Draghi, le scuole e la scienza – 132

così Draghi, dopo le incertezze sul tema pandemia del primo bimestre di governo (a parte il blocco opportuno delle esportazioni vaccinali dell’inadempiente AstraZeneca), sembra imbroccare la strada, non dirò giusta (perché nel campo delle pandemie è onesto dirci che viviamo senza certezze), ma più opportuna, e quella meglio convalidata dalla scienza.

la scelta di riaprire le scuole in presenza fino alla prima media è finalmente coerente con i dati scientifici che riducono al minimo il rischio di infezione dentro questo ambiente, perché ben tutelato e protetto dalle precauzioni che vi si prendono.

tanto da avermi fatto dire più volte che tenere le scuole aperte era piuttosto una decisione che PROTEGGE gli alunni dai rischi maggiori che corrono restandone fuori.

e ho più volte evidenziato che la chiusura delle scuole è stata nel governo Conte la mossa civetta usata con penosa regolarità per far credere che si faceva qualcosa, colpendo l’istituzione meno amata dalla ignoranza dominante; ma guardandosi bene da maggio in poi di occuparsi del mondo del lavoro, che è la vera fonte primaria dei contagi.

la cosa è stata ancora più evidente nelle decisioni prese dalla maggior parte delle Regioni, nelle quali si è manifestata a piene mani l’avversione dei leghisti contro ogni forma di cultura, ma direi meglio della politica in genere.

. . .

in sostanza ad un governo Conte che FINGEVA di essere anti-leghista, ma faceva una politica molto simile alle impostazioni di questo partito, segue un governo paradossale che ha la Lega al proprio interno, ma fa una politica nettamente differente dagli slogan scomposti del capitone Salvini.

intanto questo si riempie di ridicolo confondendo i desideri con la realtà e proponendo le vaccinazioni, per ora alquanto aleatorie, anche negli oratori, non sia mai che il Santissimo Cuore di Maria (????) non ci faccia la grazia.

ma in fondo anche nel secondo governo Conte la competizione era tutta tra il Padre Pio del premier pugliese e la Madonna invocata col rosario.

ora si torna a sentir parlare di scienza, e il buon senso, cioè il principio di realtà, riappare in un paese che sembrava e in parte sembra aver perso ogni bussola razionale:

“Se sia pensabile o impensabile dipende dai dati che abbiamo. Queste misure hanno dimostrato di non essere campate per aria. Direi che è desiderabile non tenere chiusa l’Italia, ma non è impensabile se lo dicono i dati.

gli italiani possono già pensare a prenotare le vacanze estive, come dice il ministro leghista del turismo? “Io sono d’accordo con lui – afferma il premier con aria un po’ perplessa – perché no, io ci penserei se potessi. A chi non piacciono le vacanze?”

ma abbiamo già visto l’estate scorsa che in Italia in vacanza per prima viene spedita la doverosa prudenza.

. . .

la scienza ci dice anche che non sarebbe un danno, ma un rischio ben calcolato, anche se i bambini si infettassero (esclusi ovviamente quelli con problemi pregressi, che andrebbero vaccinati per primi, a mio parere): solo in casi più che rarissimi ne segue una vera e propria malattia e per di più acquisiscono una immunizzazione almeno provvisoria.

provvisoria l’immunizzazione di chi si è ammalato di covid una prima volta, almeno a sentire Crisanti, che riporta degli studi secondo i quali l’immunità di chi si ammala è di 9-10 mesi – almeno a Codogno.

notizia lugubre, direi, perché delinea un quadro in cui la pandemia si farebbe endemica e permanente in modo inevitabile.

ma aspettiamo altri risultati ed altre ricerche, perché per ora i casi di reinfezione sono assolutamente marginali, e invece dovrebbero essere più consistenti, se le cose stessero davvero così.

come ricordava l’amico Krammer in un suo recente prezioso commento, che potete leggere qui pacifismo vaccinale – 128, l’immunità non viene data soltanto dagli anticorpi presenti, ma può essere collegata ad una memoria profonda nella cellula colpita una prima volta, che la rende capace, in genere, di produrre degli anticorpi se colpita nuovamente dall’infezione. e dunque si potrebbe essere un po’ meno pessimisti.

