalo e sorprendente in un ebreo del I secolo, che sembra che l’Eleazar stesso di Giuseppe Flavio se ne renda conto, per tornare ad una visione più tradizionale e consona all’ebraismo tornando a sottolineare il fattore decisivo della volontà avversa di Dio nella sconfitta ebraica e nella conseguente dispersione e quasi distruzione di quel popolo che si considerava eletto da Dio:

358 Ma se anche dapprincipio con precetti opposti ci avessero insegnato che per gli uomini il sommo bene è la vita, e una calamità la morte, le presenti circostanze ci spingono a sopportarla con coraggio, dato che dobbiamo morire per volere di Dio e ineluttabilmente.
359 Da gran tempo, a ciò che pare, contro tutta quanta la stirpe dei giudei il Dio ha pronunciato questa sentenza, che noi fossimo costretti ad abbandonare la vita quando non avessimo più a usarne rettamente.
360 Non dovete infatti dar la colpa a voi stessi, o attribuire il merito ai romani, se la guerra contro di essi ci ha portati tutti alla catastrofe; ciò non accadde per la loro forza, ma per una forza ben più alta che a loro ha concesso di far la figura dei vincitori.

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questo riferimento alla religione indiana non può essere casuale e fa emergere altre sorprendenti consonanze con altre idee che Giuseppe Flavio attribuisce a Eleazar.

sono forse sue personali, cioè di Eleazar? difficile pensarlo: la stesura originaria del testo che ho chiamato i Segni del Messia e provato a ricostruire qui: https://corpus2020.wordpress.com/2020/08/14/i-segni-del-messia-dal-vangelo-secondo-giovanni-279/, e che possiamo fare risalire alla sua cerchia mostrano una estrema povertà di pensiero teologico, limitandosi a cercare di dimostrare, attraverso il racconto di miracoli, indicati come segni, che Jeshuu è il legittimo unto (mashiah, Christòs) che intende guidare il Regno di Dio in Israele.

questo regno era perfettamente terreno, ma indicato con la definizione di Regno dei Cieli, così equivoca nei secoli a venire, soltanto per rispettare il divieto ebraico di nominare Dio).

niente sembra indicare una sua particolare propensione e neppure conoscenza della cultura e della religione indiana.

quindi dobbiamo pensare che, se Giuseppe Flavio poteva pensare che questa effettivamente l’avesse potuta citare, è perché poteva ritenere che idee simili circolavano nella cerchia di Eleazar, cioè nella cerchia dei seguaci di Jeshuu.

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la tesi può apparire fragile e un poco avventata, però trova una ulteriore possibile conferma indiretta in un altro testimone, un altro seguace di Jeshuu, che dà della sua figura e del suo messaggio una visione radicalmente diversa: chi, se non il fratello gemello, colui che effettivamente e molto probabilmente andò in India, ma dopo questi fatti?

da diverse parti sono state sottolineate molte consonanze tra Le parole che Jeshuu il Vivente ha detto e che Giuda il Gemello, suo fratello gemello, ha trascritto, e la cultura orientale.

ma la spiegazione più semplice è che ovviamente questi detti possano essere stati composti o raccolti proprio mentre il soprannominato Tommaso era in India, o sulla base di tradizioni orali riferibili a lui: insomma le risonanze indiane possono essere del fratello gemello e non di Jeshuu.

ma anche ammettendo che nel pensiero stesso di Jeshuu ci siano stati degli echi del pensiero religioso dell’Oriente e dell’India, questo non ci costringe certo a pensare che lui ci sia stato.

in relazione alla nostra ricerca sulla possibilità che Jeshuu sia stato effettivamente in India questa analisi ci porta a concludere che probabilmente nel pensiero religioso di Jeshuu, a giudicare, da quel che ne ricavarono sia Eleazar sia il fratello gemello Giuda, vi fu una conoscenza e anche una simpatia e una consonanza per alcuni aspetti del buddismo e, in misura molto minore o quasi nulla, dell’induismo, ma questo non porta affatto a pensare che per questo sia stato in India.

