gli umani (e le umane) stanno diventando sempre più stupidi? il capovolgimento dell’effetto Flynn – 93

la mia risposta istintiva alla domanda del titolo sarebbe sì, ma vorrei saperlo su basi un poco più obiettive, se non proprio scientifiche.

non è soltanto il blogger chiedoaisassichenomevogliono a sentire l’esigenza e a provare a raccogliere dati, come ha fatto in un bel post; anche io mi ero occupato, tempo fa, di alcune ricerche in qualche modo scientifiche sull’andamento registrabile del cosiddetto QI, Quoziente di Intelligenza.

e dico cosiddetto, perché confermo quello che dice anche lui: le intelligenze sono diverse e il QI ne misura soprattutto un tipo particolare, quella logico–matematica, mentre sarebbe il caso di valutarne l’andamento in modo distinto.

ma qualcuno ha provato a misurare anche altri fattori, in Finlandia:

. . .

secondo Gardner le intelligenze sono molte, addirittura nove, e lui dice perfino localizzate a volte in parti diverse del cervello:

1. intelligenza linguistica, o capacità di utilizzare un linguaggio chiaro ed efficace anche variandolo in relazione alle situazioni e agli interlocutori;

2. intelligenza logico-matematica, quella appunto che tendiamo, in Occidente, a identificare con l’intelligenza in se stessa: riguarda le capacità logiche e di ragionamento astratte; localizzata nell’emisfero sinistro del cervello, quello che guida la parte destra del corpo;

3. intelligenza spaziale: la capacità di percepire forme e oggetti nello spazio;

4. intelligenza corporeo-cinestesica: la padronanza del corpo che permette di coordinare bene i movimenti ed è localizzata nel talamo e nel cervelletto;

5. intelligenza musicale: la capacità di elaborare i suoni; localizzata nell’emisfero sinistro;

6. intelligenza interpersonale, definita a volte anche sociale: la capacità di comprendere i bisogni emotivi degli altri; coinvolge soprattutto i lobi pre-frontali;

7. intelligenza intrapersonale, definita a volte anche emotiva: la capacità di percepirsi nel contesto sociale e di immedesimarsi emotivamente negli altri;

8. intelligenza naturalistica: la capacità di osservare e classificare gli oggetti della natura;

9. intelligenza esistenziale: la capacità di riflettere in termini universali sull’esistenza.

ad ogni tipo di intelligenza potenziata corrisponde qualche attività preferenziale: 1. scrittori; 2. matematici; 3. architetti ed artisti; 4. sportivi e artigiani: 5. musicisti; 6. politici: 7. attori; 8. scienziati; 9. filosofi.

naturalmente nessuno possiede una forma specifica di intelligenza soltanto, ma tutte sono presenti in gradi diversi in ciascuno di noi, ed è proprio il profilo particolare che costruiscono le diverse forme di intelligenza a creare quella conformazione esclusiva che è il nostro profilo psicologico unico, irripetibile.

. . .

la classificazione di Gardner si espone a diverse critiche, non ultima quella che la connette alle classificazioni sociali; tuttavia coglie certamente la pluralità flessibile delle forme del nostro pensiero,

ed è valida come critica alla esasperata valorizzazione dell’intelligenza logico-matematica (non priva di sottintesi maschilisti).

una volta ribadito, dunque, che sarebbe interessante riuscire a cogliere se vi è nel tempo qualche evoluzione nella diffusione e nella intensità dei diversi tipi di intelligenza, possiamo considerare che cosa ci dicono le osservazioni fatte sull’andamento storico del QI, identificato prevalentemente con le intelligenze di tipo 1, ma soprattutto 2 dell’elenco fatto sopra.

ripeto una citazione che facevo nel mio post del 2012: sempre più stupidi, sempre più intelligenti?

Ventotto anni fa James R. Flynn scoprì che dall’inizio del XX secolo il quoziente di intelligenza della popolazione ha continuato a crescere costantemente in tutto il mondo. esaminò i dati dei test di intelligenza in oltre 20 paesi e scoprì che i punteggi aumentano di 0,3 punti l’anno, tre punti per decennio.

e commentavo: è un aumento semplicemente mostruoso: in una scala logaritmica come quella del QI significa che ogni dieci anni l’intelligenza umana raddoppia.

e non solo, ma osservavo che questa sorprendente evoluzione non riguardava soltanto la società nel suo insieme, ma persino i singoli: a fianco del declino naturale dell’intelligenza individuale con l’età, qualche strano fattore produceva una spinta inversa e tendeva al far crescere anche l’intelligenza del singolo nel tempo.

citavo come esempio che rende evidente questa evoluzione globale l’andamento del cinema: i primissimi prodotti della storia del cinema sembra rivolti ad un pubblico di semideficienti: Chaplin è miracolosamente puerile, perché anche il suo pubblico lo era, e nessuno di noi sopporta i tempi dei film degli anni Sessanta, perché come spettatori siamo diventati molto più intuitivi e dinamici, cioè più intelligenti, e non abbiamo bisogno di tutto quel tempo per comprendere lo sviluppo dell’azione.

