Pilato nella Vulgata di Girolamo: precisazioni di Gianfranco Nuzzo – 206

prosegue da che cosa può dire ancora Pilato a Gianfranco Nuzzo e a me – 197

. . .

Caro Mauro,
ho visto il casino che hai combinato
– tra mail e blog –, anche se francamente – inesperto di informatica quale sono – non ho capito cosa sia successo esattamente, anche se tu me lo hai spiegato. Quanto al tormentone su Pilato, vorrei chiarire definitivamente la mia tesi, visto che ti sembra «precaria» e addirittura «stravagante», laddove invece a me appare (modestia a parte) filologicamente ineccepibile, anche se forse spiegata poco felicemente. Te la riassumo in modo più chiaro e schematico:

Girolamo parla di Pilato due volte: la prima in Mt. 27, 2 laddove traduce con praeses il sostantivo greco hegemon; la seconda in Lc. 2, 3, in cui usa il participio procurante nel contesto di un ablativo assoluto (procurante Pontio Pilato Iudaeam) che dovrebbe corrispondere a un genitivo assoluto del testo greco più comune (hegemoneuontos Pontiou Pilatou thes Ioudaias).

Lo stesso Girolamo in Lc. 2, 2 rende ancora con praeses un altro genitivo assoluto riguardante Quirinio: hegemoneuontos thes Syrias Kuriniou = a praeside Syriae Cyrino. Per inciso, storpia il nome latino traslitterato in greco, non riflettendo sul fatto che in questo caso la lettera Q, inesistente in greco, viene resa con K (del resto non ci avevo riflettuto nemmeno io, e nella fretta di risponderti ho menzionato il personaggio come «un tale Cirino», anche se devo dire che mi aveva insospettito questo nome, estraneo all’onomastica latina).

Il tutto risulta piuttosto anomalo, anche perché oltretutto in Girolamo non compare il sostantivo procurator, che avrebbe fatto coppia con praeses, ma il participio procurans, che avrebbe potuto semmai fare coppia con un praesidente, che però in latino si incontra quasi sempre nel senso militare di «comandante di un esercito» e solo una volta in quello di «governatore di provincia» (provinciae Dubio Avito praesidente, in Plinio il Vecchio 34, 47, 2).

La spiegazione può essere una sola, e credo sia quella da me proposta: con procurans Girolamo traduce non hegemoneuon o hegemon, per cui usa sempre praeses, ma un altro sostantivo o verbo di significato affine come l’epitropein che Merk registra in apparato (epitropeuontos).

Premesso che non ho ulteriormente approfondito tale questione filologica, giacché non ho le competenze necessarie e per farlo dovrei rivolgermi a uno specialista di sacre scritture come il defunto card. Martini (che firma la Praefatio latina alla quinta edizione di Merk, quella in mio possesso), tuttavia da filologo di altri testi antichi osservo che Merk avrà pure avuto qualche ragione di inserire in apparato questa lezione alternativa e non le innumerevoli altre che sicuramente ci sono:  i manoscritti greci del Nuovo Testamento antecedenti all’invenzione della stampa sono circa 5.000, ma non hanno tutti la stessa importanza; tutti presentano notevoli varianti e nessuna singola tradizione manoscritta è usata oggi come testo base. Le volte che ho curato qualche edizione critica (Catullo e Stazio) non ho riportato in apparato tutte le lectiones, ma ho scartato philologico more quelle palesemente errate e/o assurde, dando notizia solo di quelle che, pur da me non accettate, avevano una qualche plausibilità. Dunque Merk attribuisce un qualche rilievo alla lezione epitropuntos, risalente a un codice indicato con la sigla D, sul quale nei suoi Prolegomena scrive testualmente «Codici vero D […] cum aliis quibusdam testibus tum in Evangeliis tum in Actibus locum proprium adsignamus» (la sottolineatura è mia).

