Dandamis e i filosofi itineranti cinici: Alessandro Magno e i bramini nel Commonitorium Palladii – Jeshuu in India? Appendice 2 – 3a parte – 518

nel post precedente ho fornito una veloce traduzione del testo ricostruito del Pap. Gen. 271 (quello su cui feci la mia tesi di laurea in Letteratura Greca, nel 1971 all’Università Statale di Milano, relatore il prof. Del Corno): secondo la mia interpretazione, una lettera, ovviamente pseudo-epigrafa, cioè non autentica, che si immagina scritta collettivamente ad un interlocutore non identificato da un gruppo di gimnosofisti indiani, cioè di guru, come li definiremmo oggi, che vivono asceticamente nella foresta, e racconta l’incontro tra Dandamis, anche lui gimnosofista, un bramino – o brachmano, come qui viene chiamato – che vive nudo nella foresta sulle rive dell’Indo, assieme ad altri, e Alessandro Magno, che lì è arrivato con i suoi soldati per conquistare l’India – ma proprio da lì dovrà cominciare il ritorno, per il rifiuto del suo esercito di andare avanti.

il papiro, come abbiamo visto, contiene soltanto la parte centrale del testo originario e questo venne in seguito variamente rielaborato e riutilizzato sia nel Romanzo di Alessandro, un testo di letteratura popolare, e in altri testi dello stesso tipo che ne derivarono, sia più tardi nel 5o secolo ad opera di un certo Palladio, vescovo cristiano, che lo rielaborò cristianizzandolo, sotto il titolo di Commonitorium (sempre che l’autore sia veramente lui), e lo attribuì al filosofo stoico Arriano – cosa impossibile, dato che il papiro dimostra che l’opera originaria è precedente.

ma Arriano aveva scritto un’opera fondamentale sull’India, l’unica che ci è arrivata dal mondo antico su questo argomento, gli Indikà, Cose indiane, e anche l’Anabasi di Alessandro, in sette libri, sulla spedizione fallita di Alessandro Magno verso quella regione, ed era quasi obbligatorio riferire il testo a lui, per renderlo credibile.

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qui, assieme alla traduzione dell’originale contenuto nel papiro nella sua parte centrale, presento l’inizio e la fine del testo confluito nel Commonitorium Palladii nella forma approssimativa che possiamo pensare avesse, eliminando almeno le interpolazioni cristiane più evidenti.

l’operazione è sommaria e impressionistica e serve soltanto ad avere una vaga idea del documento originario; è una specie di ricostruzione arbitraria del testo come lo si può immaginare; d’altra parte la parte conservata ha uno stile così particolare che non può essere riprodotto e rimane estraneo a questa ricostruzione, dove si trovano anche ripetizioni di concetti già visti, che non sappiamo quanto possano essere dell’originale e quanto del suo rielaboratore di quattro secoli dopo.

forse questo apparirà senza senso dal punto di vista filologico – e infatti lo è – e anche storico, perché ci si muove su un terreno fortemente incerto e del resto neppure pretende di fornire un testo rigorosamente documentabile; tuttavia serve a cogliere almeno indicativamente i temi di questo movimento filosofico a cui va ricondotto: il cinismo, che rinacque nell’impero romano del I e II secolo d.C. attraverso le figure di filosofi itineranti che portavano il loro messaggio di radicale contestazione del presente di città in città, vivendo delle offerte che raccoglievano con le loro manifestazioni pubbliche: troppo simili in questo ai predicatori cristiani, con i quali spesso finivano col confondersi in alcuni valori di fondo.

per questo trovo che questo testo sia utile per chiudere questa mia breve ricerca sui rapporti tra il cristianesimo nascente e il pensiero indiano, dando piena prova che non occorreva andare fino in India per conoscerlo, negli anni nei quali avvenne in Egitto la formazione di Jeshuu.

nello stesso tempo emergono importanti punti di contatto tra il pensiero indiano, come qui rappresentato e la filosofia cinica, improntata a solidarismo, anti-consumismo, rifiuto del lusso, vegetarianesimo, teismo, spirito di libertà, nel nome di una vita radicalmente naturale e di un radicale pacifismo (dove si parla di Macedoni si deve pensare ai Romani; dove si critica l’imperatore Alessandro, la protesta va compresa come rivolta contro l’impero di Roma); e non è fuori posto ricordare che ritroviamo questi valori anche nel cristianesimo delle origini; potrebbe sembrare che nel cristianesimo, per come lo intendiamo oggi, non potesse trovare spazio la scelta della dieta vegetariana come obbligo morale, ma soltanto perché ignoriamo che per molto tempo ci fu aperto dibattito su questo nel mondo cristiano; vegetariani del resto erano gli esseni, che furono per qualche aspetto i precursori del cristianesimo; e per secoli i principali esponenti della Chiesa invitarono ad astenersi dalla carne (La dieta senza carne, che apparteneva allo stato originario dell’uomo, ricominciò con la venuta di Cristo. Da allora non ci è più permesso ripudiare la moglie né mangiare la carne. Girolamo).

un ulteriore punto di contatto tra il pensiero cristiano e quello dei cinici sta nella fede nell’immortalità come strumento di resistenza che svuota di contenuto le minacce del potere: la morte non fa paura a chi ha la sicurezza che lo ricongiunge a Dio.