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ma lasciatemi approfondire questo punto.

alcuni ritengono che il primo cristianesimo insegnasse effettivamente la metempsicosi, come l’induismo e il buddismo: cosa che successivamente è stata completamente occultata, tanto che il solo dirlo oggi appare bizzarro.

eppure vi è un preciso ed identificabile filone di pensiero cristiano in questo senso: solo nel 553 con un editto dell’imperatore Giustiniano venne confermato il primo di nove anatemi del patriarca Menas di Costantinopoli: Contro chiunque dichiari o pensi che l’anima umana preesistesse, ossia che sia stata spirito o sacra podestà, ma che sazia della visione di Dio si sia volta al male e che in questo modo il Divino amore si sia raffreddato in lei e sia pertanto divenuta anima, precipitando per castigo nel corpo, anatema sia, ma riemerse nelle eresie dei Catari e degli Albigesi.

nel II secolo credevano nella metempsicosi i cristiani gnostici seguaci di Valentino, ma anche l’ortodosso Giustino scriveva: Alcune anime che si credono indegne di vedere Dio a seguito delle loro azioni durante le reincarnazioni terrene, riprenderanno i corpi.

ma l’esponente più famoso dell’idea della metempsicosi cristiana fu Origene, che sostenne: In quanto a sapere perché l’anima ubbidisce talvolta al male, talvolta al bene bisogna cercare le cause in una nascita anteriore alla nascita corporea attuale; egli tuttavia, se ammetteva la reincarnazione da uomo a uomo, si espresse in maniera diversa circa la dottrina della metensomatosi (cioè rinascita in corpi di animali – tipica del pensiero induista) respingendola come stoltezza ed estranea alla Chiesa di Dio, non tramandata dagli apostoli, né mai manifestata dalle Scritture, poiché lo stesso corpo accompagna l’anima. (Origene, I Princípi 1,8,4; Commento al Vangelo di Giovanni 6,10,64; Commento alla Lettera ai Romani 5,1; 6,8; Commento al Vangelo di Matteo 11,17; Contro Celso 1,20, 3,75, Commento al Vangelo di Matteo 13,1): in sostanza Origene era vicino alla metempsicosi buddista, ma rifiutava quella induista.

ma ancora nel IV secolo Gregorio Nisseno affermò: È una necessità di natura per l’anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti, Grande discorso catechetico.

e tracce dell’idea di vite precedenti che si rispecchiano nella vita presente si trovano in diversi passi dei vangeli e Giovanni Battista è considerato il profeta Elia re-incarnato.

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ma occorre pensare per questo che Jeshuu sia andato in India?

assolutamente no: basta pensare che i rapporti culturali tra il Mediterraneo e l’India divennero importanti soprattutto dall’impresa di Alessandro Magno in poi; al tempo di Augusto un asceta indiano, Zarmanochega, venne ad Antiochia e ad Atene e l’Egitto, con la sua metropoli di Alessandria, era il naturale punto di approdo dei collegamenti marittimi con l’India.

la cultura indiana era ben presente nella vivace vita culturale dell’impero romano ancora nel II secolo, anche ad un livello popolare, soprattutto attraverso le varie versioni del Romanzo di Alessandro, o altri testi come la pseudo-lettera cinica dei gimnosofisti ad Alessandro che circolava nel II secolo.

negli editti di Asoka, l’imperatore indiano che convertì il suo paese al buddismo, tra il 269 e il 231 a.C., si parla chiaramente di missioni buddiste mandate verso le monarchie ellenistiche per convertirle al buddismo, sulle frontiere, perfino a seicento yojanas [4mila miglia] di distanza, dove governa il re greco Antioco, oltre là dove governano i quattro re chiamati Tolomeo, Antigono, Maga e Alessandro, pure se Asoka si ispirava ad un principio di tolleranza religiosa: «Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio, credendo d’esaltarlo.» (XII editto di Aśoka).

è certa la presenza di comunità buddhiste nel mondo ellenistico di quel tempo, in particolare ad Alessandria d’Egitto (menzionata da Clemente Alessandrino). Ad Alessandria sono state trovate anche lapidi buddhiste del periodo tolemaico, decorate con raffigurazioni della Ruota della Legge. Commentando la presenza di Buddhisti ad Alessandria, alcuni studiosi hanno perfino sottolineato che “Fu più tardi in questo stesso luogo che furono fondati alcuni dei più attivi centri della Cristianità” (R. Linssen, op. cit.).