Noi non sappiamo di quali manoscritti greci si sia servito Girolamo per la sua Vulgata, e sicuramente il testo greco attualmente in vigore con l’imprimatur ecclesiastico, posto a fronte di quello ieronimiano, è ‘artificiale’, perché frutto di editori moderni che hanno lavorato sugli innumerevoli manoscritti, e si basa fondamentalmente su quello di Nestle-Aland (Novum Testamentum Graece, 1898), che con varie revisioni dovute alla scoperta di nuovi manoscritti è giunto alla 28 a edizione. Che Girolamo abbia lavorato su diversi codici lo dice lui stesso in una lettera a Papa Damaso, che gli aveva commissionato la traduzione: «Mi costringi ad organizzare un lavoro nuovo da uno vecchio, nel senso cioè, che io debba assidermi come un arbitro, dopo che i codici della Scrittura sono andati dispersi in tutto il mondo, e che io sappia discernere – dato che quei codici sono diversi l’uno dall’altro – quelli che si accordano alla Graeca veritas» (le sottolineature sono mie).Per quanto riguarda l’uso che Plutarco fa del verbo epitropein, io non ho mai detto, come tu affermi, che egli lo usi «in contesti … molto diversi e difficilmente trasferibili»: il Montanari (p. 783), dopo aver dato i significati più frequenti (“essere amministratore, sovrintendente”, ecc.) scrive testualmente: “a Roma essere procuratore PLUT. 30.470f ecc.”, in cui ecc. significa evidentemente che Plutarco usa in più luoghi questo verbo, ma sempre con lo stesso significato di “essere procuratore” nel senso romano della carica. Come ben sai, i Greci traslitteravano con qualche forzatura fonetica i nomi romani (vd. il caso di Quirinio / Kirinio”), ma quanto alle istituzioni e alle cariche politiche usavano vocaboli greci in qualche modo corrispondenti: così, ad esempio, “console” diventa hupatos o archon, “centurione” hekatontarcos, “censore” timetes”, ecc.; solo in pochi casi si ricorre alla traslitterazione (praetor = praitor).

Per quanto riguarda la tradizione cristiana di Pilato “procuratore”, non te la puoi cavare dicendo che «è talmente diffusa» che fai «fatica a indicarmi delle fonti specifiche», e mi citi solo Bulgakov, almanaccando sugli influssi del padre filologo. Registro però che il Catechismo di Pio X, da te definito «impreciso» e «vago», in realtà non lo è, proprio perché usa il letterale termine «preside» (cioè il praeses di Girolamo) e non quello di «procuratore», e non si tratta di una imprecisata “tradizione cristiana”, ma di un testo ufficiale della Chiesa Cattolica (complimenti per il prozio confessore del papa, che però forse ti maledice dall’aldilà!).
Spero che con queste mie precisazioni si possa chiudere la ‘questione pilatesca’, che tu ritieni fondamentale per dimostrare la non storicità dei Vangeli (e quindi del Gesù cristiano), ma che a me pare francamente irrilevante. A meno che non si voglia negare la condanna a morte e l’esecuzione del soggetto in questione (ma mi pare di ricordare che in passato non avevi scartato l’ipotesi che fosse stato narcotizzato e poi ‘resuscitato’), da qualcuno deve pur essere stato processato e poi giustiziato: che sia stato Ponzio Pilato o Caifa, Di Pietro o il rabbino Toaff non mi pare abbia molta importanza, anche se per te costituisce un tassello fondamentale del mosaico raffigurante l’enigmatico Profeta Egiziano.
Rimane pur sempre la domanda che in passato ti ho già posto e che esula da qualunque questione cronologica, filologica e storico-culturale: come e a quale scopo i discepoli ebrei di un oscuro predicatore ebreo (chiunque egli sia stato) avrebbero trasformato i suoi insegnamenti in una religione di portata universale, sfidando lo stesso ebraismo ortodosso e addirittura l’impero romano, che con tale religione fu infine costretto a venire a patti? Penso che oggi una persona di cultura come te e me, dovendo scegliere una religione e avendo per assurdo come opzioni quella di Zeus e dell’Iliade e quella di Jahvé e della Bibbia (magari riveduta e corretta col “porgi l’altra guancia”), non avrebbe dubbi nello scegliere la prima. Nelle terzine intitolate Alle Pleiadi e ai Fati, che fanno da ‘preludio’ alle Laudi, il mio diletto D’Annunzio così apostrofava blasfemamente (e nietzscheamente) Cristo:

. . . o Galileo,
men vali tu che nel dantesco fuoco
il piloto re d’Itaca Odisseo.
Troppo il tuo verbo a paragone è fioco
e debile il tuo gesto: eccita i forti
quei che forò la gola al molle proco.

