Dandamis e i filosofi itineranti cinici, Alessandro Magno e i bramini (Pap. Gen. 271) – Jeshuu in India? Appendice 2 – 2a parte – 470

vorrei provare a concludere la serie di post che immaginavo all’inizio breve, sulle tradizioni createsi in India (e perfino in Giappone) su un ipotetico soggiorno di Jeshuu da quelle parti, e perfino sull’esistenza di due presunte tombe sue, che qualcuno ha considerato prove storiche di quel che raccontano, estendendo anche alle leggende buddiste, islamiche, induiste e shintoiste su Jeshu la pretesa di verità che hanno le leggende cristiane.

ho trovato molto interessante esaminarle, quelle altre, da noi poco conosciute, per cercare punti di contatto con l’originario pensiero cristiano; infatti penso che indubbiamente Jeshuu era stato influenzato dalle religioni dell’India, se è vero che si era formato nell’ambiente multiculturale dell’Alessandria dell’inizio del I secolo.

le tradizioni religiose dell’India erano state uno dei punti centrali dei racconti dedicati alla spedizione di Alessandro Magno fino alle rive dell’Indo, tre secoli prima e si erano in particolare collegate al pensiero della tradizione filosofica cinica, che ha peraltro molti ed evidenti punti di contatto col cristianesimo nascente.

avevo promesso di ripubblicare qui la traduzione che, credevo, avevo fatto cinquant’anni fa quasi, della più importante di queste testimonianze, un resoconto dell’incontro di Alessandro sulle rive dell’Indo con alcuni guru che vivevano asceticamente nudi in quella zona, e i greci li chiamarono gimnosofisti, filosofi nudi: testo che fu l’oggetto della mia tesi cinquant’anni fa (quanto ai guru che vivevano nudi, mi è capitato di incontrarne tre, in una grotta, in uno dei miei viaggi in India, duemila anni dopo…).

con mia sorpresa, però, ripescata la tesi dall’archivio, non ho trovato questa traduzione come suo allegato: penso oggi che certamente sarebbe stata una pesante caduta di tono nell’ambiente di Lettere Classiche, dove i testi si leggevano e capivano soltanto in greco e latino; cercandola tra le varie mie carte messe da parte neppure l’ho trovata, nonostante il mio preciso ricordo di averla scritta allora.

e quindi il cerchio si chiude simbolicamente oggi, mezzo secolo dopo, quando ricucio le varie note sparse qua e là nella tesi e le completo in tutto organico e pubblico per la prima volta questa traduzione.

ricordo ancora che il testo che sto traducendo è quello di un papiro arrivatoci in 170 frammenti, che alcuni studiosi hanno ricomposto in modo qua e là diverso (tra loro io, allora), e la traduzione è quella della mia ricostruzione; siccome il papiro è frammentario, l’inizio è casuale; vedremo subito dopo che cosa c’era, presumibilmente, sia prima sia dopo i frammenti che il papiro ci ha restituito.

chiudo tra parentesi quadre le parti più incerte, perché prive di riscontro papiraceo del testo originale.

. . .

è Dandamis, uno dei gimnosofisti o bramini – il testo li chiama brachmani -, che sta parlando ad Alessandro Magno.

22. [Nello stesso modo] ce ne andremo [da questo mondo, tu ed io]. Possiedo tanta terra quanta ne possiedi tu e ogni uomo. E anche se tu diventerai padrone di tutti i fiumi del mondo, bevi sempre tanta acqua quanta ne bevo io. E io non devo combattere né farmi ferire né devasto città; e ho tanta terra e tanta acqua quanta ne hai tu e ho tutto. E non desidero nulla.

23. Impara da me questa regola di saggezza: non voler nulla e tutto è già tuo e non ti mancherà nulla. Il desiderio è padre della mancanza, che si cura con la cattiva medicina della pena.