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il tratto d’unione potrebbe essere rappresentato, secondo alcuni, dalla setta religiosa precristiana ebraica dei Terapeuti, che conduceva vita monastica e, secondo alcuni, potrebbe aver tratto ispirazione per il suo stile di vita ascetico dal contatto con il monachesimo buddhista.

Nel De vita contemplativa (cap. 75-89) Filone descrive le convocazioni quotidiane di preghiera della comunità dei Terapeuti sulle rive del lago Mareotis intorno ad Alessandria. Il loro modo di vivere era sobrio e severo, interamente votato allo studio delle Scritture: ciò li rendeva simili ad un’altra comunità monastica ebraica coeva, quella degli esseni. A differenza degli Esseni, però, la spiritualità dei Terapeuti non era particolarmente influenzata dalla dimensione apocalittica; inoltre, non sono documentate regole scritte particolari né la presenza di alcun “maestro di giustizia”, come presso gli Esseni.

questo farebbe escludere, però, che possano avere avuto un ruolo preciso nella nascita del cristianesimo, anche se Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, cap. 263-339) racconta le origini del cristianesimo ad Alessandria rifacendosi proprio ai Terapeuti e intende dimostrare che i Terapeuti erano monaci cristiani, nonostante ancora osservassero completamente le tradizioni giudaiche.

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insomma, per cercare di concludere l’argomento, se nel movimento suscitato da Jeshuu si trovano echi delle religioni orientali e in particolare del buddismo, questo appare come un tratto tipicamente suo e non mediato da altri gruppi religiosi ebraici.

ma proprio uno Jeshuu egiziano poteva essere ben informato sulle religioni d’Oriente, ben rappresentate da Alessandria d’Egitto, e riecheggiarle nella sua predicazione.

il mondo antico era troppo vario e multiculturale, per dover pensare che per Jeshuu l’unico modo possibile di conoscere le religioni indiane fosse di andarci; proprio uno Jeshuu egiziano era nella migliore delle posizioni possibili per conoscere questo mondo e farne proprie le concezioni più vicine alla sua sensibilità.

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ed ecco il testo integrale del discorso di Eleazar secondo Giuseppe Flavio:

Libro VII:320 – 8, 6 Ma né Eleazar meditava di fuggire, né avrebbe permesso di farlo ad alcuno dei suoi.
321 Vedendo il muro rovinato dal fuoco, non scorgendo più nessun’altra possibilità di scampo o di eroica resistenza, immaginandosi quello che i romani, una volta vincitori, avrebbero fatto a loro, ai figli e alle mogli, deliberò la morte per tutti.
322 Persuaso che in simili circostanze era questa la risoluzione migliore, raccolse i più animosi fra i suoi uomini e prese a spronarli con tali parole:
323 “Da gran tempo noi avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni né i romani né alcun altro all’infuori del Dio, perché egli solo è il vero e giusto signore degli uomini; ed ecco che ora è arrivato il momento di confermare con i fatti quei propositi.
324 In tale momento badiamo a non coprirci di vergogna, noi che prima non ci siamo piegati nemmeno a una servitù che non comportava pericoli, e che ora assieme alla schiavitù ci attireremo i più terribili castighi se cadremo vivi nelle mani dei romani. Siamo stati i primi, infatti, a ribellarci a loro e gli ultimi a deporre le armi.
325 Credo poi che sia una grazia concessaci dal Dio questa di poter morire con onore e in libertà, mentre ciò non fu possibile ad altri, che furono vinti inaspettatamente.
326 Per noi invece è certo che domani cadremo in mano al nemico, e possiamo liberamente scegliere di fare una morte onorata insieme con le persone che più ci sono care. Né possono impedirlo i nemici, che pur vorrebbero a qualunque costo prenderci vivi, né possiamo noi ormai superarli in battaglia.
327 Forse fin dal principio, quando noi decidemmo di batterci per la libertà, e ci toccò sia di infliggerci a vicenda ogni sorta di colpi sia di subirne ancor più gravi dai nemici, bisognava subito indovinare l’intenzione del Dio e capire che la stirpe dei giudei, a lui un tempo così cara, era stata ora condannata alla distruzione.
328 Che se egli ci fosse rimasto propizio, oppure non ci avesse preso tanto a malvolere, non sarebbe rimasto indifferente allo sterminio di tanti uomini né avrebbe abbandonato la sua città santa alle fiamme e alle devastazioni dei nemici.
329 Ci aspettavamo forse che solamente noi fra l’intero popolo dei giudei saremmo sopravvissuti conservando la libertà, come se non avessimo arrecato offese al Dio e non ci fossimo macchiati di alcuna iniquità, mentre ne siamo stati perfino maestri agli altri?
330 E allora, guardate come egli ci dà la dimostrazione che vane erano le nostre aspettative, infliggendoci nella sventura colpi più gravi di quelli che potevamo attenderci; 331 non solo infatti questa fortezza per sua natura inespugnabile non è valsa a salvarci, ma, dato che avevamo abbondanza di viveri e gran copia di armi e di ogni altro rifornimento, è stata evidentemente opera del Dio se ci troviamo ridotti a disperare della salvezza.
332 Le fiamme che si protendevano contro i nemici non si sono rivoltate da sole contro il muro costruito da noi, ma ciò è avvenuto a causa dello sdegno divino per le molte scelleratezze che nel nostro cieco furore abbiamo osato commettere a danno dei nostri connazionali.
333 Di tali colpe conviene che paghiamo il fio non ai nostri nemici più accaniti, i romani, ma per nostra stessa mano al Dio, e così il nostro castigo sarà anche più lieve di quello che c’infliggerebbero i vincitori.
334 Muoiano le nostre mogli senza conoscere il disonore e i nostri figli senza provare la schiavitù, e dopo la loro fine scambiamoci un generoso servigio preservando la libertà per farne la nostra veste sepolcrale.
335 Ma prima distruggiamo col fuoco e i nostri averi e la fortezza; resteranno male i romani, lo so bene, quando non potranno impadronirsi delle nostre persone e vedranno sfumare il bottino.
336 Risparmiamo soltanto i viveri, che dopo la nostra morte resteranno a testimoniare che non per fame siamo caduti, ma per aver preferito la morte alla schiavitù, fedeli alla scelta che abbiamo fatta fin dal principio”.
337 – 8, 7. Così parlò Eleazar, ma le sue parole non suscitarono identiche reazioni nell’animo dei presenti; alcuni erano ansiosi di tradurre in atto la sua esortazione e per poco non gongolavano di gioia al pensiero di fare una fine così gloriosa, 338 mentre i più pusillanimi fra loro provavano compassione per le mogli e i figli, e certamente anche per la loro prossima fine, e scambiandosi occhiate davano a vedere con le loro lacrime di non essere propensi al sacrificio.
339 Eleazar, vedendo costoro avviliti e in preda allo scoramento di fronte a una decisione così grave, temette che con i loro gemiti e le loro lacrime disanimassero anche quelli che avevano accolto con fermezza le sue parole.