E io al tempo dei giovanili “eroici furori”, invaghito dell’Orbo Veggente e innamorato del mondo classico, mi esaltavo leggendo questi versi e, nonostante la mia educazione gesuitica, fantasticavo su un possibile ritorno al paganesimo. Figuriamoci un greco o un romano vissuto nel I-II secolo d.C.
Quanto al font greco, ti do istruzioni più dettagliate (però io ho un PC e non so se tu hai un MAC, nel qual caso la procedura è forse diversa):
1) Scaricare il font col comando INSTALLA;
2) Accertarsi che scorrendo la tendina dei caratteri in alto a destra sulla barra degli strumenti compaia SsuperGreek insieme agli altri font;
3) Selezionarlo come carattere tutte le volte che vuoi scrivere in greco;
4) Per spiriti e accenti selezionare INSERISCI poi W Simbolo e, cliccandovi sopra, W Altri simboli.
Così dovresti riuscire a usarlo. Ovviamente per leggere le parole in greco nelle mie mail basta selezionarle e inserire il font nella tendina.
Un abbraccio
Gianfranco

a questo proposito, non ci sono ancora riuscito tra mail, PDF e trascrizioni sul blog, e chiedo perdono per le trascrizioni veramente approssimative delle parole greche che Gianfranco ha citato e che a me sono arrivate praticamente quasi illeggibili; per lui è pane quotidiano, ma io il greco antico l’ho purtroppo abbandonato nel 1973 dopo avere preso l’abilitazione a insegnarlo, ma non averne più avuto l’opportunità.

. . .

carissimo Gianfranco,
per evitare il ripetersi del fattaccio, e cioè che il post venga pubblicato con la mia risposta prima che io ti mandi la risposta direttamente, questa volta rispondo con la mail e la pubblicherò nel blog solamente dopo.

intanto fammi dissipare subito un equivoco possibile: io non sto affatto criticato il tuo lavoro filologico, che è eccellente e per me veramente prezioso, perché le tue critiche sono puntuali e documentatissime e suppliscono alle ricerche che io non ho il tempo e neppure la capacità più di fare; mi trovo anzi nell’invidiabile condizione di avere un filologo di vaglia che lavora per me e sottopone a critica e verifica le mie ipotesi; e siccome un pochino in tempi lontanissimi ho lavorato anche io nel campo, mi rendo anche conto del tempo e della fatica che richiede quello che stai facendo e te ne sono infinitamente grato, quasi sentendomi colpevole, visto che lo sottrai ad incombenze di maggiore peso.
quello che sto cercando di mettere in evidenza sono i limiti intrinseci del lavoro filologico in se stesso, anche quando condotto con tutta la maestria che stai dimostrando; io non so se la filologia possa essere definita una scienza in senso proprio, dato che manca la possibilità di una verifica sperimentale e la ripetibilità dell’esperimento, ma certamente condivide con le scienze naturali un metodo fondamentale, che è la concentrazione sul dettaglio, per isolarlo e analizzarlo in profondità.
questo metodo è certamente valido e porta a risultati sorprendenti; tu ne stai dando un’eccellente prova. ma non può essere considerato completo.
quando gli scienziati costruirono la diga di Assuan (faccio spesso questo esempio dopo la mia visita al relativo museo in Egitto) si concentrarono con risultati validissimi sulla sua struttura prodigiosa e non sbagliarono nulla: sessant’anni dopo la diga è ancora lì a trattenere il peso immane di un lago lungo più di 500 km e a fornire di preziosissima elettricità l’Egitto, e ottennero un risultato che ha dello stupefacente, se fossimo ancora capaci di meravigliarci. ma persero di vista l’insieme, e cioè che la diga avrebbe fermato le inondazioni periodiche del Nilo e il limo che costituiva la ricchezza dell’Egitto; a queste hanno supplito i concimi chimici, che però nel tempo impoveriscono il terreno e lo rendono sterile; e oggi dopo il dittatore Nasser che ha distrutto l’Egitto storico, ecco il dittatore Al Sisi, col suo progetto di costruire un secondo Nilo parallelo al primo e reinventare l’Egitto.

