Brescia: che colore è l’arancione rafforzato? il fabbro: antropologia del negazionismo padano – 90

ma insomma, che cosa avete fatto a Brescia per meritarvi tutto questo? eccola, la domanda provocatoria.

e non bastavano i tre colori che non sono quelli della bandiera, adesso giochiamo anche con le sfumature, per non dire rosso, colore sempre pericoloso; meglio l’arancione rafforzato, anche se suscita lontani ricordi: non solo gli Are Krishna o i monaci buddisti, ma anche i giubbotti arancioni.

e dove sono quelli che si strappavano i capelli per gli annunci improvvisi del governo Conte, ora che la decisione della Regione Lombardia è arrivata con un paio d’ore d’anticipo e ha colto tutti in contropiede?

comunque tutto questo è colore locale (per fare un gioco di parole di cattivo gusto).

è colore locale anche una polemica che vorrei fare contro una decisione presa sul livello provinciale, quando sarebbe possibile un dettaglio maggiore, comune per comune, come penso sarebbe giusto; ma si usa questo criterio solo per stilare la lista dei comuni dove vaccinare per primi, perché più a rischio (il mio non c’è, ma allora perché sottoporlo alle stesse misure degli altri?).

lasciamo perdere: la vera novità, positiva, è questo magico clima di unità nazionale che ha posto termine o quasi alle polemiche più insulse del mondo – o forse no, vedremo.

. . .

ma la vera domanda resta: come mai Brescia di nuovo?

e io non lo so.

NON LO SO: è una frase che sentite di rado sulle mie labbra perché, anche quando non lo so, cerco di saperlo.

Brescia è stata colpita molto nella prima ondata covid, seconda solo a Bergamo, in Italia, ma non di molto, ed ora Bergamo se la cava molto meglio.

e tutti a dire, per Bergamo: vedete l’immunità di gregge?

– ma fatemi divagare, un attimo: ma non si può cambiarla, questa espressione fetente? non possiamo parlare di immunità di gruppo? proprio pecore dobbiamo farci per avere in premio l’immunità? –

fine della parentesi.

ma l’immunità di gruppo non dovrebbe esserci allora anche a Brescia?

o forse a Bergamo sono stati colpiti in maniera più spettacolare e adesso ci stanno più attenti?

o forse non c’è proprio nessuna spiegazione e tutto avviene totalmente a caso, per fluttuazioni statistiche?

. . .

intanto pare che il virus questa volta si accanisca particolarmente infettando i bambini.

abbiamo una variante vagamente pedofila, evidentemente, che sta mollando gli anziani, dove ha già fatto strage, ed ora cerca vittime dal sapore nuovo.

. . .

ma quanto fa parte dello scenario delle difficoltà bresciane il negazionismo leghista?

vorrei raccontare un piccolo episodio emblematico, una discussione col fabbro che da circa un anno dovrebbe terminarmi la cappa del camino in ghisa della casa ristrutturata, e ogni volta che vado alla sua officina eccola lì quasi finita sul suo tavolo da lavoro, ma poi fra un lockdown e l’altro non viene mai portata a termine e installata.

si parla subito dell’epidemia e premetto che lui è proprio fascista, un nostalgico dichiarato, ha il ritratto di Mussolini in ufficio e non nasconde le sue idee (bravo!).

quindi è preparatissimo: squaderna il cellulare, ha i dati ISTAT a disposizione, non ci sono morti in più del 2019, guarda qui, è tutta una invenzione.

inutile chiedergli chi avrebbe interesse a paralizzare il paese con un falso allarme e a mettere in ginocchio la vita economica, perché lui neppure raccoglie la domanda, a cui avrebbe una risposta prontissima: i comunisti! che hanno appena smesso di mangiare i bambini o di manometterli come a Bibbiano o peggio, nelle ganghe pedofile delle élite mondiali, secondo le allucinazioni di QAnon…

preferisce esibirmi i numeri di una tabella; suggerisco, prima ancora di guardare: – ma i dati ISTAT mostrano al contrario che nel 2020 abbiamo avuto 84mila morti più che nel 2019.

comunque guardo: il sito riporta il numero reale dei morti fino a maggio, e poi ci aggiunge una cifra stimata e, ovviamente, fa tornare i conti come vuole.

– ma, scusa, dico, che senso ha? li abbiamo, adesso, i numeri finali, cercali con google.

, è la risposta, e tu ti fidi dell’ISTAT!

– ma, scusa, non lo stavi citando tu? i dati dell’ISTAT, o presunti tali, valgono fino a che danno ragione a quel che pensi, dopo non valgono più?

ma ci sono dentro i morti per altre cause!