340 Allora non rinunziò ai suoi incitamenti, ma riscaldandosi e lasciandosi trasportare da un gran fervore elevò il tono del suo discorso parlando dell’immortalità dell’anima e, 341 fissando dritto negli occhi con duro cipiglio quelli che piangevano, così disse:
“Che grandissimo errore, il mio, quando ho creduto che avrei partecipato alla lotta per la libertà avendo a fianco degli uomini valorosi, decisi a vivere con onore o altrimenti a morire.
342 Ma per valore e coraggio non eravate per niente diversi dalla gente comune voi, che avete paura anche di una morte destinata a liberarvi di molti affanni, mentre dinanzi a questa non dovreste né avere esitazioni né attendere consigli.
343 Da gran tempo, infatti, e sin da quando la nostra mente ha cominciato ad aprirsi, la disciplina tradizionale e i precetti divini ci hanno sempre insegnato – e i nostri avi ce l’hanno confermato con il loro agire e con il loro pensare – che per gli uomini è una disgrazia vivere, non morire.
344 La morte infatti, donando la libertà alle anime, fa sì che esse possano raggiungere quel luogo di purezza che è la loro sede propria, dove andranno esenti da ogni calamità, mentre finché sono prigioniere in un corpo mortale, schiacciate sotto il peso dei suoi malanni, allora sì che esse son morte, se vogliamo dire il vero; infatti il divino mal s’adatta a coesistere col mortale.
345 Senza dubbio, grandi cose può realizzare l’anima anche quando è prigioniera di un corpo; essa infatti fa di questo il suo organo di percezione e invisibilmente lo muove e lo guida a compiere opere che vanno al di là della sua natura mortale; 346 ma una volta che, affrancata dal peso che la trascina in basso verso la terra e ve la tiene avvinta, essa raggiunge la sua sede naturale, allora partecipa di un potere straordinario e di una forza che non patisce alcuna limitazione, continuando ad essere invisibile agli occhi umani come lo stesso Dio.
347 Essa infatti non è visibile nemmeno quando abita in un corpo: invisibilmente vi entra e invisibilmente se ne allontana, e mentre per sé conserva la sua identica natura incorruttibile, provoca la trasformazione del corpo.
348 Tutto ciò che è toccato dall’anima vive e fiorisce, tutto ciò da cui essa si diparte avvizzisce e muore: così grande è la sua carica d’immortalità!
349 A prova evidentissima di ciò che vi dico, prendete il sonno, in cui le anime, non essendo in balia del corpo, godono liberamente di un dolcissimo stato di quiete e, comunicando col Dio per l’affinità della loro natura, si aggirano dappertutto e predicono molti eventi futuri.
350 Perché dovrebbero temere la morte coloro che amano il riposo che si fruisce durante il sonno?
E come non sarebbe da pazzi agognare, mentre si è vivi, alla libertà e poi negarsi il godimento di quella eterna?
351 Noi, che riceviamo nelle nostre case un’educazione informata a questi principi, dovremmo dare esempio agli altri con l’esser sempre pronti a morire; comunque, se volessimo ricevere una conferma attingendola dagli stranieri, guardiamo agli indiani che seguono i dettami della filosofia.
352 Costoro infatti, ed è gente di prim’ordine, sopportano a malincuore il periodo della vita come un debito da pagare alla natura, 353 e non vedono l’ora di liberare le anime dai corpi; senza che alcun male li affligga o li costringa ad andarsene, presi dal desiderio della vita immortale, preannunziano agli altri di essere prossimi alla dipartita, e non c’è alcuno che cerchi di impedirglielo, ma tutti si felicitano con loro e consegnano ad essi delle lettere per i propri cari: 354 così salda e sincera è la loro fede che le anime comunicano l’una con l’altra.
355 Dopo aver raccolto tutti i messaggi, essi salgono su un rogo, perché l’anima si separi dal corpo nel massimo stato di purezza, e muoiono circondati da un coro di elogi; 356 infatti le persone maggiormente care usano accompagnarli alla morte assai più che presso altri popoli non si usa di accompagnare i cittadini che partono per un lungo viaggio, e mentre sono afflitte per sé stesse considerano beati quelli, che già raggiungono la condizione dell’immortalità.
357 E allora, non proviamo vergogna di essere inferiori agli indiani nei pensieri di fronte alla morte e di offendere turpemente con la nostra vigliaccheria le patrie leggi, che destano l’invidia di tutto il mondo?
358 Ma se anche dapprincipio con precetti opposti ci avessero insegnato che per gli uomini il sommo bene è la vita, e una calamità la morte, le presenti circostanze ci spingono a sopportarla con coraggio, dato che dobbiamo morire per volere di Dio e ineluttabilmente.
359 Da gran tempo, a ciò che pare, contro tutta quanta la stirpe dei giudei il Dio ha pronunciato questa sentenza, che noi fossimo costretti ad abbandonare la vita quando non avessimo più a usarne rettamente.