per chi se lo ricorda, questo è esattamente il concetto chiave dell’ultimo discorso che nella tragica fine della rivolta contro Roma, secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, l’ultimo capo ribelle Eleazar (che è secondo me proprio l’Eleazar del Vangelo secondo Giovanni e il seguace prediletto di Jeshuu, secondo quanto lì si dice) tiene ai suoi nella fortezza di Masada, circondata dai Romani ed impossibilitata a resistere, per convincerli al suicidio collettivo: Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, 7, 343: Per gli uomini è una disgrazia vivere, non morire. 344 La morte infatti, donando la libertà alle anime, fa sì che esse possano raggiungere quel luogo di purezza che è la loro sede propria, dove andranno esenti da ogni calamità, mentre finché sono prigioniere in un corpo mortale, schiacciate sotto il peso dei suoi malanni, allora sì che esse son morte, se vogliamo dire il vero; infatti il divino mal s’adatta a coesistere col mortale.

e non ritroviamo forse concetti analoghi nel discorso dei brachmani ad Alessandro? 27 Ma se tu mi ucciderai, io non mi turbo: andrò dal mio Dio. […] Dio […] ci ha chiuso nella carne per mettere alla prova come viviamo, una volta che ci siamo allontanati da lui e siamo discesi, ma quando risaliremo ci chiederà conto.

ed esplicitamente Eleazar nel discorso si richiama poco dopo agli indiani come protagonisti di questo modo di pensare: impossibile non credere che questo testo cinico, o almeno le tradizioni su cui esso si fonda, non fossero conosciuti quanto meno da Giuseppe Flavio, più o meno contemporaneo a lui, e che inventa questo discorso certamente ricostruito in base a vaghi criteri di verosimiglianza.

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a margine, un problema particolare e molto interessante è posto da questo passo nel paragrafo 5 da questa frase: E’ lo stesso essere ingannati e lasciarsi persuadere in fretta; commette ingiustizia infatti chi inganna contro l’ingannato, ma commette ingiustizia anche chi si lascia persuadere, credendo al mentitore prima di conoscere la verità.

la cosa è molto sorprendente perché questo concetto ritorna molto simile nel trattato Della menzogna di Agostino di Tagaste, 3, 3: Ma anche se non mentisce, non è esente da colpa, se presta fede a cose da non credersi o se pensa di conoscere le cose che viceversa non conosce, anche se si tratta di cose in sé vere. Egli infatti ritiene di conoscere ciò che invece non conosce.

poiché Agostino (354 – 430) e Palladio (364-420 ca) sono quasi esattamente coetanei, non è chiaro che rapporto può essere intercorso fra loro a questo proposito; però la frase dovrebbe essere una interpolazione cristiana, cioè di Palladio, in questo testo originario, dove apparirebbe un poco appiccicata; molto più difficile pensare che Agostino si sia ispirato a questo testo di qualche filosofo cinico.

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nel testo che segue reinserisco anche i capoversi 22-45, già pubblicati nel post precedente per dare un’idea globale del testo.

Commonitorium Palladii, II

[3. I brachmani dicono questo ad Alessandro: – questa dedica è probabilmente posticcia: non ha molto senso infatti che i brachmani scrivano proprio ad Alessandro per farli il resoconto del loro incontro; il destinatario della lettera doveva essere un altro, qualcuno del suo seguito, forse proprio Arriano?; e quindi probabilmente anche la frase iniziale è manipolata per adeguarla a questo scenario; infatti contrasta col finale, dove l’interlocutore viene invece invitato in India.

se il destinatario è Arriano, come penso, acquista significato preciso e appropriato anche la polemica iniziale contro il gimnosofista Calanos, che aveva seguito Arriano, che faceva parte della spedizione, ed Alessandro alla corte di Babilonia, e lì si era bruciato sul rogo, quando aveva saputo di essere vicino alla morte; la sua figura aveva avuto giudizi positivi nell’opera di Arriano: di qui l’accusa dei gimnosofisti di essere stati calunniati – da Arriano, attraverso una falsa rappresentazione delle loro scelte di vita.

di conseguenza dobbiamo riconoscere in questo testo cinico del I secolo anche il valore di una polemica interna ricolta contro il cinismo moderato, rappresentato da Arriano, che finisce con l’essere pericolosamente vicino alla filosofia quasi ufficiale dell’impero in quel periodo, lo stoicismo.

quindi è possibile, in conclusione, che il titolo originario fosse: I Brachmani ad Arriano.

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3. Cercando la sapienza sei venuto] da noi, qui; ciò che noi brachmani mettiamo al primo posto, perché è la cosa più regale della nostra vita: il filosofo infatti non è comandato, ma comanda; nessun uomo infatti lo domina. Ma poiché sappiamo che fino ad ora siamo stati calunniati da te, ora sei venuto a godere di discorsi di verità.

4. Calanos infatti fu per noi uomo cattivo e attraverso Calanos voi Greci avete conosciuto i brachmani. Non gli bastò bere l’acqua buona di saggezza nella Beroàm e mangiare i derivati del latte, ma volle avere ricchezza nemica dell’anima; e così in lui si accese un fuoco terribile e lo allontanò dalla sapienza verso il piacere. Di noi brachmani nessuno va sui carboni o piuttosto vi si rotola, né il dolore consuma il nostro corpo, ma il nostro cibo è vita, medicina di salute.