– e nel 2019 no?

muoiono perché gli altri malati non li pigliano più in ospedale!!!

– ma allora questo non dimostra che gli ospedali sono pieni per il covid?

è una normale influenza!!!, urla, e mi agita contro una sbarra di ferro, senza farmi peraltro nessuna impressione.

. . .

ne parlo al telefono con un’amica che fa l’antropologa (lavora in un museo della zona) e cerchiamo di delineare il quadro di questa forma mentis, qui diffusissima, anche dove non raggiunge gli aspetti caricaturali del caso in questione.

il tema si collega al motivo fondativo della cultura bresciana, cioè del modo di pensare di qui: il laùr, il lavoro, la vera base culturale di questa gente e di queste valli.

parola talmente centrale da essere diventata il termine generico universale: dàme el laùr, dammi quella cosa: ma qui non si dice cosa, si dice lavoro: dammi quel lavoro.

era gente che viveva ai limiti della sussistenza, l’etica del lavoro faceva la differenza fra la vita e la morte, propria e della famiglia; chi non sapeva adattarsi ai ritmi di una fatica infernale, semplicemente spariva, e tutto questo ha attivato una selezione culturale univoca, quasi darwiniana.

. . .

se vogliamo vedere come le culture si formano, si evolvono, lottano per la sopravvivenza e si incistano in forme di pensiero immodificabili, ecco qualche parallelo.

qualcosa di simile avvenne, 2500 anni fa, con l’élite degli ebrei dispersi dagli assiri e concentrati a Babilonia; quando Ciro, l’imperatore di Persia subentrato, dette loro la possibilità di rientrare, scelsero di farlo solo i più fanatici ed ostili alla cultura urbana della metropoli; si raccolsero attorno ai loro predicatori più integralisti, reinterpretarono in senso fanatico la loro storia, fecero del culto privilegiato del loro dio nazionale, fra gli altri dei, una forma di monoteismo nazionalistico autoritario, intollerante ed omicida: si chiusero ai matrimoni misti, difesero in modo esasperato la loro identità reinterpretandola in chiave etnica: insomma inventarono l’ebraismo, l’unica cultura rigidamente razzista dell’antichità, che da allora in poi caratterizza la storia di quel popolo, attirandosi addosso razzismi ancora più ottusi e feroci.

o, al contrario, occorre guardare alla cultura di Bali, in Indonesia, dove fuggì seicento anni fa l’élite induista originaria del paese, di fronte alla conquista integralistica islamica, e fondò una comunità appartata e felice su quell’isola, meravigliosamente amica delle arti, della musica, della cultura, tollerante e aperta, in un’isola stupenda, diventata un paradiso.

le valli bresciane dalla vita durissima e dalla agricoltura povera, hanno creato alla stessa maniera la loro cultura della mistica del lavoro, un tempo giustificata, ora non più, ma in prosecuzione come sempre nella sopravvivenza tradizionale delle forme culturali.

questo modo di pensare è stato ereditato dalle generazioni precedenti, poi si è fuso col consumismo contemporaneo e ha dato luogo a questo culto dell’avere, in forme povere e standardizzate: e sono le radici del leghismo, come concezione del mondo.

ed ecco come ultima eredità il rifiuto, così carico emotivamente, della realtà dell’epidemia che viene ad aggredire dall’esterno forme di pensiero trasmesse in forma quasi atavica; è il rifiuto violento di una realtà che dissesta l’intero sistema di valori attorno al quale si è costruito un modello immodificabile di esistenza: non privo di una sua storica grandezza, ma che oggi diventa una specie di cupa follia.

. . .

qui, insomma, il lavoro non può essere messo in discussione da nulla.

nella bassa, ecco il piccolo imprenditore sieropositivo che non rinuncia a lavorare violando la quarantena, e lo fa senza mascherina, assieme a due suoi operai sani, ma tenuti nelle stesse condizioni di mancanza di protezioni dal virus.

ed ecco l’urlo contro i carabinieri intervenuti: non mi interessa il covid, io devo lavorare!

l’odio, vero, autentico, pronto a scatenarsi, contro chi mostra nel virus l’incredibile avversario di un modo di vita datato e superato, che però non si sa cambiare.

l’ho fatta anche troppo lunga: ma io credo che questa sia la colpa valsabbina, valtrumplina, bresciana e lombarda in questa nuova e ripetuta crisi sanitaria.

poi metteteci anche l’inquinamento e le polveri sottili, gli allevamenti intensivi, la produzione delle ferriere che non possono fermarsi, il culto spasmodico del centro commerciale nel weekend che è l’unica forma di realizzazione di chi ha sacrificato tutto alla produzione e non ha alternative culturali.

siamo nelle province più operose e produttive, ma anche con la più bassa scolarità superiore e universitaria, perché la produzione viene prima anche della formazione professionale.

siamo nel cuore malato del modello produttivo lombardo, che è il motore economico dell’Italia.

la pandemia negata è solo un sintomo di una mentalità che dovrebbe, ma non riesce a cambiare.