. . .

intanto festeggiamo il ritorno di qualche briciolina di buon senso al governo.

9 commenti

  1. “la scelta di riaprire le scuole in presenza fino alla prima media è finalmente coerente con i dati scientifici”

    Non è proprio così, le evidenze scientifiche dicono altro.
    Un presidente che si voglia davvero attenere alla scienza, dovrebbe dire onestamente alla popolazione che con la riapertura delle scuole i contagi inevitabilmente saliranno, ma che l’istruzione dei ragazzi è una cosa talmente importante che vale la pena rischiare ed eventualmente sacrificare/rimandare la riapertura di altre attività socialmente meno utili.

    Questo sarebbe un parlare onesto in scienza e coscienza, ma non è vero che la scuola di per sé non è fonte di contagio e lo sarebbero solo i trasporti, questa è un’assunzione priva di fondamento, i dati grezzi ci dicono che l’esplosione della seconda ondata a fine settembre scorso è avvenuta esattamente con la riapertura delle scuole. E anche gli studi effettuati all’estero sono concordi nell’affermare che la riapertura delle scuole, anche limitata ai bambini fino a 11 anni, aumenta il tasso di contagio.

    La scuola è talmente importante che un aumento dei contagi può essere un “prezzo” ragionevole da pagare, ma non si racconti che le scuole non sono fonte di contagio.

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    • veramente ci sono elementi abbastanza consistenti per affermare che la scuola non ha una incidenza significativa sull’andamento della pandemia: la differenziazione regionale degli orari di inizio delle lezioni ha dimostrato, sia in Italia, sia in Germania, dove è ancora più marcata, che non si riscontrano variazioni significative regionali nell’andamento della pandemia in relazione ai diversi calendari di apertura delle scuole; pertanto ritengo che le convinzioni contrarie, ampiamente diffuse nel nostro paese e ribadite anche da te, siano un esempio tipico di disinformazione mediatica.