5. Siamo senza ricchezza, secondo natura; e come a tutti alla nostra vita segue la morte. Ma alcuni degli uomini mortali imparano discorsi falsi e con nuove frecce ci saettano, ma non danneggiano la nostra libertà. [E’ lo stesso essere ingannati e lasciarsi persuadere in fretta; commette ingiustizia infatti chi inganna contro l’ingannato, ma commette ingiustizia anche chi si lascia persuadere, credendo al mentitore prima di conoscere la verità.] La calunnia infatti è la madre della guerra e genera l’ira tra gli uomini e, spinti da questa, gli uomini combattono e fanno guerra, Alessandro.

6. Uccidere gli uomini non è valore; è infatti opera degna di un pirata. Valore invece è combattere col corpo nudo contro i cambiamenti del tempo ed eliminare i desideri del ventre e vincere i nemici che abbiamo dentro, piuttosto. Questi, dunque, cerca di vincere, prima, Alessandro, questi uccidi. Se solo vincerai questi, non avrai bisogno di combattere gli altri di fuori. Non vedi che vinci i nemici che hai fuori e sei vinto da quelli di dentro? E quanti re ti sembra che tiranneggino la demenza degli idioti? Vista, udito, olfatto, gusto, tatto, lingua, ventre, sesso, e tutto il potere del corpo. E molte anche da fuori, come padrone implacabili e tirannidi insaziabili, ordinano cose senza fine: passioni, avidità di denaro, desiderio di piacere, uccisioni a tradimento, accoppiamenti, discordie. Di tutte queste passioni e di altre più numerose sono servi i mortali, per loro uccidono e sono uccisi.

7. Noi brachmani abbiamo vinto queste guerre interne ed esterne e per il resto siamo sani; ci riposiamo guardando foreste e cielo e ascoltiamo il canto melodioso degli uccelli e il grido delle aquile, ci circondiamo di foglie e viviamo all’aria, mangiamo frutti e beviamo acqua, cantiamo inni al Dio e desideriamo quello che accadrà, non ascoltiamo niente che non ci giovi. Tali cose viviamo noi brachmani, senza fare molti discorsi e tacendo.

8. Voi dite quel che non bisogna fare e fate quel che non bisogna dire. Per voi nessun filosofo sa, se non parla: la vostra mente infatti è la lingua e avete il cervello sulle labbra. Raccogliete oro e argento, avete bisogno di schiavi e di grandi case, inseguite le cariche, mangiate e bevete tanto quanto gli animali, non vi accorgete di essere sciocchi; vi vestite mollemente, fate tutto con faciloneria e per quel che fate cambiate idea, parlate contro voi stessi come dei nemici e, avendo il possesso della lingua, per lei vi combattete; i migliori fra voi sono i muti, perché non accusano se stessi.

9. Ritenete che possa darvi gloria mettere anelli sulle vostre dita. Vi vediamo adornati d’oro, come se foste donne. Eppure sapete che quest’oro, per cui vi ritenete importanti, non può esservi di nessuna utilità per quanto riguarda la verità. Le anime non si innalzano con l’oro né l’oro può nutrire i corpi, ma al contrario sia le anime sia i corpi sono danneggiati da lui.

10. Ma noi conosciamo la verità e la stessa natura: se abbiamo fame ci cibiamo dei frutti e della verdura che la Provvidenza ci offre; se cominciamo ad avere sete, andiamo al fiume e beviamo l’acqua, facendola passare. L’oro non può saziare la fame né togliere la sete; non può curare le ferite né essere medicina per le malattie; non sa neppure essere un freno all’avidità senza confini, anzi spinge ancora di più ad un cupo desiderio di possesso straniero all’anima. La sete naturale smette, quando ci si è saziati con l’acqua di cui segnalava il bisogno; anche la fame naturale si acquieta, quando ha ricevuto il cibo che cerca. Dunque è chiaro che desiderare l’oro è estraneo alla natura: ogni desiderio finisce, quando si riceve quel che si desiderava. Ma il desiderio dell’oro non solo non smette, anzi aumenta per essere contro natura. Voi vi fate belli di lui e di lui andate orgogliosi, sentendovi per lui superiori agli altri uomini; per questo rendete privati i comuni possessi di tutti, dividendo per avidità di denaro l’unica natura comune a tutti.