. . .

ma questo potenziamento dell’intelligenza, che venne battezzato effetto Flynn, non è stato generalizzato, ma concentrato su alcune abilità specifiche, come l’uso dei simboli, ed è chiaramente connesso alla diffusione delle tecnologie digitali e della realtà parallela o potenziata.

già allora si poteva osservare un lieve declino di alcune altre forme di intelligenza, oppure il loro sviluppo molto meno evidente.

anzi una analisi di dettaglio dimostra che dal 1948 al 2002 la capacità di cogliere analogie si è sviluppata da 100 a 124, il possesso del vocabolario è cresciuto molto meno, da 100 a 103 fino al 1989, e successivamente è cresciuto ancora, ma ad un ritmo ancora più lento, e che le capacità matematiche hanno avuto un andamento simile a quelle del vocabolario fino al 1989, ma successivamente un lieve declino.

ma ora l’amico blogger chiedoaisassichenomevogliono aggiorna il quadro e sembra che esso sia sostanzialmente cambiato:

Dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, giunge voce che lo slancio dell’Effetto Flynn, quello della crescita vertiginosa, sin dagli inizi del ‘900, del Q.I. mondiale, […] in realtà avrebbe raggiunto il suo picco già negli anni ’70, per poi iniziare un lento, inesorabile declino.

in poche parole si corregge drasticamente la prospettiva; e colpisce a fondo il parallelismo tra crisi del quoziente di intelligenza ed involuzione politica: del resto, come potrebbe essere diversamente?

lui aggiunge un’altra osservazione: Nel 1976, De Mauro condusse uno studio sui vocaboli normalmente in uso degli studenti dei ginnasi italiani: erano, allora, circa 1600. Vent’anni dopo, nel 1996, si produsse in una nuova rilevazione da cui emerse che erano crollati a 6 o 700.

. . .

in sostanza, stiamo assistendo allo sviluppo, molto rapido, della tendenza che si evidenziava in accenno già dal 1989 (e la data, ahimé, è tragicamente simbolica): il crollo dell’intelligenza linguistica media.

l’amico blogger osserva, del tutto sensatamente, che l’impoverimento linguistico produce la delega ad altri del pensare. Si configurerebbe così una condizione in cui l’intelligenza non scompare in assoluto, ma si distribuirebbe in modo ineguale, diventando appannaggio di élite che alimentano la decadenza del pensiero articolato, sostenendo l’impoverimento del linguaggio in funzione di una sorta di monopolio che le porrebbe ai vertici indiscussi della piramide evolutiva. Agli altri non rimarrebbe che qualche frase sbiascicata, elaborata più con le viscere che dalla ragione.

il fenomeno potrebbe essere facilmente documentato non soltanto attraverso l’analisi del linguaggio dei media e in particolare della televisione, ma anche attraverso il successo editoriale straordinario e di massa di testi letterari come quello di Moccia: i fotoromanzi e i romanzi sentimentali, in realtà, sono esistiti anche in passato, ma non si conosce una società in cui essi tendano a ridurre in posizione assolutamente di nicchia le produzione letterarie più complesse.

restituendo la parola al blogger, nell’oggi, non […] v’è necessità di falò di libri, arti e bellezza; basta proclamarne l’inutilità, non apertamente […], piuttosto sotto traccia.

