Doshi: i vaccini a m-RNA sono un fiasco? – 18

mi dispiace per i disinformati e rozzi che si dilettano con la disputa teologica su vaccini sì – vaccini no: i vaccini non sono tutti uguali e bisogna valutare volta per volta; capisco da solo che è un terribile casino e che è molto più comodo definirsi pro-vax o no-vax una volta per tutte; comunque in questo blog stiamo provando ad aiutarvi a distinguerli, per quel tanto che stiamo imparando a farlo qui anche noi; e uso il noi, perché il blog è diventato una piccola redazione virtuale che vive degli apporti di alcuni commentatori molto più attenti e documentati del proprietario, che volentieri sta assumendo il ruolo di semplice coordinatore dei loro interventi e commentatore a sua volta.

ed ecco qualcosa di nuovo, a proposito del dibattito intenso che si è svolto qui sul tema del quanto fidarsi dei nuovi vaccini ad impianto che dirò genetico, genericamente e un po’ impropriamente, ma serve a rendere l’idea.

l’Occidente ha puntato quasi completamente la sua strategia vaccinale anti-covid su questo tipo di vaccini, totalmente innovativi e mal conosciuti in tutti i loro effetti, e in particolare su quelli a m-RNA.

ma quanto sono sicuri ed efficaci?

. . .

a complicare la risposta si è aggiunta la spregiudicata campagna promozionale della Pfizer-BioNTech (che significa Nuove Tecnologie Biologiche), una azienda, la prima del duetto, dalla reputazione complessiva molto dubbia; e i politici dell’Occidente ne hanno acquistato a caro prezzo i vaccini, iniziando una intensa campagna di vaccinazione di massa, particolarmente ben riuscita in Italia, vedi sorpresa.

nel panico di una situazione angosciante e nell’urgenza di distribuire sui media qualche campagna di distrazione di massa, peraltro ottimamente riuscita.

ma ora, in ambito strettamente scientifico, sorgono i primi dubbi, in particolare proprio sui vaccini a m-RNA, lo Pfizer e il Moderna, entrambi autorizzati a breve distanza l’uno dall’altro, in via d’emergenza, dall’Agenzia Europea del Farmaco.

. . .

a sollevare diverse questioni è Peter Doshi, professore associato presso l’Università of Maryland, che si occupa di ricerca sui servizi sanitari farmaceutici.

lo aveva fatto già settimane fa sul British Medical Journal: “Manca una trasparenza sui dati. Non è chiaro se funzionino o meno e non sono stati arruolati sufficienti anziani, persone immunodepresse e bambini per capirne gli effetti su un periodo medio lungo” e aveva sollevato domande, rimaste senza risposta, sui risultati delle sperimentazioni. Tutto ciò che era di dominio pubblico erano soltanto i protocolli di studio e alcuni comunicati stampa.

adesso però sono state rese pubbliche oltre 400 pagine di dati, presentate alla Food and Drug Administration (Fda) prima dell’autorizzazione d’emergenza, e i suoi dubbi crescono; io non so valutarli, ma mi sembra importante prenderli in considerazione, eventualmente anche per smentirli.

I vaccini – dice – sono stati fatti in parte anche su pazienti “sospetti covid” e su covid asintomatici non confermati. nell’ambito della sperimentazione svolta ci sono stati casi di sospetti sintomi covid entro 7 giorni dalla vaccinazione, quindi in un momento in cui il vaccino non era ancora efficace: 409 col vaccino Pfizer, 287 col placebo; e il maggior numero di sintomi nei vaccinati dovrebbe dipendere dalle reazioni al vaccino. Per capire la loro reale efficacia, c’è bisogno dei dati grezzi, ma nessuna azienda sembra averli condivisi. Pfizer afferma che sta rendendo i dati disponibili su richiesta, ma questi sono comunque soggetti a revisione, e Moderna afferma che i suoi dati potrebbero essere disponibili, sempre su richiesta, una volta completato lo studio – per il quale occorreranno in tutto due anni. L’unico dato attendibile per capire la reale capacità di questi vaccini, sono i casi di ospedalizzazione, i pazienti in terapia intensiva e i decessi.

queste sono le sue conclusioni, che a me paiono ragionevoli.

comunque, a suo giudizio, anche re-interpretando i dati attuali forniti, si arriva alla conclusione che l’efficacia del vaccino è incredibilmente inferiore a quella dichiarata, e sarebbe tra il 19% e il 29%.