11. Calanos, il nostro falso amico, la pensava così: è amico vostro, ma noi lo disprezziamo. Voi invece venerate colui che è stato causa di molti mali per altri. Tutto quello che è inutile è disprezzato da noi, e invece a lui piacque tutto quello che noi non ricerchiamo, per il suo avido desiderio del denaro. Ma non era dei nostri uno come lui che ha ferito e perduto la sua anima in modo tanto miserabile. E per questo non apparve degno né di Dio né della nostra amicizia e non meritò di trovare quella sicurezza che a noi in questo mondo procura il vivere nelle foreste. E non ha speranza di trovare gloria nel futuro. […]

13. L’imperatore Alessandro, quando venne alla foresta di Dandami, non poté vederlo nel suo passaggio: infatti stava disteso tra il fitto degli alberi su un letto di foglie, in tutta sicurezza e pace, vicino ad una sorgente, da cui si dissetava come se fosse stata la mammella pura e incorrotta della madre terra. E allora Alessandro mandò da lui un suo amico di nome Onesicrito, dicendogli:

14. Onesicrito, vai e portami in fretta l’uomo che ti ho detto [oppure riferiscimi per quale motivo rifiuta di venire da me, così che vada io a visitarlo]. E gli rispose questo: Farò rapidamente quello che mi ordini. Come tu hai il il diritto di comandare, così so che io ho il dovere di obbedire ai tuoi ordini. E quando il messaggero sopra indicato, arrivò da Dandamis, gli rivolse queste parole: “Ha detto il figlio del grande dio Giove, l’imperatore Alessandro, che è signore del genere umano, di affrettarti ad andare da lui. Se andrai, ti farà molti grandi doni; ma se rifiuterai di andare da lui, ti farà tagliare la testa per la tua mancanza di rispetto”: E quando queste parole giunsero all’orecchio di Dandamis, non si sollevò dal letto di foglie su cui era disteso e diede questa risposta, restando sdraiato:

15. Dio, l’imperatore supremo, non genera soprusi, ma luce, acqua, anime, e ciascuna di queste accoglie di nuovo quando il destino libera ciascuna dal corpo. Lui è il mio solo signore, lui che vieta di compiere omicidi e che non provoca guerre. Infatti Alessandro non è un dio, visto che anche lui è destinato a morire. e come potrebbe essere l’imperatore del mondo se non ha neppure varcato ancora il fiume Tiberoboae non ha posto la sua sede agli antipodi, attraversando tutto il mondo? Non ha varcato l’equatore, non ha visto il sole brillare esattamente nella metà del cielo e i Metorii, i Carosfori e la Scizia finora non conoscono neppure il suo nome. Ma se la terra che possiede laggiù non è in grado di contenerlo, attraversi il nostro fiume e troverà una terra capace di sopportarlo, se la terra dei suoi non sopporta di averlo sopra di sé più a lungo.

16. Tutto quello che Alessandro mi promette, anche se dovesse darmelo, sarebbe inutile per me. Ho come casa le foglie, mi cibo delle verdure che sono qui vicine a me e bevo l’acqua. Tutto il resto, che raccogliete con tanta pena e si consuma, non procura altro che tristezza a chi lo cerca e a chi lo possiede. Io ora riposo tranquillo e chiudo gli occhi, perché non ho nulla da custodire. se voglio conservare l’oro, devo rovinarmi il sonno. La terra mi fornisce tutto, come fosse una madre che mi allatta. Vado ovunque voglio, ma non mi lascio spingere da nessun obbligo ad andare dove non voglio.

17. E se Alessandro vorrà tagliarmi la testa, non potrà portarmi via l’anima, ma mi leverà soltanto la testa muta, e l’anima, allontanandosi dal corpo, tornerà al suo padrone, abbandonando il corpo come ci si spoglia di un vestito e lo restituirà alla terra da cui l’ha ricevuto. Quando sarò diventato spirito, salirò a Dio che ci ha rinchiusi in questa carne. L’ha fatto per metterci alla prova e vedere come ci saremmo comportati, separandoci da lui per questa vita e quando saremo ritornati da lui ci chiederà conto di questa vita. I sospiri e i lamenti degli oppressi infatti cominciano ad essere il tormento di chi li ha offesi.

18. Queste minacce Alessandro le faccia a chi desidera arricchirsi e ha paura di morire, perché noi siamo indifferenti ad entrambe le cose. I brachmani non amano l’oro e non temono la morte. va dunque e riferisci ad Alessandro: “Dandamis non chiede niente di tuo; se tu pensi che ti sia utile qualcosa che gli appartiene, dovrai recarti tu da lui”.

19. Quando l’imperatore Alessandro sentì questo, per il tramite del messaggero, crebbe in lui la voglia di conoscere un uomo simile, capace di vincere lui, che aveva vinto tanti popoli, ed era un vecchio solitario e nudo. Si dirige allora, con cinque o dieci amici alla foresta in cui abbiamo detto sopra che viveva: Gli si avvicinò, scese dal cavallo che lo trasportava, si tolse la corona dal capo e, abbandonando ogni superbia, entrò da lui da solo e si sedette ai suoi piedi, guardò quel terreno libero da ogni traccia di sangue e disse: “Salve, Dandamis. Sono venuto io da te, visto che tu da me non sei voluto venire. E allora Dandamis gli rispose:

20. Perché sei venuto da noi? O forse vuoi portare via qualcosa da questi luoghi deserti? Quello che tu cerchi, noi non possiamo averlo. Quel che invece abbiamo per parte nostra, a te non serve. Noi onoriamo Dio, amiamo l’essere umano , trascuriamo l’oro, disprezziamo la morte. Voi invece avete paura della morte, apprezzate l’oro, odiate l’essere umano, disprezzate Dio. […]