      Chiudere le scuole non rallenta il contagio. Anzi: “Rischia di ottenere l’effetto opposto”. È questa una delle conclusioni a cui è arrivato uno studio portato avanti da un gruppo di scienziati dell’Università di Padova, dell’Istituto oncologico europeo, in collaborazione con l’università di Tor Vergata, AbaNovus di Sanremo e la Ulss-9 Scaligera di Verona. Un lavoro complesso che ruota attorno a quattro domande precise, indagando il ruolo di ragazzi e bambini che frequentano le scuole nella diffusione del Covid durante l’ondata d’autunno. Sono stati usati database e numeri che arrivano dal tracciamento dei contagi in mano alle Agenzie di tutela della salute, del Ministero dell’Istruzione, della Protezione civile. I risultati sembrano scardinare molte convinzioni sui luoghi dove si fa lezione, considerati da tanti come uno dei motori su cui si muove la pandemia: “L’impennata dei contagi di ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole”, scrivono i ricercatori. E la loro chiusura totale o parziale in regioni come la Campania o la Lombardia non solo ha avuto conseguenze pesantissime su famiglie e studenti. Ma “non ha influito sulla diminuzione dell’Rt”. I risultati della ricerca dal titolo “A cross-sectional and prospective cohort study of the role of schools in the SARS-Cov-2 second wave in Italy” sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet Regional Health e ora consegnati a Cts e ministero. “Nonostante l’evidenza biologica ed epidemiologica che i bambini giochino un ruolo marginale nella diffusione del virus – spiegano gli studiosi – sono state stabilite politiche di chiusura delle scuole, tra cui l’Italia, principalmente basate su una coincidenza temporale fra la loro riapertura e l’andamento dell’epidemia”. Una delle domande chiave da cui sono partiti è questa: dopo l’estate, quando le aule sono tornate a riempirsi, dagli asili alle superiori, dalle elementari alle medie, questo ha inciso sull’andamento generale dei contagi? La risposta degli studiosi è no. Il calendario scolastico italiano, con riaperture diversificate a seconda delle regioni, si è dimostrato un terreno fertile su cui impostare un ragionamento, spiegano Luca Scorrano, biologo dell’università di Padova e l’epidemiologa Sara Gandini dello Ieo di Milano, coordinatori della ricerca. Un primo confronto è stato fatto su Bolzano e Trento, due territori simili per popolazione, clima e stile di vita, dove l’anno scolastico è iniziato con una differenza fra le due realtà di una settimana. Nonostante i bambini fossero rientrati sui banchi prima a Bolzano, però, è a Trento che la curva dei contagi ha iniziato a impennarsi per prima, “suggerendo che non vi era alcuna relazione temporale tra l’apertura delle scuole e l’aumento Rt”. Questo è stato l’inizio. Per avere conferma, le stesse analisi sono state quindi estese ad aree più vaste del Paese, applicandole a diverse coppie di regioni dove le scuole hanno aperto con una cadenza diversa e con una differenza temporale simile. “Nelle Marche le scuole sono state aperte il 14 settembre, in Abruzzo il 24. Ma in entrambe le regioni l’Rt ha iniziato ad aumentare nel periodo dal 25 settembre al 2 ottobre”, come se dieci giorni in più o in meno di contatti scolastici non avessero inciso in alcun modo. Lo stesso confronto è stato ripetuto altrove. In Sicilia e Calabria per esempio. La conclusione? La stessa: “Nessuna correlazione evidente fra apertura delle scuole e aumento dell’Rt”. La lente dei ricercatori si è spostata quindi dentro agli istituti scolastici, incrociando dati che riguardano oltre 7,3 milioni di studenti delle scuole pubbliche, più di 775 mila insegnanti e 206 mila persone fra bidelli, tecnici e segretari. Ed ecco il nuovo interrogativo: qui dentro i contagi fra gli studenti, fra gli insegnanti, fra il personale non docente, sono stati di più rispetto al resto della popolazione? Anche su questo, la risposta degli scienziati è no. Il report sostiene che, anche durante il picco della seconda ondata, gli alunni sono risultati meno infetti rispetto al resto della popolazione in tutti quanti gli ordini di scuola. “Questo di fronte a un numero molto elevato di test che ha coinvolto le comunità scolastiche”, sottolinea Gandini. L’incidenza dei nuovi positivi “è stata mediamente inferiore del 39 per cento fra gli alunni di elementari e medie”. Più bassa del 9 per cento, sempre rispetto al resto della popolazione, prendendo in considerazione gli studenti delle superiori. I tamponi sono risultati positivi in meno dell’1 per cento dei casi. E i focolai in classe hanno riguardato fra il 5 e il 7 per cento degli istituti scolastici. Fra gli insegnanti l’infezione è stata sicuramente più diffusa rispetto agli alunni. Ma in linea, sottolinea l’epidemiologa dell’Istituto oncologico milanese, quando si va a fare un confronto per età con il resto della popolazione e quindi con altre categorie professionali. “Le infezioni secondarie tra gli insegnanti sono risultate rare”. E quando il contagio c’è stato, i numeri sui tracciamenti esaminati dicono che il passaggio è stato molto più di frequente fra colleghi, non da studente a prof. Un lavoro approfondito è stato fatto sui dati del Veneto: quando vengono tirate le fila, si dice che “I bambini e gli adolescenti non sono stati i primi driver della seconda ondata, che è stata invece associata a ad un precoce aumento dell’incidenza negli individui fra i 20 e i 50 anni”. L’ultimo interrogativo, dunque: nel momento in cui le Regioni hanno deciso di chiudere le scuole, in toto come in Campania, o parzialmente come in Lombardia in zona rossa, cos’è successo? “È interessante notare che il calo Rt è iniziato prima della chiusura delle scuole superiori in entrambe le regioni”, scrivono. E complessivamente l’analisi dei dati riportati nel lavoro fa concludere che “la chiusura delle scuole non ha avuto un impatto sulla velocità del declino dell’Rt che è proseguito con la stessa velocità”. Un risultato, scrivono, in linea con altri studi internazionali. “La relazione tra diffusione del Covid a scuola in presenza è un argomento complesso, che deve essere affrontato con rigore scientifico e senza pregiudizi”, commenta il biologo Luca Scorrano, che spiega così la genesi di questa ricerca. “Il nostro lavoro si aggiunge alle molteplici evidenze accumulate nel corso di quest’ultimo anno che nel loro complesso hanno scagionato la scuola in presenza”, dice la studiosa dello Ieo. Le vere insidie, secondo gli autori, sono da un’altra parte: “La chiusura delle scuole ha conseguenze disastrose sull’attività motoria di bambini e adolescenti sull’interazione sociale, sul benessere psicologico, sui problemi psicopatologici, sul rischio di obesità, sulla dipendenza dallo schermo, sulla protezione da situazioni di abuso domestico, sulla performance di apprendimento”, sono le parole che chiudono la ricerca. E Gandini conclude: “Il rischio zero non esiste. Ma l’indagine rileva non solo solo che a scuola ci si contagia meno ma che stare in classe permette di contenere l’epidemia perché in questo modo i ragazzi restano in luoghi maggiormente sicuri, controllati e anche testati. E se non li portiamo a scuola rischiano di cercare socialità altrove, in luoghi meno protetti e quindi più pericolosi proprio sul fronte dei contagi”.