. . .

si possono trarre delle precise e rigorose conclusioni da queste considerazioni? non credo.

anche l’amico blogger osserva che vi sono studi persino precedenti a quelli di Flynn, che ci raccontano dell’inadeguatezza del Q.I. poiché questo sarebbe in grado di misurare solo talune intelligenze, per intenderci, al più quella linguistica e quella logico-matematica, e pure in modo assai poco efficace (presuppone elementi culturali di partenza con approcci estremamente astratti, appannaggio esclusivo di certi ambiti sociali, e non per castighi genetici).

tuttavia, pur nella vaghezza dei dati e delle ricerche credo che la tendenza in atto sia reale: è vero, stiamo diventando tutti più stupidi.

e ne do anche una interpretazione possibile, che è ancora quella – vagamente aggiornata – che Platone dava degli effetti della scrittura, che avrebbe reso gli umani più smemorati, distruggendo la capacità di ricordare, dato che avrebbe trasferito la memoria sulla carta, anzi sul papiro.

qualcosa di analogo sta succedendo anche oggi? gli umani cioè stanno diventando meno intelligenti nei campi dell’intelligenza linguistica e logico-matematica perché stanno imparando a trasferire agli strumenti informatici questo tipo di funzioni?

. . .

è possibile, ma questo indica allora anche la strada di una possibile correzione dei rischi connessi: serve un’educazione all’uso dei nuovi strumenti.

come sono servite le bibliografie sistematiche per fare fronte all’aumento esponenziale delle capacità mnemoniche umane determinato dalla scrittura, così oggi occorre una educazione all’uso critico degli strumenti critici, un curricolo di demistificazione dei condizionamenti e di istruzione quasi professionale alla critica delle fonti.

per evitare di essere pensati dagli altri, o meglio dalle macchine che ci circondano e hanno tutta l’aria di voler pensare per noi.

ricordando anche che il pensiero è come una camminata in montagna: faticoso.

. . .

allego un articolo del Corriere:

James Flynn è un professore emerito di filosofia dell’Università di Dunedin, in Nuova Zelanda. Il suo nome, come racconta il settimanale Die Zeit, è rimasto legato a uno studio pubblicato nel 1987 sul Psychological Bulletin, in cui Flynn metteva a confronto i risultati di alcuni test sull’intelligenza effettuati su un campione di bambini nel 1972, con altri datati al 1947. Dal raffronto si ricavava che nei 25 anni trascorsi da un test all’altro il quoziente intellettivo (QI) dei ragazzi esaminati era aumentato di 8 punti. Flynn aveva scritto a 165 studiosi in tutto il mondo per trovare una conferma a quella che supponeva poteva essere la sua scoperta: e cioè che nelle nazioni sviluppate il QI aumenta da una generazione all’altra in una misura variabile tra i 5 e i 25 punti. Questo fenomeno è stato appunto chiamato l’«effetto Flynn». Da allora l’interesse per questo genere di studi è cresciuto enormemente, tant’è che molti conoscono quale sia il loro QI. Purtroppo però questa euforia si è smorzata nel 2004, quando sulla base di alcune ricerche empiriche l’Università di Oslo si accorse che tra il 1970 e il 1993 l’«effetto Flynn» era diminuito. Negli anni successivi questo rallentamento ha trovato ulteriori conferme, fino alla tragica scoperta che il trend si è ormai rovesciato, e da un anno all’altro il QI diminuisce mediamente dello 0,25-0,50. Insomma, diventiamo sempre più stupidi. E anche a questo fenomeno è stato dato il nome di «effetto Flynn capovolto», così che il professore è doppiamente famoso.

18 commenti

  1. Tutta la discussione mi lascia piuttosto perplesso e sento che qualcosa mi (ci) sfugge. E’ un bene essere intelligenti? Probabilmente si ai fini pratici ma non necessariamente per avere una vita felice. Di infelici intelligenti ne è piena la storia e viceversa. Certamente lo è in uno scenario competitivo, uomini contro uomini e uomini contro resto dei viventi. Se nella lotta intraspecifica gli intelligenti si avvantaggiano sugli altri non mi sembra che nella lotta della sopravvivenza della ns. specie ci sia stata questa grande profusione di intelligenza visto il punto a cui siamo giunti Viviamo una fase della storia inedita alla quale possiamo applicare le soluzioni di un mondo non globalizzato.

    Interessanti le 9 tipicizzazioni dell’intelligenza che non conoscevo. Ho ripercorso a memoria le qualità dei miei conoscenti e sono riuscito ad incasellarli tutti entro questi 9 parametri con i voti ad ognuno ma rimango incapace di inquadrare me stesso. Confesso che negli anni ho imparato a riconoscere ed apprezzare sopratutto negli altri delle intelligenze diverse dalla 2, la logica matematica, che per un qualche misterioso motivo consideravo la sola intelligenza esistente e degna di rispetto.