21. […] Ed io voglio trasmetterti un sentimento accetto a Dio, ma tu non hai in te dove accogliere un dono simile. Hanno riempito la tua anima avide e smοdate cupidigie, che ora penso combattano con me, perché sembra che io ti strappi da loro e oggi sono tristi perché in questa giornata non ti contamini della morte e del sangue di nessun popolo e perché vedono che ci sono ancora uomini tranquilli nelle loro città. Ma tu vuoi arrivare fino all’oceano, e dopo desideri entrare in un’altra parte ancora del mondo, e comincerai a sentirti triste quando non potrai avere più nessuno da vincere. E come posso io soddisfare la tua passione, che neppure il mondo intero ha potuto soddisfare e frenare, rendendosi tuo schiavo?

inizia il papiro: 22. [Nello stesso modo] ce ne andremo [da questo mondo, tu ed io]. Possiedo tanta terra quanta ne possiedi tu e ogni uomo. E anche se tu diventerai padrone di tutti i fiumi del mondo, bevi sempre tanta acqua quanta ne bevo io. E io non devo combattere né farmi ferire né devasto città; e ho tanta terra e tanta acqua quanta ne hai tu e ho tutto. E non desidero nulla.

23. Impara da me questa regola di saggezza: non voler nulla e tutto è già tuo e non ti mancherà nulla. Il desiderio è padre della mancanza, che si cura con la cattiva medicina della pena.

24. Sarai ricco come me se ti accosti a me, possiederai i miei stessi beni. Dio mi è amico ed io converso con le Sue opere, non ascolto uomini malvagi. Il cielo mi fa da tetto, la terra tutta mi fa da letto, tutti i fiumi sono al mio servizio, le foreste sono la mia tavola. Non mangio carni come i leoni, non divento la tomba di animali selvatici, non viene sepolto in me niente di vivo. La terra mi dà il suo frutto, come una madre dà il latte; ed io non bevo il sangue di colei che mi è madre e non divoro animale, ma quello che mi dà la natura.

25. E tu cerchi quale particolare sapienza io conosco? Come vedi da te, vivo conforme alla mia natura, come sono stato generato. Conosco quello che Dio fa. Voi invece vi stupite di quello che accade giorno per giorno: piogge, fulmini, siccità. Come, da dove e in che modo accadono io li prevedo. E mi rallegra tutto questo.

26. Che cosa dici che sia meglio? colpire oppure difendere gli uomini? distruggere tutto con la guerra o diffondere la pace? Che cosa conviene di più ai figli di Dio? E noi vediamo che il re viene da me, spinto dalla sue paure, come da un amico, e io lo convinco a dare a tutti i beni che sono di Dio. Non l’oro, o re, ma questa mia voce ti può aiutare.

27. Ma se tu mi ucciderai, io non mi turbo: andrò dal mio Dio. Lui conosce la giustizia, nulla sfugge ai suoi occhi. Tu, quando hai vinto tutti, non hai dove sfuggire a Lui: Dio ha curvato il cielo attorno a noi, come un muro. Ci ha chiuso nella carne permettere alla prova come viviamo, una volta che ci siamo allontanati da lui e siamo discesi, ma quando risaliremo ci chiederà conto. Quindi non distruggere quello che Dio fonda, non versare il sangue delle città, non attraversare popoli di morti. Vivi cercando te stesso, non la morte degli altri.

28. Perché mai, nato con un’anima sola, ne vuoi distruggere tante? Perché ti rallegri dei mali del mondo? Perché ridi in mezzo a tante lacrime? Questo tempo che hai trascorso qui in un luogo deserto, lo hai vissuto per te stesso. Qui non provi paura e non commetti ingiustizia. Ma se veramente lo cerchi, potrai dare prova di valore anche qui. Butta lontano da te questo pelo di pecora che ti ricopre nelle vesti; non nasconderti sotto una morta copertura. Viene messa alla prova anche nella solitudine l’anima. Perché odii guardare te stesso? Ti è più bello guardare una veste estranea che il tuo stesso corpo?

29. Non sceglieresti mai la nostra vita, lo so: non sei così felice. Ti aspettano i Macedoni, per saccheggiare città; soffrono oggi, se un popolo si salva; sono soldati soltanto delle loro cupidigie e hanno te come pretesto.

30. Quando potrai ricevere dagli dei un’altra vita, per vivere anche per te stesso? Ora infatti vivi per saccheggi e massacri: di quelli hai frutti, questi hai compiuto e, se non metterai fine alla prepotenza, altri ne commetterai ancora. Ma in che condizione ti vedrò quando ti guarderò dal cielo? E io ti ricorderò le mie parole quando non avrai più con te né cavalli né armi. Piangerai per avere perso la tua vita tra uccisioni e paure. Allora mi dirai, quando non avrai niente altro che i ricordi dei mali commessi: “Eri un buon consigliere, Dandamis: ora infatti sperimento che cosa attende gli uomini tra gli dei”. Ma a niente ti servirà allora cambiare idea.

31. – Alessandro ascoltava volentieri e non si adirò. C’era infatti anche in lui qualche traccia dello spirito (pneuma) divino, ma lo spingeva al male per impulso del malvagio popolo greco. E disse:

32. “Dandamis, o beato, so che dici la verità. Dio ti ha generato in luoghi dove è possibile essere felici, vivendo senza paura e nella vera ricchezza.