24. Sarai ricco come me se ti accosti a me, possiederai i miei stessi beni. Dio mi è amico ed io converso con le Sue opere, non ascolto uomini malvagi. Il cielo mi fa da tetto, la terra tutta mi fa da letto, tutti i fiumi sono al mio servizio, le foreste sono la mia tavola. Non mangio carni come i leoni, non divento la tomba di animali selvatici, non viene sepolto in me niente di vivo. La terra mi dà il suo frutto, come una madre dà il latte; ed io non bevo il sangue di colei che mi è madre e non divoro animale, ma quello che mi dà la natura.

25. E tu cerchi quale particolare sapienza io conosco? Come vedi da te, vivo conforme alla mia natura, come sono stato generato. Conosco quello che Dio fa. Voi invece vi stupite di quello che accade giorno per giorno: piogge, fulmini, siccità. Come, da dove e in che modo accadono io li prevedo. E mi rallegra tutto questo.

26. Che cosa dici che sia meglio? colpire oppure difendere gli uomini? distruggere tutto con la guerra o diffondere la pace? Che cosa conviene di più ai figli di Dio? E noi vediamo che il re viene da me, spinto dalla sue paure, come da un amico, e io lo convinco a dare a tutti i beni che sono di Dio. Non l’oro, o re, ma questa mia voce ti può aiutare.

27. Ma se tu mi ucciderai, io non mi turbo: andrò dal mio Dio. Lui conosce la giustizia, nulla sfugge ai suoi occhi. Tu, quando hai vinto tutti, non hai dove sfuggire a Lui: Dio ha curvato il cielo attorno a noi, come un muro. Ci ha chiuso nella carne permettere alla prova come viviamo, una volta che ci siamo allontanati da lui e siamo discesi, ma quando risaliremo ci chiederà conto. Quindi non distruggere quello che Dio fonda, non versare il sangue delle città, non attraversare popoli di morti. Vivi cercando te stesso, non la morte degli altri.

28. Perché mai, nato con un’anima sola, ne vuoi distruggere tante? Perché ti rallegri dei mali del mondo? Perché ridi in mezzo a tante lacrime? Questo tempo che hai trascorso qui in un luogo deserto, lo hai vissuto per te stesso. Qui non provi paura e non commetti ingiustizia. Ma se veramente lo cerchi, potrai dare prova di valore anche qui. Butta lontano da te questo pelo di pecora che ti ricopre nelle vesti; non nasconderti sotto una morta copertura. Viene messa alla prova anche nella solitudine l’anima. Perché odii guardare te stesso? Ti è più bello guardare una veste estranea che il tuo stesso corpo?

29. Non sceglieresti mai la nostra vita, lo so: non sei così felice. Ti aspettano i Macedoni, per saccheggiare città; soffrono oggi, se un popolo si salva; sono soldati soltanto delle loro cupidigie e hanno te come pretesto.

30. Quando potrai ricevere dagli dei un’altra vita, per vivere anche per te stesso? Ora infatti vivi per saccheggi e massacri: di quelli hai frutti, questi hai compiuto e, se non metterai fine alla prepotenza, altri ne commetterai ancora. Ma in che condizione ti vedrò quando ti guarderò dal cielo? E io ti ricorderò le mie parole quando non avrai più con te né cavalli né armi. Piangerai per avere perso la tua vita tra uccisioni e paure. Allora mi dirai, quando non avrai niente altro che i ricordi dei mali commessi: “Eri un buon consigliere, Dandamis: ora infatti sperimento che cosa attende gli uomini tra gli dei”. Ma a niente ti servirà allora cambiare idea.

31. – Alessandro ascoltava volentieri e non si adirò. C’era infatti anche in lui qualche traccia dello spirito (pneuma) divino, ma lo spingeva al male per impulso del malvagio popolo greco. E disse:

32. “Dandamis, o beato, so che dici la verità. Dio ti ha generato in luoghi dove è possibile essere felici, vivendo senza paura e nella vera ricchezza.

33. Ma io convivo con paure e turbamenti; e infatti temo le guardie che mi circondano più di quelli che mi fanno guerra aperta: peggiori per me sono quelli che mi si dichiarano amici e mi tendono insidie giorno per giorno. E non posso né vivere senza di loro né fidarmi vivendo con loro. E io che di giorno sconvolgo i popoli, di notte sono sconvolto dalla paura. Ma se ucciderò coloro che mi ispirano sfiducia, mi rattristerò; ma se vorrò essere mite, sarò svalutato.

