8 marzo: chiedendo scusa alle donne – 109

se l’8 marzo si mescola al festival di Sanremo e diventa una festa obbligata del politicamente corretto, dalla copertina di google ai media dell’opinione pubblica obbligata e teleguidata a scadenze mensili (a quelle settimanali ci pensa il campionato di calcio), io non ci sto.

è la vostra festa, carissime donne: fatene voi quel che volete.

per me, dal punto di vista dei maschi, la prima cosa da fare è di chiedervi scusa e per il resto tacere…

. . .

lo so anche io che questa è soltanto una vistosa litote: dico che non ne parlo, per parlarne più forte.

quelle della foto di copertina sono donne egiziane che lavorano nei campi avvolte nel burka, riprese da me nel 2005.

chi vuole intendere, intenda…

. . .

in Svizzera l’8 marzo si festeggia con l’approvazione ieri del divieto di coprirsi integralmente il volto in pubblico, avvenuta in un referendum, col 52% dei voti a favore; è stata intesa come una legge contro il burka, in pubblico (ma non nei luoghi di culto.

voi come avreste votato?

7 commenti

  1. Avrei votato che bisognerebbe smettere di imporre certe cose per legge e lasciar decidere la donna: e se si deve identificare qualcuno che porta il velo, basta chiedere ad una donna di farlo. Altrimenti bisognerebbe vietare anche il casco integrale…

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    • è la prima risposta che è venuta in mente anche a me, però però…
      a Damasco nel 2003 ho vissuto qualche giorno in una città nella quale vigeva questa regola che proponi: c’erano donne col velo islamico, donne col burka e anche donne a testa scoperta, e non erano solo turiste. in realtà la città era divisa in quartieri dove prevaleva nettamente l’uno o l’altro modello di abbigliamento, e questo credo che non sia casuale.
      il fatto che a personalmente il burka crei una profonda inquietudine, in senso fisico prima di tutto e senza sottintesi ideologici, non dovrebbe essere un elemento di valutazione, però deve pure dirci qualcosa.

      il punto di arrivo della mia riflessione è questo: che solo in apparenza esiste una libertà di scelta individuale di come vestirsi; la scelta è in realtà SEMPRE una scelta sociale; perfino la libertà di vestirsi come si vuole è una regola sociale conforme che fissa come ci si può vestire (in Occidente).
      quindi il problema non può essere risolto in questo modo.
      (tralascio l’argomento del casco, perché questo non è un modo di vestirsi, ma uno strumento tecnico occasionale di protezione, che ha tutt’altro significato).

      seguendo questa impostazione, nessuna cultura ha il diritto di entrare nel merito di come ci si veste in un’altra cultura (o non ci si veste, perché esiste anche la variante culturale selvaggia), ma nessuna cultura può rinunciare ad alcuni tratti identificativi profondi suoi.
      l’esibizione del viso di uomini e donne è uno dei tratti profondi della cultura europea (e di molte altre) e a mio giudizio la rinuncia a questo valore crea un disagio più forte di quello che vorrebbe eliminare.
      quindi io avrei votato per la proibizione del burka, da noi e soltanto da noi, e non certo per quella del velo, che sarebbe veramente assurda.

      vedo però che questa proibizione è passata in Svizzera con una maggioranza marginale, 52% contro 48%, e devo comunque prendere atto che quasi la metà degli svizzeri non si sente in difficoltà psicologica a vedersi passare accanto una figura sconosciuta e non identificabile; per me non è così, ma è anche possibile che io sia datato.

      aggiungo che una posizione simile dovrebbe essere presa a mio avviso su una questione ben più importante, che è la circoncisione dei minori, che dovrebbe essere tassativamente vietata e riservata soltanto alla scelta effettivamente libera alla maggiore età.

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      • Però qui entriamo in un argomento ulteriore, e cioè se la legge debba prendere in considerazione determinate “limitazioni” (scusa se le chiamo così) culturali: è chiaro che ogni legge è figlia della cultura che la produce, ma “dovrebbe” essere così? La legge non dovrebbe piuttosto tentare di essere “asettica”, da questo punto di vista?

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        • ma che la legge debba essere asettica è di nuovo espressione di un particolare punto di vista culturale.

          asettica la legge deve essere quando riguarda comunità diverse che convivono stabilmente: in questo caso diventa inevitabile che lo sia, almeno sui valori che distinguono le diverse comunità.

          ma la questione di fondo qui è entro quali limiti una comunità immigrata possa portare i propri valori. per esempio, possiamo accettare la poligamia accanto alla monogamia? possiamo accettare l’infibulazione? al limite, potremmo accettare l’incesto se fosse ancora viva la religione degli antichi egizi?

          io credo che ci siano dei valori assoluti in ogni cultura: non negoziabili, per usare una espressione orribile; diciamo meglio valori la cui distruzione determinerebbe da sola la morte di quella cultura.

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          • Già… ma siamo sicuri che vietare ad una persona di portare quello che per lei è un simbolo della sua religione non sia esso stesso un modo per far morire la nostra cultura (posto che esista davvero una nostra cultura… e nostra di chi, poi?)?

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            • in un certo senso, hai ragione, con questa osservazione acuta: ma la cultura che morirebbe, vietando il burka, è soltanto quel democraticismo astratto che poi in realtà non è la nostra vera cultura, e in un certo senso neppure la vera cultura di chi lo proclama.

              ma poi vietare il burka metterebbe in crisi la cultura democratica e vietare la poligamia o l’incesto no? e perché? chi stabilisce dove stanno i confini per i quali un divieto è ancora democratico e un altro no?
              il fatto stesso che esistano alcuni divieti di tradizioni culturali altrui (il cannibalismo, aggiungo come ulteriore esempio…) dimostra che ogni cultura prevede dei limiti insuperabili di accettabilità rispetto ad altre culture.

              solo che alcuni di questi limiti li consideriamo ovvii e indiscutibili, ed altri invece no…

              per la cultura islamica l’adulterio è passibile di pena di morte, come lo era nell’antica cultura giudaica, e perfino in quella italiana, in forma attenuata, fino a pochi decenni fa, visto che il nostro codice ammetteva il cosiddetto delitto d’onore, cioè l’uccisione della moglie traditrice da parte del marito, sancendolo con pene quasi irrisorie.
              naturalmente per noi oggi questo tipo di omicidio è assolutamente inaccettabile, anche se sopravvive nei comportamenti di alcuni maschi, nonostante la durezza del codice attuale del punirlo; ma non accetteremmo mai, anzi non accettiamo, che un islamico uccida la moglie o la figlia adultera, come in certi dei loro paesi è non solo ammesso, ma perfino previsto e richiesto…

              quindi l’accettazione integrale di altre culture è impossibile.

              a questo punto, per negare il burka totale in particolare, si devono usare argomenti specifici riferiti a questa proibizione in sé; non si può rifiutare questo divieto in nome di un presunto e astratto dovere di accettazione di ogni altra cultura.

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  2. Accetto le scuse perché non lavoro in fabbrica e tiro avanti la casa figli compresi e marito che magari sta a grattarsi la testa. Chiaramente l’8 marzo è una commemorazione che ricorda un momento drammatico. Tanto di cappello. Il festival non l’ho visto come da tanti,la TV esiste in casa mia solo per i momenti rari , in cui talune sere voglio vedere ciò che mi interessa. Non la demonizzo. I demoni sono tanti. Meglio dire diavolerie.
    Cosa voterei :
    -Scoprite i vostri volti, voglio vedervi –
    Nei loro Paesi del resto giustamente seguo i loro dictat.
    Ciao Mauro

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