naturalmente io non sono affatto in grado di valutare l’attendibilità di questo ragionamento, che a volte mi è sembrato confuso, e confido di più sulla sagacia dei miei commentatori, se si cimenteranno con l’articolo originale.

comunque prendo atto al momento della vera e propria bomba mediatica lanciata sui vaccini Pfizer e Moderna dal professor Peter Doshi, dopo che ha analizzato i dati sulla richiesta di approvazione da parte delle due case farmaceutiche, scoprendo che la loro efficacia è molto al di sotto dei dati rilasciati e anche della soglia fissata per l’autorizzazione, visto che questa è del 50% – bomba mediatica per modo di dire, perché non pare che i nostri media ne siano rimasti turbati più di tanto.

e del resto chi glielo fa fare? notizie di questo genere richiedono lettori disposti a spremersi le meningi e a sforzarsi di capire su percorsi peraltro impervi…

. . .

ma come si integrano questi dati raccolti da Doshi con quello che conosciamo del funzionamento dei vaccini?

qui torno a dare la parola ad uno dei miei commentatori citati sopra, Krammer; e anzi colgo l’occasione per farvelo conoscere di persona, diciamo così.

quanto alla foto, mi dice nella mail che mi risponde al volo; quindi è del tutta appropriata alla frase (anche se la frase non è appropriata all’impegno in quel che scrive, ahah).

scrive Krammer:

cosa fa il vaccino? fa attivare immediatamente l’allarme non appena le cellule entrano in contatto con il virus, e questo fa un’enorme differenza rispetto al primo contagio senza vaccino perché, una volta entrato, il virus si moltiplica esponenzialmente: quindi risulta essenziale bloccarlo sul nascere. ma se ti esponi tanto, per tanto tempo, potrebbe non bastare, anche se il vaccino fa il suo mestiere.
normalmente nel caso di virus più letali o meno contagiosi, questo entra di solito in quantità limitata (vuoi perché l’alta mortalità diminuisce il numero delle persone circolanti infette, vuoi perché la minor contagiosità diminuisce la “quantità di virus” trasmessa dalle persone infette che circolano) e l’aspetto più rilevante diventa la replicazione interna, ed è fondamentale bloccarla sul nascere.
ma per virus ad altissima contagiosità e quindi aerei,
come il covid, il contributo di virus che arriva dall’esterno può rimanere rilevante anche se sei già “protetto” (precedentemente malato o vaccinato). anche se il tuo sistema immunitario risponde bene, nel momento in cui resti in un ambiente esposto la reazione alla lunga debilita l’organismo, è una azione energeticamente costosa.
se poi ci aggiungiamo che questi virus di tipo influenzale mutano con estrema facilità e quindi possono “cogliere di sorpresa” individui già contagiati o già vaccinati, capiamo come mai i vaccini di tal tipo funzionano ma non nel modo risolutivo che ci aspetteremmo.
diciamo in ogni caso, in generale, che il vaccino aiuta il sistema immunitario a funzionare meglio, ed è il connubio tra esposizione al virus e
suo funzionamento che ci rende più o meno ammalati e più o meno contagiosi.
c’è poi un altro aspetto: alcune parti del corpo sono più isolate e periferiche ed il nostro sistema immunitario in quegli spazi è ostacolato e funziona meno bene che in altre parti.
ad esempio negli occhi, nelle orecchie o nelle vie aeree superiori: anche se stiamo globalmente benissimo, una parte di virus potrebbe riuscire a rimanere celata in quelle nicchie, in modo più o meno pericoloso e più o meno contagioso.
pure in questi casi il vaccino fa quel che può, non i miracoli purtroppo.