      mi permetto poi di aggiungere un ulteriore elemento di valutazione personale e di contraddirti su un punto: i tempi dell’impennata epidemica in Italia non coincidono affatto con i tempi dell’inizio delle lezioni (considerando due settimane il tempo canonico necessario tra un evento scatenante e l’effetto epidemico, ma piuttosto con quelli del referendum costituzionale, circa due settimane dopo, che sembrano coincidere molto meglio con la ripresa della pandemia dopo l’estate – pure se questo è un argomento assolutamente tabù da noi.

      occorre però aggiungere, per onestà intellettuale, che alla fine la ripresa della pandemia è stato un fenomeno europeo e che l’Italia vi si è adeguata con un parziale ritardo, dopo avere perso tutto il vantaggio sanitario acquisito col duro e per certi versi esemplare lockdown della primavera scorsa.

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      • Mi spiace, ma non è come credi. Leggiti questa pubblicazione https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(21)00622-X/fulltext

        Non mi risulta (correggimi se sbaglio) che il governo italiano intenda applicare alla scuola misure di mitigazione così rigorose, come orari dilazionati, aumento del personale in modo tale da creare classi più piccole, finestre aperte, insegnamento all’aperto (dove possibile), sistemi di filtrazione dell’aria.
        Si delega tutto ai test salivari (a carico di chi? delle famiglie?), e alla buona volontà dei singoli istituti scolastici. Gli istituti con più risorse economiche(spesso privati), probabilmente provvederanno per conto proprio ad attuare certe misure di mitigazione (come il ricambio d’aria, classi meno numerose, ecc…), gli altri si arrangino!

        Dunque i contagi aumenteranno inevitabilmente, può essere un prezzo da pagare accettabile tenuto conto dell’importanza dell’istruzione, però in una comunicazione onesta va detto. Far finta che le scuole siano sicure al 100%, senza metterle davvero in sicurezza, non serve a niente(se non per tener buoni i genitori che non vedono l’ora di scaricare i figli a scuola).

        Purtroppo questo governo sta continuando sulla stessa linea dei precedenti governi, cioè quella di prendere in giro i cittadini con promesse impossibili, trattandoli da minorati mentali.