scusa la divagazione e vengo al punto; nella tua risposta tu riassumi benissimi lo status quaestionis e ti concentri sulla ricerca del motivo per cui Girolamo incontra lo stesso verbo greco tre volte nei vangeli, una in Matteo e due in Luca, e due volte lo traduce con praeses, parola generica che indica solo l’esercizio di un potere superiore, e invece, quando si parla di Pilato, usa una espressione diversa, procurans, che rimanda alla precisa carica di procurator, che Pilato non rivestì mai, ma che venne introdotta in Giudea solo un ventennio dopo (al tempo del profeta egiziano).
eppure i due passi della sua traduzione del Vangelo secondo Luca sono molto vicini fra loro.
il primo in riferimento a Pilato, che era prefetto, ma nella tradizione cristiana procuratore, la seconda a Publio Sulpicio Quirinio, che era legato di Augusto in Siria, e a lui fu affidata la gestione diretta della Giudea, dopo che fu destituito dai romani Erode Archelao, l’inetto figlio di Erode il Grande; nomina in base alla quale Quirinio nominò il primo praefectus romano in Giudea che fu Coponio; questo Quirinio fu quello a cui appunto Luca fa risalire il censimento che avrebbe costretto incredibilmente i genitori di Jeshuu a recarsi a Betlemme in quanto Giuseppe era discendente di Davide, dice, vissuto quasi un millennio prima.
2, 1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.
l’anacronismo porterebbe a far nascere Jeshuu nel 6 dopo Cristo e dunque… (ma lascio perdere tutte le incongruenze): si tratta di mere leggende, di favole, come dimostra del resto il “censimento su tutta la terra” attribuito ad Augusto.

torniamo a Girolamo e alla strana differenza di traduzione, i cui motivi tu ricerchi all’interno della tradizione manoscritta, con metodo filologico puro; e fai l’ipotesi che Girolamo avesse trovato un manoscritto greco del Vangelo secondo Luca che conteneva un verbo differente, visto che nell’apparato delle edizioni critiche della sua Vulgata trovi un manoscritto D che effettivamente dà una lettura diversa. ottimo, certamente.
qui poi aggiungi un ulteriore elemento di valutazione sul quale concordo completamente, dicendo che Girolamo stesso mette in evidenza che, per la sua traduzione, si valeva di un confronto tra manoscritti diversi.
quando per la mia tesi in greco mi occupai di un papiro cinico del II secolo che poi era servito come fonte di narrazioni leggendarie confluite sia nella tumultuosa tradizione popolare del Romanzo di Alessandro sia nella tarda letteratura cristiana dell’impero, dovetti constatare che la ricostruzione dell’albero filologico secondo il vecchio metodo Lachmann non funzionava: i copisti dell’antichità avevano spesso a disposizione copie diverse dello stesso testo e sceglievano tra le varianti in base alla loro sensibilità; l’idea del copista che trasporta un manoscritto antico su materiale più recente ricopiandolo meccanicamente e al massimo introducendovi errori di trascrizione regge soltanto per il Medioevo, quando i libri erano diventati molto rari. quindi aderisco volentieri all’idea di Girolamo che confronta manoscritti diversi (tanto più che lo dice lui stesso, come hai ben ricordato!).