33. Ma io convivo con paure e turbamenti; e infatti temo le guardie che mi circondano più di quelli che mi fanno guerra aperta: peggiori per me sono quelli che mi si dichiarano amici e mi tendono insidie giorno per giorno. E non posso né vivere senza di loro né fidarmi vivendo con loro. E io che di giorno sconvolgo i popoli, di notte sono sconvolto dalla paura. Ma se ucciderò coloro che mi ispirano sfiducia, mi rattristerò; ma se vorrò essere mite, sarò svalutato.

34. Come posso cavarmela in mezzo a tanti pericoli non lo so. Se volessi vivere in questi luoghi deserti, come te, non mi sarebbe possibile. Mi giustificherò davanti a Dio col dire che questa carica l’ho ottenuta per volontà sua.

35. Ma tu, poiché mi hai confortato con le tue parole e mi hai distolto dai miei conflitti, accetta i miei doni. E’ un beneficio per me rendere onore alla tua saggezza”.

36. Detto questo, fece un cenno ai suoi servi e questi gli portano oro coniato e non coniato, argento, vesti e pelli di pecora e vino e pani e olio d’oliva. Vedendoli Dandamis rise dicendo:

37. Potrai forse convincere gli uccelli che vivono in questa foresta ad accettare i tuoi doni e a cantare meglio del solito? E se questo è impossibile, vorrai che io sia peggiore di loro? Quel che non mangio e non bevo non lo prendo; non prendo quello che è inutile né mi do pena di occuparmi di qualche proprietà dannosa per me e non intendo mettere in catene la mia anima che è libera né ridurrò in schiavitù il mio pensiero. Né voglio comperare alcunché, io che vivo in luoghi deserti; Dio mi dà i suoi doni, senza volerne in cambio. Dio infatti non vende nulla in cambio d’oro e vuole regalare i suoi beni, se gli uomini sanno accettarli.

38. Sono avvolto nella veste, la mia pelle, che mia madre mi ha messo addosso quando mi ha partorito, e sono libero nell’aria, mi guardo volentieri, non metto attorno al mio corpo nessun legame. e a me rende più dolce del miele l’acqua del fiume, la sete; l’ho come ancella che mi mette a disposizione quel che mi dà piacere; se questi pani erano il tuo cibo, perché li hai cotti nel fuoco? non mi cibo di quello che il fuoco ha lasciato indietro. Si cibi di loro il fuoco che li ha consumati. Per onorare te che onori la sapienza, accetto l’olio.

39. [Detto questo, Dandamis si alzò e girando per la foresta raccolse della legna e ne fece un grande mucchio dicendo: “Un brachmano ha tutto e si ciba in abbondanza di tutto, come desidera”. E, alzando gli occhi al cielo, gli diede fuoco, versandoci sopra l’olio e cantò un inno a Dio, ringraziandolo, finché tutto fu consumato.]

40. Ma quando Alessandro vide questo, se ne andò, riportando i doni che aveva recati, meravigliato. Dandamis disse:

41. Così siamo tutti. Ma Calanos viveva assieme a noi, ma ha imitato la nostra vita solo per breve tempo. E poiché non era per sua natura amico di Dio, se ne andò dai Greci e, contro le usanze degli Indiani, si bruciò nel fuoco immortale. Ma tu, che ti dici signore di popoli malvagi, calunni i brachmani e li fai uccidere tutti, credendo a false accuse, cose che un uomo buono non dovrebbe fare.

42. E voi, come potete passare al nostro modo di vita, se vivete così malamente, dimentichi di tutto ciò che è buono? Invece noi Brachmani ci ricordiamo come siamo stati generati e guardiamo come possiamo condurre in modo irreprensibile la nostra vita, vivendo in perfetta serenità. Lieti nella nostra solitudine, sedendo in mezzo agli alberi, rivolgiamo la nostra mente a Dio, perché per le chiacchiere degli uomini la nostra mente non distolga i nostri occhi da Dio. Infatti è divino vivere per se stessi.

43 Beato colui che non ha bisogno di nulla; e occorre che chi vuole piacere a tutti sia malvagio e schiavo; il simile è amico del simile. Non abbiamo bisogno di avere città, luogo di incontro di uomini torbidi; per noi Dio ha fondato come case i monti e le foreste, [dai quali ricaviamo semplici frutti e purissime acque, doni della natura, riposandoci volentieri sdraiati sulle foglie.

44 Come potete comandare a uomini liberi?, se sapete di essere voi stessi schiavi dei molti, voi che obbedite alle vostre anime fameliche di tutto. Se infatti volete avere delle vesti, dovete servirvi di molti, dal pastore al tosatore e al tessitore. Non dirmi: Non porto vesti eleganti. La schiavitù è la stessa anche per gli Indiani. Chi desidera anche soltanto un poco d’oro, vuole saccheggiarne molto. Andate superbi anche della porpora che portano i vostri schiavi e siete orgogliosi di portarne voi anche solo una piccola traccia. Ma se per voi è bello quello che è raro, siete proprio dei miserabili e ammirate le inezie. – finisce la parte ricostruibile del papiro.