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        • grazie dell’approfondimento.
          mi sono fatto tradurre l’articolo di Lancet da DeepL e per maggiore sicurezza riporto la traduzione (che sembra fatta abbastanza bene).

          Il 22 febbraio 2021, il governo britannico ha annunciato che le scuole in Inghilterra avrebbero riaperto completamente l’8 marzo 2021. Mentre il ritorno a scuola il prima possibile è imperativo per l’educazione, lo sviluppo sociale e il benessere mentale e fisico dei bambini, non è stato fatto abbastanza per rendere le scuole più sicure per gli studenti e il personale.1 Senza ulteriori mitigazioni, è probabile un aumento della trasmissione, questa volta con varianti più infettive e possibilmente più virulente, con conseguenti ulteriori chiusure, chiusura delle scuole e assenteismo. Anche quando si supponeva che le scuole fossero completamente aperte, nei punti di alta trasmissione comunitaria, il 22% dei bambini della scuola secondaria non frequentava a causa dell’autoisolamento.2 In alcune aree, la frequenza era addirittura del 61%.3
          Le argomentazioni che le scuole non contribuiscono alla trasmissione comunitaria e che il rischio complessivo per i bambini dal COVID-19 è molto piccolo hanno fatto sì che le misure di mitigazione nelle scuole abbiano ricevuto una bassa priorità. Tuttavia, le prove citate per queste argomentazioni hanno serie limitazioni.4, 5 La chiusura delle scuole primarie e secondarie è stata associata a sostanziali riduzioni nel tempo del numero di riproduzione effettivo (Rt) in molti paesi (compresa l’Inghilterra) e periodi di tempo.6, 7 Al contrario, i dati dell’indagine sulle infezioni da COVID-19 dell’Office for National Statistics (ONS) 2020 mostrano che la prevalenza dell’infezione tra i bambini di età compresa tra 2 e 10 anni (2%) e 11-16 anni (3%) è aumentata sopra la prevalenza per tutti gli altri gruppi di età prima delle vacanze di Natale 2020 (appendice p 4). Sia la modellazione che i dati del mondo reale nel preprint che mostrano l’aumento dei casi nelle regioni in cui la variante SARS-CoV-2 B.1.1.7 era prevalente durante la chiusura nel novembre 2020 (quando le scuole erano aperte),8, 9 suggeriscono che aprire tutte le scuole ora senza robuste misure di mitigazione in atto porterà probabilmente a un aumento di Rt sopra l’1 in quasi tutti gli scenari. I dati di modellazione dell’Università di Warwick e dell’Imperial College di Londra10 suggeriscono che almeno 30.000 morti in più per COVID-19 sono stimate negli scenari di riapertura proposti. Per tutto il mese di febbraio 2021,11 nonostante il minor numero di studenti a scuola in questo periodo, il personale docente era a maggior rischio di infezione. Anche i recenti focolai scolastici nell’Italia settentrionale, dove la variante B.1.1.7 è prevalente, sono preoccupanti.12
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          Sebbene sia improbabile che COVID-19 causi una malattia grave nei bambini, le stime della prevalenza dei sintomi lunghi di COVID basate sull’indagine ONS sulle infezioni suggeriscono che il 13% dei bambini di età compresa tra 2 e 10 anni e il 15% di quelli di età compresa tra 12 e 16 anni hanno almeno un sintomo persistente 5 settimane dopo il test positivo. Data l’incertezza sugli effetti a lungo termine sulla salute dell’infezione da SARS-CoV-2, non sarebbe saggio lasciar circolare il virus nei bambini, con conseguente rischio per le loro famiglie. Riaprire completamente il centro in un contesto di alta trasmissione comunitaria senza adeguate misure di sicurezza rischia di privare nuovamente molti bambini dell’istruzione e dell’interazione sociale, peggiorando le disuguaglianze esistenti. Contribuendo all’alta trasmissione comunitaria, fornisce anche terreno fertile per l’evoluzione del virus e per nuove varianti.
          Le mitigazioni a più livelli possono ridurre sostanzialmente il rischio di trasmissione all’interno delle scuole e nelle famiglie.13 Nel pannello riassumiamo una serie di raccomandazioni che sono in linea con le linee guida dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi e praticate in molti paesi per ridurre il rischio di trasmissione nelle scuole e mitigare l’impatto del COVID-19 sui bambini e sulle famiglie. Una serie dettagliata di raccomandazioni e un’infografica sono fornite nell’appendice. Rendere le scuole più sicure va di pari passo con la riduzione della trasmissione comunitaria ed è essenziale per permettere alle scuole di riaprire e rimanere aperte in sicurezza.