360 Non dovete infatti dar la colpa a voi stessi, o attribuire il merito ai romani, se la guerra contro di essi ci ha portati tutti alla catastrofe; ciò non accadde per la loro forza, ma per una forza ben più alta che a loro ha concesso di far la figura dei vincitori.
361 Quali armi romane sterminarono i giudei abitanti a Cesarea?
362 Costoro in verità non avevano nemmeno l’intenzione di partecipare alla rivolta, ma mentre erano intenti a festeggiare il sabato si videro piombare addosso il popolo dei Cesariensi e, sebbene non opponessero resistenza, vennero sterminati assieme alle mogli e ai figli senza alcun riguardo per i romani, che consideravano nemici soltanto noi che eravamo insorti.
363 Qualcuno dirà che i Cesariensi erano sempre in contrasto con i giudei residenti nella loro città, e che colsero l’occasione per dar sfogo al vecchio rancore. Che dire allora dei giudei di Scitopoli?
364 Questi ebbero l’ardire di unirsi ai greci nel far guerra a noi, e non vollero unirsi a noi, loro connazionali, nella resistenza ai romani.
365 Ebbene, fu certamente un gran profitto quello che ricavarono dalla loro simpatia e dalla loro lealtà verso di essi! Da costoro infatti, a ricompensa dell’alleanza, vennero spietatamente trucidati con tutte le loro famiglie, 366 e la sorte che c’impedirono d’infliggere a quelli la subirono poi essi stessi, quasi avessero avuto l’intenzione di scatenare l’eccidio.
Sarebbe ora troppo lungo specificare ad uno ad uno i casi come questi; 367 infatti voi sapete che fra le città della Siria non ve ne fu una che non fece strage dei giudei residenti, sebbene costoro fossero più avversi a noi che ai romani.
368 Così il popolo di Damasco, pur non riuscendo a inventare un pretesto plausibile, riempì la sua città di nefanda strage sterminando diciottomila giudei con le mogli e i figli.
369 Il numero, poi, di coloro che in Egitto perirono fra i supplizi superò forse, a quanto si dice, i sessantamila.
Questi può darsi che abbiano fatto una tal fine perché, trovandosi in terra straniera, non ebbero modo di resistere ai nemici; ma a tutti coloro che sul patrio suolo intrapresero la guerra contro i romani che cosa mancava di ciò che può infondere la speranza di sicura vittoria?
370 Armi, mura, fortezze inespugnabili, e una volontà incrollabile di fronte ai pericoli per la libertà, ispirarono in ciascuno il coraggio della ribellione.
371 Ma tutte queste cose bastarono solo per poco, e dopo averci illusi con le speranze si rivelarono il principio di più grandi mali. Infatti tutte furono espugnate, tutte caddero in mano dei nemici, come se fossero state apprestate per rendere più gloriosa la loro vittoria, non per salvare chi le aveva predisposte.
372 Felici sono da ritenere i caduti in combattimento, morti per difendere la libertà, non per tradirla; ma chi potrebbe non commiserare la moltitudine dei prigionieri fatta dai romani?
Chi non s’affretterebbe a morire prima di provare le loro sofferenze?
373 Alcuni di essi sono periti straziati dagli strumenti di tortura e fra gli spasimi del fuoco o delle battiture; altri, semidivorati dalle belve, furono conservati vivi per esser ancora una volta gettati in pasto a quelle, facendo ridere e divertire i nemici.
374 Ma più infelici fra tutti sono da considerare quelli che ancora vivono, che più volte hanno implorato la morte senza riceverla.
375 Dov’è ora la grande città, la madrepatria di tutto il popolo dei giudei, difesa da tante linee di fortificazione, circondata da tanti baluardi e immense torri, quella che a stento riusciva a contenere gli apprestamenti difensivi di cui era dotata e possedeva un numero così sterminato di uomini pronti a combattere per lei?
376 Che fine ha fatto quella città che credevamo abitata dal Dio?
Estirpata fin dalle fondamenta è stata strappata via, e a ricordo ne rimane solo la moltitudine degli uccisi che ancora restano fra le sue macerie.
377 Presso le ceneri del santuario se ne stanno dei miseri vecchi e poche donne riservate dal nemico al più infame oltraggio.
378 Chi di noi, pensando a tali miserie, avrà ancora il coraggio di guardare la luce del sole, pur potendo vivere senza pericoli?
Chi sarà tanto nemico della patria, tanto vile e attaccato alla vita da non provare il tedio di essere tuttora vivo?
379 Magari fossimo tutti morti prima di vedere quella santa città crollare sotto i colpi dei nemici, e il sacro tempio empiamente distrutto fin dalle fondamenta.
380 Ci fu di sprone la non ignobile speranza di poter forse un giorno far le sue vendette sui nemici, ma poiché tale speranza è ora svanita, e ci ha lasciati soli nell’ora suprema, non indugiamo a fare una morte gloriosa, muoviamoci a pietà per noi stessi, per le mogli e per i figli, finché possiamo ancora trovare misericordia da parte nostra.