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    • a quanto capisco, le tue perplessità sono collegate ad un aspetto che non ho preso in considerazione qui (ma in altri post più lontani sì): il rapporto tra intelligenza e felicità individuale. in uno di quei post (che oggi purtroppo non ti saprei indicare) esaminavo i risultati di studi scientifici che hanno stabilito una precisa correlazione tra QI e depressione: quanto più alto è l’indice dell’intelligenza, tanto maggiore è il rischio della depressione; e, senza farne una regola generale, il ragazzo col più alto indice di intelligenza mai osservato in tempi moderni, si è suicidato a 14 anni.
      ma allora perché la selezione naturale sembra favorirla? ammesso che sia vero, perché siamo una specie sociale e il vantaggio evolutivo dell’intelligenza va al gruppo prima che al singolo.
      no, l’intelligenza non procura certamente la felicità personale, almeno quella molto spiccata.

      sì, le intelligenze sono molte e molto diverse: questo potrebbe aiutarci a diventare più aperti…

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      • Non è solo il rapporto fra intelligenza e felicità che mi rende perplesso ma la finalità, come di ci tu, evoluzionistica dell’intelligenza. Siamo sicuri che l’intelligenza porti vantaggi al gruppo anche sul lungo periodo? O ci ritroveremo come giraffe a competere con gli altri erbivori piu specializzati in una prateria dove abbiamo mangiato tutti gli alberi? Non ci conveniva tenerci il collo un po piu corto? O stiamo veramente delegando alle macchine le funzioni cognitive e noi si tirano i remi in barca e si scende dal piedistallo di specie dominante? Ammetterai che lo scenario è decisamente inquietante.

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        • lo ammetto certamente.

          hai spalancato una finestra su un interrogativo inquietante: visti i risultati, non avrei dubbi che una intelligenza di tipo umano è comunque pericolosa anche per la specie e non soltanto per gli individui.

          a questo punto – ma non lo penso da oggi, solo che me ne dimentico volentieri, per sfuggire all’orrore – non ci rimane che pensare che sia un errore evolutivo, che verrà rapidamente eliminato.

          l’osservazione dell’universo non ci lascia dubbi: la vita stessa è una rara eccezione nel contesto globale di quello che esiste; quanto alla vita intelligente nel cosmo è una eccezione rarissima e probabilmente unica, almeno nella nostra galassia.
          la sua durata è assolutamente insignificante nella scala dei tempi astronomici: un flash senza senso in un universo in cui il concetto stesso di senso sembra fuori posto.

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  2. Intanto ti ringrazio per il tuo riferimento alla cosa sul mio blog. Poi, anche per come hai implementato di ulteriori dati l’analisi. Esistono testi che ho avuto modo di leggere durante i miei antichi studi di genetica di popolazione, e che dimostravano già agli inizi degli anni ’80 la fallacità del Q.I. Ma credo che questo sia abbastanza irrilevante adesso. Ciò che è ovvio è che pezzi consistenti della popolazione del pianeta hanno delegato talune intelligenze alle macchine, dunque, non le esercitano più provocandone atrofia progressiva. Ed anche questo appare un’evidenzia che è suffragata da fatti. Il punto è che questa atrofia sembrano subirla anche quelle intelligenze che non possono essere delegate a strumenti tecnologici, quelle della sfera dell’astrazione, per intenderci. Credo che la questione sia ormai antropologica, ma anche politica e sociale, poiché ci racconta di un condizionamento reazionario che avviene sulle masse e di cui le masse sembrano non essere consapevoli (nessuno ammetterà il proprio progressivo rimbecillimento, posso dare il buon esempio, eventualmente, cominciando io). Penso che l’apertura di una discussione su questo punto non sia solamente importante, piuttosto sia questione necessaria per la sopravvivenza d’una autonomia del pensiero libero. E credo parta necessariamente dalla scuola che deve smetterla di essere valutatoio e riprenda la sua accezione più pura, superando il carattere aziendale che ha assunto negli ultimi trent’anni. Pure, occorrerebbe che divenisse il luogo della sperimentazione libera delle arti e delle scienze, cosa che, senza citare illuminati scienziati statistici, c’è pure scritto nella Costituzione, certo non un manifesto sovversivo di bolscevismi striscianti. Anche se mi pare non se ne sia accorto nessuno.