          siamo di fronte a due studi scientifici che dicono cose molto diverse. escludendo che qualcuno dei due menta o fornisca dati sbagliati, come si spiega una discrepanza così forte?
          io vedo una spiegazione sola: che Lancet si riferisce alla situazione inglese e lo studio che ho citato io a quella italiana.
          quindi è possibile che la scuola italiana in se stessa dia molte più garanzie di protezione dal covid di quella inglese – anche se noi ne parliamo male, è possibile che quella inglese, e in particolare quella pubblica, sia peggio.

          elementare, Watson!

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          • “quindi è possibile che la scuola italiana in se stessa dia molte più garanzie di protezione dal covid di quella inglese – anche se noi ne parliamo male, è possibile che quella inglese, e in particolare quella pubblica, sia peggio.

            elementare, Watson!”

            Può essere, ma prima di giungere a una conclusione del genere bisognerebbe approfondire le differenze, e cercare le motivazioni fisiche per cui un virus che si trasmette per via aerea troverebbe più terreno fertile nella scuola inglese rispetto a quella italiana (non stiamo parlando di scuola migliore o peggiore, dal punto di vista didattico potrebbe essere benissimo che la scuola italiana sia per molti versi migliore di quella inglese, ma dal punto di vista fisico 25 studenti in un’aula di 50mq, con poco ricambio d’aria, che stiano in Italia, in Germania, in Uk, o in America, hanno la stessa probabilità di contagio virale). Le scuole britanniche hanno classi più affollate? c’è maggiore scambio tra gli studenti di classi differenti? aprono meno le finestre perché il clima è meno mite e più piovoso?

            Onestamente non lo so!

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            • dal punto di vista dello sviluppo delle competenze registrate dalle ricerche internazionali, la nostra scuola primaria è abbastanza buona, ma la nostra scuola media è nettamente al di sotto degli standard europei, anche se in lieve ripresa negli ultimi anni; quindi lasciamo da parte la didattica, che per la scuola italiana vede un giudizio piuttosto negativo (oltre che fortemente differenziato nel territorio).

              quanto al ruolo della scuola nel contagio, in Inghilterra e in Italia, chiaramente, ciascuno di noi due sta facendo soltanto delle IPOTESI interpretative, non sta dando delle certezze (salvo tu, forse, nel tuo primo commento); in verità, il perché di questa differenza di valutazioni scientifiche nei due paesi sul ruolo della scuola, da parte di enti di ricerca egualmente seri, ci sfugge. la tua ipotesi di uno studio nostro antecedente alle nuove varianti è persuasiva, almeno in apparenza; e tuttavia non in grado, a pensarci bene, di modificare il giudizio di fondo sulla scarsa contagiosità della vita scolastica, almeno in Italia: perché, anche se il tasso generale di contagiosità cresce, questo non può cambiare il rapporto relativo che vede la scuola come una debolissima fonte di infezione…

              quindi restiamo in fase di giudizio sospeso.