nel caso specifico del coronavirus la sua efficacia si basa soprattutto sulla capacità che ha di infettare le cellule grazie alla sua spike speciale. non è la sola proteina che abbia – non mi pare comunque che ne abbia molte – ma è quella che si lega col nostro recettore ACE2 che sta in un gran numero di cellule del nostro organismo, delle più disparate.
nel momento in cui avvengono le mutazioni, queste condizioni “favorevoli” è più probabile che si perdano piuttosto che si rafforzino, nel loro mutare, proprio perchè così favorevoli per il virus.
se la spike codificata nell’RNA virale si modifica appena di forma o di componenti potrebbe non legarsi più altrettanto bene con gli ACE2 delle nostre cellule, così come potrebbe sfuggire alle difese immunitarie già vaccinate ad un ceppo differente.
per assurdo il coronavirus a seguito di mutazione potrebbe anche perdere la sua spike (non so quanto sia biologicamente fattibile, la sparo là), ma in tal caso sarebbe un virus completamente diverso, privo della sua arma principale. non è detto che non abbia altre armi, ma quella che adesso ci fa dannare non sarebbe utilizzabile, non come riesce a fare adesso.
insomma, anche se il coronavirus può mutare e fregare il vaccino non può restare al tempo stesso tempo egualmente virulento: il vaccino è tarato sull’arma più efficace del coronavirus, se questo vuole nascondersi la dovrebbe cambiare o perdere del tutto.
se la cambia poco, potrebbe non essere difficile ricodificare la nuova variante in tempi brevi: dovrebbero soltanto ritoccare la sequenza genetica codificante la spike, leggendola dal nuovo ceppo.
Per intenderci non è come inventarsi un nuovo veicolo di trasporto, tecnicamente dovrebbe essere enormemente più facile e rapido. tra reingegnerizzazione, produzione e distribuzione potrebbero passare non molti mesi.

in caso si ricade nella problematica del mezzo di trasporto: siamo già vaccinati e ci tocca vaccinarci di nuovo per la nuova variante?
ecco che la scelta del veicolo diventa fondamentale, e la soluzione a veicolo virale
– come il vaccino AstraZeneca – parte svantaggiata in partenza perchè alla lunga dovrebbero trovare una nuova variante di adenovirus non umano (o altro) per reiterare i vaccini mantenendone l’efficacia.
ecco che torna di fondamentale importanza scoprire un mezzo artificiale adeguato, non tossico nemmeno per lunghi periodi di utilizzo, se vogliamo continuare ad usare la genetica come arma medica.

beninteso che non avrebbe senso vaccinare per centomila varianti, se mutano è probabile il virus perda di efficacia per cui casomai bisognerebbe vaccinarsi solo dai virus effettivamente più pericolosi e contagiosi.
in tal senso ad esempio non so quanto abbia senso il vaccino influenzale stagionale per qualsiasi nuova influenza.
perchè se ci vacciniamo per qualsiasi cazzata, e specialmente se lo facciamo con veicoli virali, è più che probabile che alla lunga produciamo più danni che benefici al nostro corpo. di qualcosa alla fine si muore comunque, la terapia medica non deve diventare una tortura per tenerci in vita.

questo contributo di Krammer precede la notizia che ho pubblicato in apertura e dunque non può ancora rispondere alla domanda che essa induce: non sappiamo davvero bene quanto funzioni nella pratica questa strategia, che ci è stata presentata come scontata nel suo aspetto teorico e che Krammer ha descritto bene.

. . .

ma l’ultima osservazione di Krammer è decisiva; torno a riaffermare una verità che mi pare ovvia e che ho invano sottolineato un paio di anni fa nell’insulso dibattito tra pro-vax e no-vax a proposito delle 10 vaccinazioni obbligatorie per i nostri bambini (a cui resto contrario per il loro numero):

il nostro sistema immunitario non è un pozzo senza fondo che possa essere riempito di vaccini a volontà; ogni vaccinazione lo stressa, con conseguenze imprevedibili a medio e lungo termine.

ho citato varie volte le conclusioni della commissione d’inchiesta della Camera dei Deputati che ha indicato nell’eccesso di vaccini concomitanti la causa possibile del numero più elevato di casi di tumore verificatisi nei nostri soldati in Kossovo.

aggiungo oggi questo caso ulteriore, citato da quello straordinario scrittore che è David Quammen in Spillover:

Kelly Warfield viene assunta nel 2002 a 26 anni negli USA come ricercatrice in un centro di ricerche batteriologiche e sui virus, per lavorare proprio sulle particelle virus-simili o VLP, in pratica le proteine che costituiscono il rivestimento esterno dei virus e che sono in grado di indurre la produzione degli anticorpi. […] Fu subito sottoposta al Programma Speciale di Immunizzazione, una via crucis di iniezioni cui dovevano obbligatoriamente sottoporsi i novizi per avere accesso ai laboratori di livello 3. […] Le furono quindi somministrate dosi di vaccino per ogni tipo di possibili brutti incontri in laboratorio. […] Il suo sistema immunitario, probabilmente a causa delle continue sollecitazioni, era andato in tilt ed era stata colpita dall’artrite reumatoide, una tipica malattia auto-immune.