ma basta questo a risolvere il problema? direi di no: lo sposta soltanto. se ammettiamo la tua ipotesi, ne viene che la versione greca originaria del Vangelo secondo Luca non fosse quella oggi riconosciuta come tale, ma quella che Girolamo sceglie di tradurre.
ma allora perché ha prevalso l’altra? anzi, perché mai il verbo più preciso del copista del codice D sarebbe stato sostituito dagli altri copisti con uno più generico? io non trovo una risposta valida a questa domanda.
ma vi è un solo modo scientifico di rispondere ed è di andare a verificare l’età e la collocazione nello stemma codicum (se si può farne uno per una tradizione così ricca come quella dei Vangeli) della variante D che hai trovato. in attesa, ritengo più probabile che questa versione sia tardiva e mal documentata altrove, altrimenti le edizioni critiche la avrebbero riportata nel testo base come più attendibile.

ma se questa versione è secondaria, allora non credo possa essersi generata in altro modo che per cercare di conciliare il testo greco con la traduzione di Girolamo, cioè in questo caso riesco a trovare una motivazione credibile dell’arbitrio del copista che sceglie di cambiare una parola del testo sacro che sta ricopiando.
sempre se questa versione è secondaria e dedotta a posteriori dalla traduzione di Girolamo, resta da spiegare perché lui cambia la traduzione dello stesso verbo, visto che non pare avesse grandi competenze storiche per differenziare Quirinio da Pilato come si doveva. ma anche a questo io trovo una risposta che mi pare ragionevole: per conciliarlo con una tradizione.
resta inteso per me che la base storica del racconto fantasioso del processo di Jeshuu davanti alla principale autorità romana sta nel processo che effettivamente si svolse davanti al procuratore romano del tempo, poco prima dell’inizio della guerra giudaica, a carico di un certo Jeshuu figlio di Anania, ampiamente raccontato da Giuseppe Flavio. e credo che questo racconto, malamente assimilato alle confuse tradizioni sullo Jeshuu cristiano, siano la vera origine della tradizione di Pilato procuratore, che del resto ci documenta anche Tacito (oltre che della sconcertante storia di Bar Abba – ma questo è un altro discorso, non lasciarmi divagare).
ma smetto di ripetermi.

rimane la tua contestazione del fatto da me affermato che Pilato fosse tradizionalmente indicato come procuratore nella tradizione cristiana; io mi sono accontentato di citarti per via indiretta un autorevole studioso delle origini cristiane di fine Ottocento, il padre del più celebre scrittore Bulgakov che ne riversò gli esiti degli studi nel romanzo Il maestro e Margherita, che documenta a mio parere come fino a quel momento la carica attribuita a Pilato fosse pacificamente quella di procuratore, che risultava tanto dalla Vulgata di Girolamo che dalla citazione di Tacito. ma io mi accontenterò che tu mi indichi qualcuno, all’interno di questa tradizione, che lo indichi come praefectus, invece.

– però posso aggiungere ora una indicazione molto più precisa: Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, 1, 9, 2: Il medesimo scrittore, nel libro diciottesimo delle sue Antichità racconta che nell’anno dodicesimo del regno di Tiberio […] Ponzio Pilato ottenne la procuratura della Giudea e vi restò per dieci anni, quasi fino alla morte di Tiberio.

Giuseppe Flavio dice che Tiberio inviò Valerio Grato a succedere ad Annio Rufo quale governatore sui Giudei. 18, 33 e in seguito dice18, 35: Dopo questi atti Grato si ritirò a Roma dopo essere stato in Giudea per undici anni. Venne come suo successore Ponzio Pilato. in 18, 55 scrive: Pilato, governatore della Giudea. quindi parla di Pilato, sempre come governatore della Galilea; ma nel capoverso successivo a questo si riferisce ai precedenti procuratori (18, 56): quindi è Giuseppe Flavio per primo che cade nell’anacronismo; potrebbe essere lui quindi l’origine della notizia di Tacito? purtroppo non ho a disposizione il testo greco, che è indispensabile per chiarire la questione. –