. . .

e poi, se neghi la possibilità di infettarti, non vuoi proprio accettarla, è ovvio che ti infetti anche, no?

13 commenti

  1. Ciao Mauro, sempre molto interessanti i tuoi approfondimenti, e anche i commenti che leggo.

    Quello che dici sulla cultura meridionale è vero e per molte cose mi manca.
    L’importanza dei rapporti umani diretti, della solidarietà, però si ritrova anche nei quartieri della metropoli dove vivo, ma in questo periodo è tutto molto più difficile.

    Molti amici sono sul web (a parte il lavoro), studiano, fanno ricerche, scrivono oppure, se sono artisti creano, compongono ecc. nonostante tutto e, a volte, nonostante gravi difficoltà.

    Anch’io, pur stando bene, sono a volte inquieta o silenziosa, ma ho sempre un interesse da portare avanti, e che riporti a un possibile confronto o scambio interumano, o che parli di di storie umane.

    C’è un cambiamento profondo e si sta molto da soli…
    … Io poi ho l’impressione che non dipenda solo dal lockdown, anche se è una difficoltà reale o, forse, il lockdown ha riportato a note profonde che si erano perse. Non so.
    Vedremo strada facendo, anzi, fatica facendo ☺️…

    Cmq, i ‘negatori’ del covid, a Roma non mancano, purtroppo.
    Basta andare al mercato della frutta per sentire (forse ora un po di meno):
    “… Ancora ‘sto covid signo’. Annamo su!…”,
    e quindi io non ci vado, ma anche in qualche bar cosiddetto ‘figo’ fino a poco tempo fa, il cassiere sorridente e ‘gentilmente’ ironico diceva le stesse cose, ma con parole ‘fighe’.
    Questa continua negazione è molto diffusa soprattutto tra chi lavora in attività all’aperto, ma anche al chiuso.

    I problemi, come sappiamo, sono tanti e gravi.
    Io posso comprendere queste persone e le loro enormi difficoltà, ma negare che ci sia il covid e tutto quello che è successo, e che ancora sta succedendo, è veramente sconcertante e pericoloso.

    C’è chi è super prudente e rispettoso, e per fortuna sono tanti, e chi invece, come si suol dire, ha abbassato paurosamente la guardia a scapito di altri (e sono tanti anche questi).

    Spero sempre di più nel vaccino, ma sappiamo benissimo che non bastera se non cambiera di pari passo la mentalità di molte persone, cioè se non cambierà la cultura, ma soprattutto, la politica completamente e drammaticamente staccata dalla vita reale.

    Però dico, viva gli scienziati e un grande grazie a loro!

    Ciao, un saluto a te e a tutti! ☀️

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    • ciao, Rosalba.

      fa piacere leggere che a Roma almeno si trova ancora il calore di una solidarietà umana che forse ha ancora il sapore della cordialità meridionale di tanti immigrati dal sud; e perfino il negazionismo, ascoltato in questo contesto, sembra meno aspro.

      teniamo duro come possiamo: i vaccini sembrano produrre qualche risultato, pur se messi in piedi in tempi da record in tutto il mondo, e con caratteristiche diverse che li stanno trasformando anche nelle armi biologiche di un teso confronto mondiale tra potenze.

      aspettiamo dati certi: i risultati ufficiali di Israele o degli Emirati, che sono più avanti nella vaccinazione di massa; per ora la propaganda ci strattona tutti di qua e di là e credo impossibile formarsi un quadro veramente certo, anche se le linee generali sembrano positive.

      anche i dati della Scozia sono confortanti; e diciamo pure, per obiettività, che la brexit sembra che abbia pagato nel Regno Unito, almeno sul piano sanitario, dopo gli strafalcioni inziali di Johnson.

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  2. E Bolzano? anche lì c’è il fanatismo del laùr? e Perugia?e Ancona? Vero che Ancona è una delle province più industrializzate delle Marche, e con i più grossi allevamenti intensivi di polli, ma non mi pare che ci sia un fanatismo così ottuso del lavoro.