45. Uccidete volentieri gli esseri viventi che la terra genera: alcuni li tosate, altri li mungete, di altri vi servite per coltivare i campi, con altri combattete nel circo. E questi li uccidete ingiustamente e questa è la ricompensa che gli date per il bene che vi fanno. Il loro manto vi copre di fuori, le loro carni vi appesantiscono di dentro e cominciate ad essere i loro sepolcri viventi. Ma una mente gravata da tali comportamenti fuori posto può accogliere dentro di sé la mente di Dio? Lascia per poco tempo per terra le carni degli animali he avrai ucciso e vedi che cosa diventerà. Potrai forse sopportarne il fetore? Non ti allontanerai? Quante impurità, quante putredini vengono introdotte nei corpi e nelle anime degli uomini! E se l’aria stessa non riesce a sopportarle, coloro che sentono il bisogno di cibarsene, ne vengono circondati e presi.

45. Con gioia uccidete esseri viventi che la terra ha generato e che pure sapete possono esservi utilissimi. Alcuni li potete tosare, altri mungere, con altri coltivate i campi, di altri vi servite per combattere. E dopo tutto questo godete a versarne il sangue e ricambiate in questo modo i servizi che vi hanno reso. Così di coloro che vi ricoprono al di fuori con le loro pellicce, le carni vi appesantiscono dentro e cominciate ad essere sepolcri viventi di corpi morti. Una mente oppressa da tante cose sbagliate e contrarie a lui può accogliere in se stessa il senso del divino? genera aggressività nell’anima e crea il vomito. Invece i frutti della terra e i fiori piaccioni per i buoni profumi. Questi sono i banchetti che Dio ha piantato per noi e ci mette a disposizione. Voi avete perso perfino la sensibilità. I vostri corpi puzzano di selvatico: siete depositi di bestiame in putrefazione, avete cominciato ad essere peggio dei leoni e dei lupi. Infatti i lupi, se potessero nutrirsi dei pascoli della terra, mai certamente si ciberebbero di carne. Tori, cavalli, cervi vivono di pasti giusti di erbe, e da qui si rafforzano con muscoli e nervi più robusti dei vostri. perché non volete essere simili piuttosto a questi animali? Perché non vi cibate delle foreste e non vi dissetate con l’acqua?

46. Ma per questo fuoco che vi consuma vi preparate il cibo. Non tendete insidie alle bestie che vedete più forti di voi. Cercate diversi tipi di cibo, spendete moltissimo e in cose senza importanza impiegate moltissimo impegno per procurarvi un esiguo piacere, dove non ‘è altro che la perdita evidente in ciò in cui avete impegnate una fatica vana. E così niente è più infelice della vostra vita.

47. Ma noi mai beviamo contro voglia, ma facciamo quel che dobbiamo attingendo dalle fonti della natura, che verano acqua anche quando noi non beviamo. Voi, per il piacere del vostro ventre, cercate l’acqua corrente, anche se non avete sete, e cibi di ogni tipo, e voi preparate molte e diverse portate. Setacciate con le vostre reti ogni mare, godete cacciando i volatili nell’aria, gli animali selvatici sui monti, ammirate la velocità dei vostri cani, sbeffeggiate la lentezza delle prede e le definite abitatrici di brutti luoghi selvaggi. Su queste cose vi basate. Tutti questi animali li andate a scovare, vi affrettate ad ucciderli oppure, dopo averli chiusi vivi nei sotterranei, li trafserite ai giochi delle città, non per seminare messi per mezzo loro o usarli per qualche utilità per voi, ma per trucidarle con somma abiezione di voi stessi e del vostro sangue, loro che sono un’opera più grande di Dio e le trasportate per buttarle in pasto violentemente legate ai morsi delle belve feroci. e vi divertite anche allo spettacolo, quando combattono fieramente con uomini e divorano prima di morire qualche parte del corpo di chi è della vostra natura e fatto a vostra somiglianza. Ma poi uccidete anche quelle belve, per poter dire che sono crudeli loro, dato che hanno ucciso degli uomini. E quel che ancora sembra peggio e più scellerato è che, è che riempiti di sangue e carne umana vi saziate e riempite i costri stessi ventri di mali così grandi e nefandi.

48. Vivete in modi talmente indecorosi e pervertiti che vi costruite anche delle tiepide case, che vi aiutino a digerire con la forza di un calore aggiunto la vostra voracità in voi stessi, che costringete ad allargarsi i vostri stessi intestini dilatati dall’eccesso di cibo, artefici perfettamente esperti nel trovare e disporre le pietanze. Invece noi preghiamo Dio di non avere sete, perché qualche volta siamo costretti a distoglierci dalla nostra regola quando diamo al nostro corpo la necessaria bevanda; e poi solleviamo gli occhi e le mani verso i raggi del sole, come se stessimo celebrando un sacrificio. Ma voi siete lieti anche ogni volta che festeggiate i vostri invitati in questo modo: senza porre fine alle vostre portate fino a quando non cominciano a infuriarsi ubriachi fino a perdere bevendo anche quel tanto di consapevolezza che sembravate avere, appesantendo i sensi del vosro cuore con troppo carico di vino. Io crederei piuttosto che più felici tra di voi sono quelli che sono giudicati pazzi: infatti sono sempre ubriachi anche senza comperare vino. Voi invece vi dovete preoccupare sempre del prezzo del vino e dopo averlo comperato e avere seppellito voi stessi nell’ubriachezza, vi picchiate fra di voi. E così, tornati alla sobrietà, a stento potete riconoscere in che modo siete incapaci di tenere sotto controllo la vostra ubriachezza.