34. Come posso cavarmela in mezzo a tanti pericoli non lo so. Se volessi vivere in questi luoghi deserti, come te, non mi sarebbe possibile. Mi giustificherò davanti a Dio col dire che questa carica l’ho ottenuta per volontà sua.

35. Ma tu, poiché mi hai confortato con le tue parole e mi hai distolto dai miei conflitti, accetta i miei doni. E’ un beneficio per me rendere onore alla tua saggezza”.

36. Detto questo, fece un cenno ai suoi servi e questi gli portano oro coniato e non coniato, argento, vesti e pelli di pecora e vino e pani e olio d’oliva. Vedendoli Dandamis rise dicendo:

37. “Potrai forse convincere gli uccelli che vivono in questa foresta ad accettare i tuoi doni e a cantare meglio del solito? E se questo è impossibile, vorrai che io sia peggiore di loro? Quel che non mangio e non bevo non lo prendo; non prendo quello che è inutile né mi do pena di occuparmi di qualche proprietà dannosa per me e non intendo mettere in catene la mia anima che è libera né ridurrò in schiavitù il mio pensiero. Né voglio comperare alcunché, io che vivo in luoghi deserti; Dio mi dà i suoi doni, senza volerne in cambio. Dio infatti non vende nulla in cambio d’oro e vuole regalare i suoi beni, se gli uomini sanno accettarli.

38. Sono avvolto nella veste, la mia pelle, che mia madre mi ha messo addosso quando mi ha partorito, e sono libero nell’aria, mi guardo volentieri, non metto attorno al mio corpo nessun legame. e a me rende più dolce del miele l’acqua del fiume, la sete; l’ho come ancella che mi mette a disposizione quel che mi dà piacere; se questi pani erano il tuo cibo, perché li hai cotti nel fuoco? non mi cibo di quello che il fuoco ha lasciato indietro. Si cibi di loro il fuoco che li ha consumati. Per onorare te che onori la sapienza, accetto l’olio.

39. [Detto questo, Dandamis si alzò e girando per la foresta raccolse della legna e ne fece un grande mucchio dicendo: “Un brachmano ha tutto e si ciba in abbondanza di tutto, come desidera”. E, alzando gli occhi al cielo, gli diede fuoco, versandoci sopra l’olio e cantò un inno a Dio, ringraziandolo, finché tutto fu consumato.]

40. Ma quando Alessandro vide questo, se ne andò, riportando i doni che aveva recati, meravigliato. Dandamis disse:

41. Così siamo tutti. Ma Kalanos viveva assieme a noi, ma ha imitato la nostra vita solo per breve tempo. E poiché non era per sua natura amico di Dio, se ne andò dai Greci e, contro le usanze degli Indiani, si bruciò nel fuoco immortale. Ma tu, che ti dici signore di popoli malvagi, calunni i brachmani e li fai uccidere tutti, credendo a false accuse, cose che un uomo buono non dovrebbe fare.

[42. Noi infatti sappiamo di dovere restituire a Dio il Lògos della nostra vita, quando ritorneremo a Lui. E voi, come potete passare al nostro modo di vita, se vivete così malamente, dimentichi di tutto ciò che è buono? Invece noi Brachmani ci ricordiamo come siamo stati generati e guardiamo come possiamo condurre in modo irreprensibile la nostra vita, vivendo in perfetta serenità. Lieti nella nostra solitudine, sedendo in mezzo agli alberi, rivolgiamo la nostra mente a Dio, perché per le chiacchiere degli uomini la nostra mente non distolga i nostri occhi da Dio. Infatti è divino vivere per se stessi.]

43 Beato colui che non ha bisogno di nulla; e occorre che chi vuole piacere a tutti sia malvagio e schiavo; il simile è amico del simile. Non abbiamo bisogno di avere città, luogo di incontro di uomini torbidi; per noi Dio ha fondato come case i monti e le foreste, [dai quali ricaviamo semplici frutti e purissime acque, doni della natura, riposandoci volentieri sdraiati sulle foglie.

