la pandemia: di tutto quello di cui non si deve parlare… – 138

vi fu una vittima della pandemia che non era prevista, e furono le relazioni virtuali.

chiunque si sarebbe aspettato chissà quale impennata di contatti social nelle loro diverse forme, nella riduzione al minimo vitale di quelli reali.

e invece eccoli declinare anche loro, assieme al livello dell’umore medio, eccoli ridursi ai minimi termini.

vi fu una vittima della pandemia che non era prevista, e fu la voglia di ragionare e di capire, che improvvisamente sembrò sovrastata da forme di sventura incomprensibili.

così il ragionamento, che aveva confusamente previsto tutto nelle sue linee generali, venne travolto dalla incomprensibilità dei dettagli: vede gli altri, attorno a sé, concentrati nella voglia impossibile di tornare alla vita precedente, e per un assurdo scherzo delle cose vede anche l’impossibilità di questo ritorno, che in fondo la ragione critica aveva previsto e perfino auspicato.

ma proprio questo toglie alla ragione ogni forza.

a che cosa serve la critica se quello che prevede è già sotto gli occhi, pienamente realizzato? e senza che lei stessa abbia avuto la minima parte nella trasformazione…

della quale bisognava ringraziare piuttosto un’entità invisibile e misteriosa, che definiamo virus, e vorrebbe dire semplicemente veleno.

assolutamente incomprensibile nella sua origine e nei suoi comportamenti…

vi fu una vittima della pandemia che non era prevista, e fu la civiltà europea.

la sua crisi improvvisa e radicale è in fondo la vera spiegazione di questa apatia che rende così difficile la parola.

era così facile e anche bello criticare il presente in nome di valori più alti, richiamare il presente alla grandezza delle sue premesse nel passato, lottare contro il degrado circostante in nome di valori superiori e autentici non troppo lontani e neppure impossibili da raggiungere.

ma tutto questo è stata soltanto una illusione, e la pandemia lo rivela spietatamente.

di tutta la filosofia dell’Occidente sopravvive una frase sola: di tutto quello di cui non si può parlare, si deve tacere.

e mai la parola si è sentita altrettanto circondata dall’obbligatorio silenzio.

4 commenti

  1. Negli anni Venti, nel suo lavoro più imponente (“Gli ultimi giorni dell’umanità”… come a dire che non è la prima volta che sembra che tutto debba finire), Karl Kraus scrisse: “chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia”. E forse questo è l’atteggiamento migliore: non già l’apatia rassegnata, ma l’empirismo quotidiano che ci spinge a dire (e a fare) quanto possiamo con quello che abbiamo. Ed è sempre meglio, a mio modesto parere, dei “massimi sistemi” di chi sa già che in estate sarà tutto finito, o che moriremo tutti.

    Ad ogni modo, questa mattina, mentre uscivo da una notte di lavoro, ho “prodotto” (o probabilmente citato) una frase molto banale che echeggia quella, ben più grande, di Camus a proposito dell’inverno e dell’estate: non c’è notte, per quanto oscura, che non conduca ad un’alba.

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    • la frase di Kraus è geniale, come sempre.

      direi appunto che oggi chi ha qualcosa da dire, non può dire altro che si deve smettere di parlare di qualche verità o certezza assoluta (come hai già detto bene tu), e dunque deve rivendicare il valore del silenzio, per se stessi, ma anche per altri.

      l’ultima frase giurerei di averla già sentita…., ma non è così: da una ricerca con google risulta che Gilbran e Jim Morisson hanno detto frasi solo un poco simili; quindi la frase è tua, ma a sembra di conoscerla già. e di averla sempre saputa, come una specie di verità indiscutibile.

      ma nel merito si può davvero condividerla?

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      • Senza dubbio dal punto di vista “naturalistico” (fermo restando che il fatto che il sole sia nato fino a ieri non significa che nascerà domani); da quello metaforico… mi piace e forse ho bisogno di pensarlo.

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        • indubbiamente abbiamo tutti bisogno di pensarlo, anzi: neppure pensarlo, ma esserne certi, di una certezza che precede il pensiero e in qualche modo sola lo rende possibile, perfino (senza questa certezza pensare non avrebbe alcun senso).
          ma la maledetta ragione è sempre disponibile a dirci che non è vero; parente stretta della consapevolezza di dover morire.

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