49. Sento anche che, mangiando troppo, non riuscite a digerire e, dopo esservi ritirati a stento finalmente dalla voracità del banchetto, avete l’abitudine di vomitare tutto quello che vi ha riempito, così che si capovolga la natura ed espelliate il cibo dalla stessa parte da dove lo avete assunto, come camminando sulla testa e non sui piedi. O imbecilli stupidissimi: vi riempite in tutti i modi e vi tendete il ventre per poter poi evacuare i vostri corpi con l’aiuto di un medico, cercandovi la cattiva salute con questi comportamenti disgustosi. E siete così pazzi che con queste cure cercate di sovvertire la natura che nessun profondo piacere senta, dato che vi date come scopo della vostra voracità qualcosa di tormentoso e non la buona salute. Infatti se le membra sono insaziabili, le accompagnano i tormenti che derivano dalle malattie, perché da ultimo qualcosa arrivi di una vista onesta e meritevole da tante delizie. Ma voi volete piuttosto vantarvi di essere dei gran possidenti. Voi che però, mentre donate molto agli estranei, date ben poco ai vostri. Pr questo noi vi giudichiamo poveri, perché non date neppure un pezzo di pane a chi ve lo chiede, ma sentite il bisogno di ricchezze senza numero. Sapete infatti di essere gli schiavi del vostro intestino.

50. Per questo tra voi c’è un così grande numero di medici, che vi devono continuamente svuotare purificandovi. E lo fanno o con la fame delle diete o con l’impiego di medicinali, così che voi, che eravate abituati a scolarvi spessissimo il vino, improvvisamente non ne potete assumere neppure una modica quantità, ogni volta che siete tormentati dagli obblighi della malattia. E ora bevete grandi quantità di vino puro, oltre i limiti della natura, ma ora siete costretti a sentire il desiderio ance di quel poco di acqua che la natura stessa richiede.

51. Noi invece il vino non lo cerchiamo affatto. Abbiamo l’acqua, vogliamo solo lei e ci piace moltissimo. E così curiamo la nostra sete con saggezza. Non corriamo a prepararci pazzia e follia. E preghiamo che piuttosto che l’ubriachezza ci sopraggiunga la morte, per la quale è necessario all’uomo morire del tutto nella coscienza. Chiunque è ubriaco, infatti, è vivo solo in apparenza, ma, per quando riguarda la coscienza di sé. deve essere giudicato morto: ha infatti perduto la capacità di pensare, il dono più grande che Dio ci ha dato.

52. E che dire di questi, che pensano di essere grandi e pieni di gloria? Per quale vana speranza e false attrattive si feriscono, si spogliano, si sgozzano tra loro, quando alla fine anche loro aspetta la morte, che è inevitabile per tutti!

53. Ma chedovrei dire poi di quegli uomini, importanti peraltro e superiori ad altri, che si sono abituati a presentarsi col corpo unto d’olio mescolato a diversi profumi al modo delle puttane ed contaminano la purezza dell’aria inquinandola con la propria dissolutezza? Che dire dei vostri filosofi stoici o peripatetici che sono tutti posseduti dall’amore per l’oro, ma voi li considerate degni di essere ammirati e lodati?

54. Sentiamo anche che evirate alcuni dei vostri maschi per cercare di trasformarli nel sesso femminile, e che presso di voi vi sono esseri umani che non possono generare come maschi né partorire come femmine e che vivono solamente a propria vergogna dopo una tale mutilazione? Chi può fare a meno di soffrire pensando ad una tale rovina del genere umano e a casi così miserabili?

55. Spinti dalla pietà per questo stato di cose, noi vogliamo esservi utili, per quanto possiamo perché amiamo l’intero genere umano e cerchiamo di favorirla. E seduti come nel punto più alto di una magnifica casa, liberi nella mente come nudi nel corpo, insegniamo la verità a tutti coloro che vediamo che la cercano e questo è quello nel quale ci sentiamo più ricchi nell’animo.

56. Ma la Macedonia rivolge contro tutti la violenza che prima ha subito da altri. Ed ora tutti, spinti al peggio, sono ridotti allo stato vergognoso di servi. [Ma i brachmani sembrano liberi da tutti i mali che descriviamo. Non possono essere sconfitti né sottomessi da nulla, perché non sono tentati dal desiderio di niente.] questa pare una glossa: si passa incomprensibilmente alla terza persona.

57. Ma tu, se vuoi conoscerci, vieni in India, abita nei suoi luoghi deserti nudo, respingendo però tutti gli onori che ami e da cui ti sembra di essere reso più importante, Altrimenti non sarai accolto da noi. E allora amerai tutto quello che poco fa hai veduto e che hai ammirato. E nessuno combatterà più contro di te né potrà più portarti via niente di tuo. E non dovrai più essere servito dal sudore altrui per essere nutrito. Sarai ricco sotto ogni punto di vista. E siccome mi scrivi che desideri che io ti sia di aiuto in qualcosa, noi non ci sentiamo ostili a coloro che vogliono avvicinarsi alla giustizia di Dio e desideriamo che per mezzo nostro la natura umana in ogni luogo diventi migliore.

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