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          • Un’altra spiegazione potrebbe essere che la variante B.1.1.7, cioè la cosiddetta “variante inglese”, si è ovviamente diffusa prima nelle scuole inglesi. E dunque i dati inglesi si riferiscono principalmente a questa variante notoriamente più contagiosa(e sembrerebbe anche più virulenta), mentre lo studio sui contagi nelle scuole italiane è basato sui dati raccolti quando in Italia non era ancora prevalente la variante inglese.

            Ma oggi la variante B.1.1.7 è diffusissima anche in Italia, e questo potrebbe cambiare le carte in tavola, è un fattore che non dovrebbe essere ignorato!

            Infatti (ho verificato proprio ora) “Le analisi hanno portato i ricercatori a dire che l’impennata dell’epidemia Covid osservata tra ottobre e novembre 2020 non è imputabile all’apertura della scuola.” ( da qui https://www.ilsussidiario.net/news/scuola-non-spinge-curva-pandemia-covid-lo-studio-chiusura-non-incide-su-indice-rt/2149653/ )

            Tra ottobre e novembre 2020 le varianti più contagiose e “aggressive” ancora non circolavano in Italia, anche se lo studio italiano fosse metodologicamente impeccabile, è obsoleto.

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  2. La pandemia di Covid 19 non ha messo in crisi il sistema scolastico del nostro paese, ne ha invece disvelato la profonda inadeguatezza strutturale ed organizzativa, amplificando l’effetto nefasto delle riforme che si sono succedute, nell’ultimo ventennio almeno, accompagnate da tagli draconiani agli investimenti.
    Già a partire dal primo lockdown è stato chiaro come si intedesse, ancora una volta, scaricare sulla scuola l’incapacità di concepire una prospettiva d’ampio respiro per il sistema educativo italiano. Si è chiesto alle lavoratrici ed ai lavoratori di sopperire alla drammatica incapacità del ceto politico di cogliere nella scuola un elemento strategico dell’intera società. Ancora si è proceduto per slogan, pure ne sono stati concepiti di nuovi animati da presupposti ideologici, con la stantia logica della aziendalizzazione del sistema educativo che, alla luce dei fatti, ha dimostrato tutta la sua profonda inadeguatezza. Anziché mettere in campo un progetto di investimenti per consentire alla scuola di reggere l’impatto della pandemia, con un profondo adeguamento dell’edilizia scolastica alle nuove condizioni, con l’ampliamento degli organici e degli spazi per superare il problema delle classi sovraffollate (la Azzolina che si riferiva alle classi pollaio, come se la cosa non riguardasse il Ministro, è apparso surreale), si è preteso che lavoratrici e lavoratori della conoscenza si attivassero con mezzi esigui, spesso esclusivamente personali, per non spezzare il legame con i propri alunni. A fronte dell’impegno imponente messo in campo da questi, si è assistito parallelamente ad un proliferare di adempimenti burocratici che è apparso a tratti persino inutilmente vessatorio.
    Anche in piena pandemia procede quel processo di grottesca burocratizzazione della professione docente, tanto da renderlo un suo tratto esclusivo a fronte di una progressiva marginalizzazione delle sue ragioni fondanti, pedagogiche ed educative. Queste sono state affrontate solo sul piano della valutazione, come a voler fare apparire la situazione “normale”. Il senso di indugiare sui criteri di valutazione nella drammatica condizione della pandemia, ma anche nell’evidenza già sottolineata della scadente qualità delle infrastrutture scolastiche, risulta assolutamente inconcepibile, se non si accetta che nasca dalla malcelata volontà di certificare un buco educativo teso a giustificare aperture estive, il progressivo allungamento del calendario scolastico. Come dire, la scuola, dunque gli insegnanti, non hanno svolto appieno il proprio lavoro, sono praticamente in vacanza dal marzo 2020, dando credito alla vulgata di cui sono stati e sono protagonisti anche tanti pseudo (proto) intellettuali a sinistra. Eppure, nonostante la confusione imperante, la scuola è diventata luogo sicuro, per cui bene venga la volontà espressa da Draghi. Ma m’aspetto cambi di passo più decisi, non polvere sotto il tappeto, e che si riconosca che se la scuola è posto sicuro è per merito di chi ci lavora e non per chi decide per loro.