44 Come potete comandare a uomini liberi?, se sapete di essere voi stessi schiavi dei molti, voi che obbedite alle vostre anime fameliche di tutto. Se infatti volete avere delle vesti, dovete servirvi di molti, dal pastore al tosatore e al tessitore. Non dirmi: Non porto vesti eleganti. La schiavitù è la stessa anche per gli Indiani. Chi desidera anche soltanto un poco d’oro, vuole saccheggiarne molto. Andate superbi anche della porpora che portano i vostri schiavi e siete orgogliosi di portarne voi anche solo una piccola traccia. Ma se per voi è bello quello che è raro, siete proprio dei miserabili e ammirate le inezie.

45 [Uccidete volentieri gli esseri viventi che la terra genera: alcuni li tosate, altri li mungete, di altri vi servite per coltivare i campi, con altri combattete nel circo. E questi li uccidete ingiustamente e questa è la ricompensa che gli date per il bene che vi fanno. Il loro manto vi copre di fuori, le loro carni vi appesantiscono di dentro e cominciate ad essere i loro sepolcri viventi. Ma una mente gravata da tali comportamenti fuori posto può accogliere dentro di sé la mente di Dio?]

. . .

qui mi fermo, un momento: il papiro non ci restituisce il testo intero, è una raccolta di frammenti della parte centrale; possiamo IMMAGINARE in modo approssimativo che cosa potesse esserci scritto nella parti che mancano, arrivandoci attraverso l’esame delle trascrizioni, traduzioni, riutilizzazioni che ne sono state fatte in opere più tarde, e in particolare in un testo latino chiamato Commonitorium Palladii del V secolo, che lo ha integrato, manipolato, cristianizzato, equivocato, dislocando alcune parti e modificandone profondamente lo stile; ma la ricostruzione del testo nelle parti per le quali non vi è corrispondenza fra i resti papiracei è arbitraria, fatta ad orecchio; qui le ho indicate mettendole fra parentesi quadre.

. . .

però ancora una volta, come mezzo secolo fa, questo testo ha la capacità profonda di promuovermi e turbarmi: lo trovo di una eccezionale potenza, espressiva e di pensiero, ed è una sintesi molto efficace dei punti centrali della filosofia cinica che divenne, all’inizio del II secolo d.C. per qualche decennio la principale ideologia di opposizione all’imperialismo romano.

qui non è difficile riconoscere nel pacifismo radicale opposto ad Alessandro Magno una critica ferma all’espansionismo militare romano e Alessandro diventa la grande metafora di un impero aggressivo e giudicato guerrafondaio.

ma i punti di contatto col messaggio di Jeshuu sono molti di più, e non è questa la sede per sottolinearli tutti: mi limiterò al monoteismo attorno all’idea di un Dio paterno e benevolo che fornisce agli uomini tutto il necessario per vivere, se sanno limitare i loro consumi e recuperare un rapporto autentico con i bisogni essenziali della loro esistenza.

mi colpisce in particolare una analogia, che trovo molto stretta, con l’insegnamento di Jeshuu di non preoccuparsi di accumulare beni e ricchezze, ma di affidarsi al Dio buono che regala a chiunque il necessario.

19 Non accumulate per voi tesori sulla terra […] 25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete […] 26 Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. […] 28 E per il vestito, perché vi preoccupate? […] 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». […] 34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Matteo, 6, 24-34

. . .

quindi possiamo pensare a Jeshuu come a una specie di trasposizione nel mondo ebraico di una specie di guru indiano, di yogi?

se volete, accomodatevi pure…

ma non è certamente l’unico modo in cui la sua figura e la sua azione potevano essere interpretate: Eleazar, quando fece comporre l’Annuncio del Nuovo Regno, non lo vide certo in questa maniera.

più vicino all’idea è semmai il fratello gemello Judas, che ne raccolse i Detti, o fu comunque all’origine della loro trasmissione, pieni effettivamente di echi e risonanze orientali.

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