. . .

quindi la mia modestissima morale personale è che va evitata ogni forma di consumismo anche nei vaccini.

bisogna superare la superficialità della mentalità comune; personalmente applico questa filosofia anche ai banali vaccini anti-influenzali: quanto è sano sottoporre OGNI ANNO un anziano ad un vaccino diverso?

la mia è solo una domanda, sia chiaro: non ho nessun elemento per rispondere, ma neppure per scartare la domanda.

nota a margine: trovo che nel 2014 in Italia morivano 1.600 persone al giorno, per la maggior parte anziani, e al 50% circa erano vaccinati contro l’influenza.

in quell’anno i morti in più per complicazioni legate all’influenza furono circa 20mila e quasi 25mila nel 2016-17.

se teniamo conto che circa la metà erano comunque vaccinati, questo significa che i vaccini anti-influenzali dovrebbero averci risparmiato un egual numero di morti. ora, è così difficile paragonare i tassi di mortalità tra i vaccinati e non vaccinati contro l’influenza? mi pare di no.

ho letto, ma non so più dire dove, che non si riscontrano differenze significative nei due gruppi; ma potrebbe essere una affermazione faziosa, oppure si potrebbero trovare spiegazioni diverse dalla più ovvia che viene in mente; e io vorrei essere informato meglio.

ma il problema principale posto dai vaccini, sia quelli contro l’influenza, sia in altri, sta nei cosiddetti “adiuvanti” che possono portare reazioni allergiche.

dove sono i dati su questi fenomeni? può darsi che io sia semplicemente colpito dalla morte di un simpatico e vitale vicino di 96 anni subito dopo essersi vaccinato; può essere stato un caso in una persona già indebolita, ma il desiderio di capire meglio non è stato sepolto con lui.

. . .

insomma, la vita non è semplice e neppure la scienza fornisce le bacchette magiche, come ritengono come scientisti fanatici che neppure si rendono conto di essere dei fideisti patetici e dei diffusori di fake news.

12 commenti

  1. L’ho letto in una vostra discussione che il SarsCov2 ha tecniche di riparazione, per cui non c’è una grossa capacità evolutiva. In ogni caso se avviene una mutazione che porti alla perdita della spike, si chiude la moltiplicazione e il virus in esemplare unico che porta la mutazione sparisce. È invece molto più probabile che il virus muti verso una maggiore contagiosità. È logico pensare che il virus che si lega meglio prenda il sopravvento dal punta di vista statistico occupando le ACE2 a disposizione in quantità maggiore.
    L’altra variabile è la velocità di replicazione all’interno della cellula. Più è complesso, più sarà lento. Se non sbaglio rispetto alle prime versioni l’RNA virale è più complesso, già considerando le prima versioni, la Short era precedente alla Long. In teoria la Long sarebbe stata più lenta, ma nonostante questo è diventata predominante dando origine a sintomi più gravi.
    Siccome le varianti che spuntano in giro per il mondo vengono stimate come più contagiose, viene da pensare che il virus accumulerà altre modifiche aumentando di complessità, con forme via via più gravi.

    Per quel che riguarda i vaccini, dicono sempre che prendono la spike e la fanno entrare nelle cellule (vaccini RNA e DNA genici). In realtà non è proprio così, sono parti della spike o versione simili (l’RNA di Moderna è completamente artificiale?).

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    • la capacità di trasformazione del virus sta diventando un tema nuovo di dibattito, evidentemente in relazione ai vaccini – ma se questi funzionano davvero così poco come afferma Doshi, la discussione potrebbe diventare meno urgente…

      alla affermazione di Krammer che ricordava la relativa stabilità del coronavirus Covid per la forte capacità di auto-ripararsi avevo replicato che evidentemente si trattava di stabilità relativa, perché è chiaro che, se lo lasci circolare ed infetta decine di milioni di persone, anche mutazioni relativamente rare diventano importanti. che è quello che sta giusto succedendo, pare.

      non avere bloccato il virus come sono riusciti finora a fare in Cina lascia aperti, evidentemente, i gravi rischi connessi ad una evoluzione aperta, non sappiamo in quale direzione.