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    • carissimo, ecco un commento così ampio da costituire per me una tentazione quasi irresistibile di affrontare le questioni che poni punto per punto, anche se cerco di evitare da tempo di occuparmi di scuola sul blog, per evitare l’effetto nostalgia.

      provo a sintetizzare, comunque, in modo molto schematico.

      i primi due punti sono una premessa, apparentemente un poco fuori tema; ma il terzo punto ne evidenzierà la piena pertinenza.

      1. il problema principale dell’istruzione in Italia è la svalutazione radicale della cultura, il messaggio continuamente ribadito che il sapere non serve a nulla, il fondo superstizioso della nostra cultura e i canali largamente dominanti dell’accesso clientelare e familistico dell’accesso al lavoro. i nostri media esercitano da decenni un’azione diseducativa contraria ai valori che la scuola dovrebbe trasmettere; ragione per cui qualunque riforma della scuola dovrebbe partire da una riforma dell’incultura televisiva trasmessa a piene mani.
      questo è perfino più importante della povertà declinante delle risorse, degli stipendi indegni del personale, della mancanza di seri interventi sulla formazione delle nuove generazioni, cioè del futuro.
      anche questi sono problemi molto importanti, ma PRIMA viene la necessaria riforma morale dei valori di riferimento.
      la scuola non può recuperare il suo ruolo dove un ragazzino che dovrebbe frequentarla può impunemente venire impiegato e guadagnare nello spaccio, oppure dove può essere spedito a lavorare prima dell’età legale, perché il lavoro viene prima dell’istruzione.
      (non voglio darti torto sugli investimenti, sia chiaro – come preside di scuola superiore io prendevo uno stipendio che era la metà di quello di un collega tedesco in analoga posizione, ma presiedevo due scuole con un totale di 2mila studenti, mentre lui ne aveva al massimo con 400, pur se insegnava a part time), ma solo sottolineo che questo è un effetto prima ancora che una causa, anche se poi agisce ovviamente in feedback.

      2. il problema principale del funzionamento della scuola è la mancanza di regole morali chiari al suo interno, di un sistema di riconoscimento dei meriti e dei demeriti; la scuola manifesta lo stesso spudorato sistema di protezione del lazzaronaggio o del demerito che avvelena la nostra vita sociale; una delle mie prime esperienze di preside fu di chiamare una ispezione per una docente liceale di Storia dell’Arte semi-analfabeta e di trovarmi una relazione ispettiva che riconosceva il fatto, ma che diceva che era colpa mia che non le avevo fatto corsi di aggiornamento (ero preside in quella scuola nel mio primo anno!); l’ispettrice del resto era diventata tale su indicazione di un sindacato autonomo; una delle ultime esperienze fatte fu il tentativo di incastrarmi per la mancata affissione all’albo del Codice disciplinare, dopo due provvedimenti disciplinari di minimo grado presi contro un docente che aveva gettato un secchio d’acqua dalla finestra contro un ragazzo e scagliato delle forbici in aula contro una studentessa (per la cronaca, ero invece in regola)

      3. condivido tutto il resto, tranne un punto: il prolungamento del calendario scolastico dovrebbe essere una rivendicazione, anzi, del mondo della scuola; riconosco l’impegno (per nulla generalizzato, peraltro), ma l’orario prestato è stato oggettivamente ridotto. il tendenziale rifiuto mi sembra una scoraggiante posizione egoistica e corporativa. solo da una generosa disponibilità, anzi da una rivendicazione del prolungamento, può nascere un rovesciamento di valori che restituisca alla formazione la sua centralità. altrimenti la scuola resterà nelle sabbie mobili del sindacalismo dei diritti soggettivi, che è giusto la negazione della sua formazione educativa, prima di tutto morale.

      (non mi aspetto di essere condiviso, comunque…).

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