381 Siamo nati per morire, noi e quelli che abbiamo generato, e a questo destino nemmeno i più fortunati possono sottrarsi; invece l’essere sopraffatti e gettati in catene, 382 e il vedere le mogli trascinate alla vergogna assieme ai figli, non sono mali inevitabili perché imposti all’uomo dalla natura, ma sono mali che per la sua viltà deve sopportare chi potrebbe evitarli con la morte e non vuole.
383 Fieri del nostro coraggio noi demmo inizio alla ribellione ai romani, e ora che siamo alla fine abbiamo respinto le loro profferte di perdono.
384 Chi non immagina la loro ferocia se ci prenderanno vivi?
Sventurati i giovani, che per la robustezza del corpo resisteranno a molti supplizi, sventurati gli anziani, la cui età non potrà sopportare tali tormenti!
385 Chi vorrà vedere la propria moglie trascinata a forza e sentire la voce del proprio figlio che invoca il padre, mentre le sue mani sono strette in catene?386 Ma finché queste sono libere e hanno una spada da impugnare, ci rendano un generoso favore; moriamo quando ancora i nemici non ci hanno ridotti in schiavitù, e da esseri liberi diamo un addio alla vita con le mogli e i figli.
387 Questo c’impongono le leggi, questo ci chiedono supplichevoli le mogli e i figli; tale destino ci ha riservato il Dio, mentre i romani vorrebbero tutto il contrario, preoccupati che qualcuno di noi abbia a morire prima della tortura.
388 E allora, invece dell’esultanza che speravano di provare impadronendosi di noi, affrettiamoci a lasciar loro lo stupore per la nostra fine e l’ammirazione per il nostro coraggio”.
389 – 9, 1. Eleazar avrebbe voluto proseguire con le sue parole d’incitamento, ma tutti lo interruppero impazienti di metterle in atto sotto la spinta d’un’ansia incontenibile; come invasati, se ne partirono cercando l’uno di precedere l’altro e reputando che si dava prova di coraggio e di saggezza a non farsi vedere tra gli ultimi: tanta era la smania che li aveva presi di uccidere le mogli, i figli e sé stessi.
390 Né, come ci si sarebbe potuto attendere, si affievolì il loro ardore nel passare all’azione, ma conservarono saldo il proponimento maturato ascoltando quelle parole e, sebbene tutti serbassero vivi i loro affetti domestici, aveva in loro il sopravvento la ragione, da cui sentivano di essere stati guidati a decidere per il meglio dei loro cari.
391 Così, mentre carezzavano e stringevano al petto le mogli e sollevavano tra le braccia i figli baciandoli tra le lacrime per l’ultima volta, 392 al tempo stesso, come servendosi di mani altrui, mandarono a effetto il loro disegno, consolandosi di doverli uccidere al pensiero dei tormenti che quelli avrebbero sofferto se fossero caduti in mano dei nemici.
393 Alla fine nessuno di loro non si rivelò all’altezza di un’impresa così coraggiosa, ma tutti uccisero l’uno sull’altro i loro cari: vittime di un miserando destino, cui trucidare di propria mano la moglie e i figli apparve il minore dei mali!
394 Poi, non riuscendo più a sopportare lo strazio per ciò che avevano fatto, e pensando di recar offesa a quei morti se ancora per poco fossero sopravvissuti, fecero in tutta fretta un sol mucchio dei loro averi e vi appiccarono il fuoco; 395 quindi, estratti a sorte dieci fra loro col compito di uccidere tutti gli altri, si distesero ciascuno accanto ai corpi della moglie e dei figli e, abbracciandoli, porsero senza esitare la gola agli incaricati di quel triste ufficio.
396 Costoro, dopo che li ebbero uccisi tutti senza deflettere dalla consegna, stabilirono di ricorrere al sorteggio anche fra loro: chi veniva designato doveva uccidere gli altri nove e per ultimo sé stesso; tanta era presso tutti la scambievole fiducia che fra loro non vi sarebbe stata alcuna differenza nel dare e nel ricevere la morte.
397 Alla fine i nove porsero la gola al compagno che, rimasto unico superstite, diede prima uno sguardo tutt’intorno a quella distesa di corpi, per vedere se fra tanta strage fosse ancora rimasto qualcuno bisognoso della sua mano; poi, quando fu certo che tutti erano morti, appiccò un grande incendio alla reggia e, raccogliendo le forze che gli restavano, si conficcò la spada nel corpo fino all’elsa stramazzando accanto ai suoi familiari.
398 Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; 399 invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 400 novecentosessanta furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, 401 e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico.

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