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    • osservazioni giuste, alle quali non so rispondere: si annaspa e ci si attacca a tutto pur di non buttare la spugna del tentativo di comprendere.

      mi ha fatto rizzare le orecchie il tuo accenno agli allevamenti intensivi di polli; oppure penso ai meleti trattati con dosi industriali di anticrittogamici e altro del Sued Tirol.

      certo, una correlazione sembra certa, fra virus e modi di vita industriali avanzati dell’Occidente; ma la chiave segreta e reale della pandemia non l’abbiamo ancora scoperta, o forse non c’è neppure…

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  3. Ma siamo davvero sicuri poi che sia mentalità lombarda, o solo lombarda? Brescia è stata per molto tempo dominio veneziano, e questa stessa mentalità stucchevolmente “produttivista” io la vedo anche nelle valli che frequento io, dove un uomo si fa male perché lavora anche di domenica e poi non vuole mettersi la mascherina perché lui al Covid non ci crede (storia vera)…

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    • Francesca, qui sotto, mi ha fatto un’obiezione simile, a proposito del Veneto e indubbiamente le analogie fra culture valligiane; sono parecchie, ma io vedo anche alcune differenze: sono da prendere con le pinze, perché un’esperienza solamente autobiografica rischia di prendere delle cantonate: potrebbero essere legate più a differenze di classe che di culture locali vere e proprie.
      comunque copio e incollo:

      “io sono veneto di origine, non so se lo sai, e trovo delle differenze nei valori familiari che mi sono stati trasmessi rispetto a quelli che vivo da tanti anni in Lombardia: il centro del mondo valoriale veneto sono i schéi, i soldi, non il lavoro. il lavoro è uno dei modi per procurarseli, ma piuttosto assicura la mera sopravvivenza; solo i più scadenti si limiteranno a lavorare come bestie; i più scafati (parola che non uso a caso) sapranno realizzarli in tanti altri modi, ad esempio girando il mondo e ingegnandosi.
      insomma la Lombardia valligiana è un mondo di operai metallurgici e minatori, il mondo veneto è più un mondo di commercianti, più aperto e curioso.
      non che i schéi contino meno del laùr, ma il modo di procurarseli cambia un poco. almeno nella mia esperienza.
      poi sotto l’influenza veneta anche qui in Val Sabbia, ad esempio, si cominciava a cogliere qualche evoluzione della mentalità, ma il distacco da Venezia della Lombardia orientale ha provocato una chiusura fortemente provinciale, che dà alla fine proprio quel quadro che accenni anche tu”.

      l’episodio che racconti tu entra a pieno titolo nell’antologia negazionista, peraltro…

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  4. Cultura atavica per la Lombardia principalmente, il Veneto – perlomeno la parte produttiva motore dell’Italia – non è da meno. Con radici cattoliche forti a rafforzare un unico credo e ideologia. Confesso che conosco poco il Piemonte. In effetti l’Italia tutta, intendo dal nord al sud vive come se nel mondo esistesse solo il proprio paese ma trattasi di nazionalismo e basta. La destra in modo estremo gli altri un po’ meno. Differenti sono gli stili di vita, ma il pensiero è univoco. Male…
    Il tuo post è obiettivo bello ricco e, in parte ironico. Insomma mi hai fatto ridere, anche se la caricatura è vera! Grazie

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    • ciao, Francesca, spero tutto bene per te oggi.

      io sono veneto di origine, non so se lo sai, e trovo delle differenze nei valori familiari che mi sono stati trasmessi rispetto a quelli che vivo da tanti anni in Lombardia: il centro del mondo valoriale veneto sono i schéi, i soldi, non il lavoro. il lavoro è uno dei modi per procurarseli, ma piuttosto assicura la mera sopravvivenza; solo i più scadenti si limiteranno a lavorare come bestie; i più scafati (parola che non uso a caso) sapranno realizzarli in tanti altri modi, ad esempio girando il mondo e ingegnandosi.
      insomma la Lombardia valligiana è un mondo di operai metallurgici e minatori, il mondo veneto è più un mondo di commercianti, più aperto e curioso.
      non che i schéi contino meno del laùr, ma il modo di procurarseli cambia un poco. almeno nella mia esperienza.
      poi sotto l’influenza veneta anche qui in Val Sabbia, ad esempio, si cominciava a cogliere qualche evoluzione della mentalità, ma il distacco da Venezia della Lombardia orientale ha provocato una chiusura fortemente provinciale, che dà ala fine proprio quel quadro che accenni anche tu.

      grazie del giudizio positivo. 😉

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