      è pure evidente che le variazioni positive dal nostro punto di vista, cioè negative per il virus, difficilmente si mantengono, come dici tu, a meno che non presentino qualche utilità secondaria per lui: ad esempio, varianti meno letali, ma più infettive; in fondo il virus non ha “lo scopo” di ucciderci, ma solo quello di riprodursi il più possibile.

      e occorre dire che da questo punto di vista questo virus ha già raggiunto un notevole adattamento: infatti ha un tasso di letalità che è un decimo di quello suo simile della SARS, che uccideva il 30% di coloro che riusciva ad infettare. quindi ha la possibilità di circolare molto.
      per quanto non lo sapremo, fino a che non sappiamo che tipo di immunità può produrre.
      nella cerchia familiare ho l’esempio di un ammalato che ha ancora anticorpi a dieci mesi dalla malattia; ma è per tutti così? e quanti ne ha? e per quanto ancora? non lo sappiamo.
      la forza espansiva del virus dovrebbe decrescere, se potessimo togliere dalla sua area di espansione via via chi si ammala; ma non si direbbe che le cose stiano andando così; oppure la riduzione dell’area è compensata appunto dalla maggiore contagiosità?

      le varianti che stanno nascendo, a quanto si capisce, sono ancora più infettive, ma non più letali; questa sembra una evoluzione legata ad una qualche efficacia delle misure di contenimento; sembra che il virus stia cercando di superarle, per così dire. oppure dipende semplicemente dal fatto che l’area degli infettabili comincia a ridursi?

      non sono in grado di risponderti sulla tendenza del virus a diventare più complesso e sulla velocità di replicazione che, di conseguenza, diventerebbe minore, secondo te: il concetto è intuitivo, ma è confermato?
      ma in ogni caso una minore velocità di replicazione perché dovrebbe provocare sintomi meno gravi? o piuttosto soltanto un decorso della malattia più lento, come parrebbe a me?
      oppure, viceversa, la maggiore complessità dovrebbe provocare sintomi più gravi, come pare a te? sinceramente non capisco bene perché…

      non ti so rispondere all’ultima domanda…, di solito sono io che prendo le informazioni da te . 😉

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      • In realtà io ero convinto dall’inizio che i coronavirus per natura siano molto portati a mutare, infatti riescono a fare salti tra specie abbastanza facilmente. Non saprei se più o meno dell’influenza, immagino meno perché stiamo puntando tutto sui vaccini, ma allo stesso tempo pensiamo più perché già mettiamo in conto di vaccinarci ogni anno.

        Sinceramente che provochi sintomi più gravi almeno tra la S e L iniziali era stato dimostrato 1 anno fa. Poi non ho più seguito bene l’evoluzione. Non so se la gravità dei sintomi sia la stessa, o è solo una percezione sbagliata. Ormai 1000 morti per giorno è quasi una notizia di seconda pagina.

        Per quanto riguarda l’evoluzione del virus, tutti speriamo che sia il virus ad adeguarsi a noi, ma trascuriamo completamente che potremmo essere noi ad adeguarci a lui. E se i virus del passato avessero fatto tutte le vittime possibili prima di diventare buoni con noi, e se noi fossimo semplicemente tutti figli dei poco sintomatici di allora?

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        • sul primo punto, la sintesi fra le due posizioni potrebbe essere che i coronavirus in generale sono molto portati a mutare, anche perché sono virus molto più complessi di altri, ma nello stesso tempo e forse proprio per questo hanno anche sviluppato capacità di autoriparazione per mantenersi più stabili.
          il risultato finale è che bastano anche dieci variazioni sostanziali all’anno per metterci in crisi, e non sappiamo ancora bene se mettere in crisi anche i vaccini.

          sul secondo punto non so che cosa risponderti.

          sul terzo io non avrei dubbi a dire che certamente anche gli esseri umani si sono adeguati ai diversi virus che li hanno colpiti nella loro storia evolutiva, o almeno alla maggior parte.
          alla fine i virus cattivi sono uno degli strumenti di selezione della specie no? sopravvive certamente chi è più adatto, biologicamente, ma anche psicologicamente.
          e la cosa non riguarda soltanto i singoli, ma anche le culture. a certi virus sopravvivono le culture più adatte a gestirli; le altre tramontano.

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    • l’imbuto serve certamente a riempire, ma cosa?

      ho un pozzo sotto il pavimento della mia taverna-laboratorio, a casa mia: ha il suo fondo regolare, 3 o 4 metri sotto, e nessun imbuto, ma deve essere continuamente riempito dall’acqua piovana che cola dal monte sovrastante attraverso il terreno, visto che viene utilizzato con una pompa per l’irrigazione degli orti; e quando la siccità interrompe questo afflusso in entrata si asciuga e diventa inservibile.

      questo per dire che anche i pozzi devono essere riempiti in qualche modo, altrimenti non funzionano. 😉

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