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    • molti temi.
      1. fallacia del QI: ci ritroviamo
      2. delega dell’intelligenza alle macchine e quindi atrofia dell’intelligenza naturale: ci ritroviamo
      3. atrofia dell’intelligenza anche ai livelli decisionali? di questo non sono sicuro, invece. temo piuttosto che stiamo assistendo ad un processo di concentrazione parallelo a quello finanziario; si stanno creando dei centri decisionali iper-intelligenti (grazie al mix con l’Intelligenza Artificiale) rispetto a masse sempre più deprivate intellettualmente e culturalmente
      4. sopravvivenza di un pensiero libero autonomo? meramente residuale e in via di estinzione salvo vaghe e disperse sacche di resistenza. e quindi il resto mi pare utopia, purtroppo; servirebbe, semmai, un nuovo monachesimo laico, che privi a salvare almeno il ricordo della civiltà.

      certo, a guardare i 15 gradi in più rispetto alle medie stagionali, in queste ore, sembra più che altro che la cosa migliore che possiamo ricavare da queste osservazioni è che non ci sarà molto da rimpiangere quando una umanità definitivamente abbrutita ed esausta abbandonerà un pianeta surriscaldato ed inadatto a qualunque futura civiltà che si auto-definisca intelligente.

      scusa la visione trucida e detta senza troppi giri di parole.

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    • No, in realtà sono d’accordo con te sia sul punto 3 che sul quattro. Altroché se sono d’accordo. Le atrofie delle intelligenze non appartengono alle elite che anzi auspicano che ciò avvenga solo ai livelli più bassi. C’è effettivamente un accumularsi di ricchezze ed intelligenze verso una sempre più esigua minoranza. È la conseguenza innegabile dell’azzeramento del saggio tendenziale del profitto a livello economico, che impone al sistema di parassitare senza ritegno le moltitudini e l’ambiente, per potersi garantire accumulazioni di capitale illimitate, ma che tali non potranno essere per definizione. Ma questo processo è possibile solo attraverso l’obnubilamento delle coscienze, Sic et simpliciter, delle intelligenze, della capacità di analisi e critica delle masse. Il progressivo rimbecillimento è dunque indotto artatamente, non è conseguenza d’un destino cinico e baro.

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      • allora siamo proprio d’accordo su tutto.
        qualche riserva sulla validità della previsione marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, a giudicare almeno da come certi figuri alla Zuckerberg e alla Bill Gates hanno accumulato profitti mostruosi in brevissimo tempo.
        a me pare che quella tendenza, se pure è effettivamente esistita, potesse riguardare la produzione strettamente industriale, ma certamente è stata aggirata trasferendo alla sfera finanziaria il compito di assicurare i profitti più importanti; e in questo quadro lo strumento del debito pubblico agisce potentemente come vettore di nuovi pedaggi e corvée di tipo sostanzialmente feudale, di cui lo stato si fa esattore.
        per cui, in poche parole, chi combatte il debito è un nemico della finanza e un difensore della funzione democratica dello stato; chi lo espande agisce come agit-prop dei poteri neo-feudali della finanza.
        altro che Keynes!

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        • Ecco, appunto mi riferivo al punto 3, l’atrofia dell’intelligenza delle elite dominanti. Se costoro possono depredare l’umanità dell’intelligenza così come fanno con le altre risorse questo andrà probabilmente a scapito della loro umanità che vedo rappresentata dall’intelligenza del settimo tipo. Che poi sarebbe come a dire che senza le capacità di commuoversi ed emozionarsi sarebbero condannati ad una vita indegna di essere vissuta.
          Ricordo di aver letto di studi che indicavano che la capacità di emozionarsi al cinema è inversamente proporzionale al reddito delle persone e il reddito dovrebbe misurare anche il QI ma di questa correlazione non ne sono certissimo.

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          • l’ultimo spunto meriterebbe un approfondimento: credo che vi sia una correlazione di massima tra reddito e alcuni tipi di intelligenza, ma non tutti.

            così come esiste anche una correlazione certa, tra intelligenza ed infelicità che tendono ad aumentare in parallelo.

            questo porterebbe a dire che chi è più intelligente ha più reddito ed è anche più infelice, e aiuterebbe a dimostrare che la ricchezza rende infelici e la povertà invece felici. ma le cose non sono così semplici.

            occorrerebbe approfondire le relazioni per i diversi tipi di intelligenza e per i diversi livelli; non sono affatto sicuro che livelli molto alti di intelligenza siano correlati a redditi più alti, anzi sono portato a dire che è piuttosto il contrario.

            probabilmente la correlazione funziona dove l’intelligenza aumenta, ma non di molto, e aldilà di una certa soglia non funziona più.

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