per concludere, non è affatto vero, caro Gianfranco, che io ritengo fondamentale questo punto per dimostrare la non storicità dei Vangeli (e quindi non del Gesù cristiano, ma di amplissima parte dei racconti su di lui); ho scritto infatti: “l’indizio più consistente del carattere leggendario del processo di Jeshuu davanti a Pilato, che è quello della incompatibilità psicologica della rappresentazione di Pilato come persona nella tradizione dei vangeli ufficiali con quanto ne sappiamo storicamente”. la carica esatta ricoperta da Pilato è una questione assolutamente marginale e secondaria e le incongruenze storiche sono ben altre e ben più macroscopiche; a cominciare dalla storia già citata del censimento di Quirinio come causa dello spostamento a Betlemme della nascita di Jeshuu, peraltro definito poi di Nazaret e non di Betlemme. che sarebbe un po’ come parlare di un Mauro di Merano e non di un Mauro di Conegliano, per me, se proprio si dovesse definirmi col nome della città di origine: giusto per sorridere un attimo…
le incongruenze storiche si contano a decine, evidenti oppure no; e anche se gli autori del Vangelo secondo Luca e dei suoi vari rimaneggiamenti avessero usato in origine la parola greca che tu dici aveva letto Girolamo nella variante del codice D, questo non toglie che, se vogliamo parlare di uno Jeshuu storico, dobbiamo partire dagli storici del tempo e non da testi agiografici come i Vangeli.
e Giuseppe Flavio, una volta che ci liberiamo della manipolazione del Testimonium Flavianum, chiaramente attribuibile a quel grande falsario che fu Eusebio di Cesarea, ci parla di un profeta egiziano che non entrò mai neppure in Gerusalemme e che sparì dopo che i suoi seguaci furono sbaragliati sul monte degli Ulivi nel 52-53 d.C.
se il Gesù cristiano fosse mai entrato a Gerusalemme alla testa dei suoi seguaci, sarebbe assolutamente impossibile che Giuseppe Flavio non ne parlasse.
e questo chiude la questione, a mio modo di vedere; altro che Pilato procuratore ci tocca leggere nei Vangeli.

in altri tempi anche io, come la maggior parte perfino dei contestatori delle narrazioni evangeliche su Gesù del cristianesimo tuttora in voga, ho dato una qualche attendibilità storica ai racconti che troviamo lì dentro; oggi sono giunto, dopo 15 anni di vani tentativi di trovarvi un bandolo razionale, a questa ipotesi più netta, che risolve tutte le contraddizioni insanabili attorno alle quali mi sono arrovellato per tanto tempo.
rimane un dubbio aperto: quando Giuseppe Flavio dice che il profeta egiziano nello scontro sul monte degli Ulivi si dileguò (tu troverai il verbo greco originale e avremo altro da discutere…), può sottintendere una esecuzione capitale – ovviamente rapida e senza processo, conoscendo il vero Pilato – oppure intende proprio una sparizione fisica assieme a qualche seguace sopravvissuto? cioè Giuseppe Flavio, ferocemente anti-zelota e dunque anche ferocemente contrario alla variante profetica e meno terroristica dello zelotismo rappresentata dal profeta egiziano, sta gettando discredito sul personaggio oppure accennando in modo volutamente generico alla possibile sparizione del cadavere dalla tomba?
a me pare di no: tutto il ciclo processo ed esecuzione di Jeshuu ha tali caratteri leggendari da configurarsi bene come una invenzione immediata dei suoi seguaci non rassegnati alla sua sparizione, per mantenere viva l’attesa messianica, che in effetti sfocerà, una quindicina d’anni dopo nella rivolta anti-romana guidata dal suo seguace più militante, quell’Eleazar che cercò di farsi passare come il discepolo prediletto.

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come è possibile tutto questo? tu chiedi. come e a quale scopo i discepoli ebrei di un oscuro predicatore ebreo (chiunque egli sia stato) avrebbero trasformato i suoi insegnamenti in una religione di portata universale, sfidando lo stesso ebraismo ortodosso e addirittura l’impero romano, che con tale religione fu infine costretto a venire a patti? e la tua domanda io la vivo pure, ma con una specie di angoscia, perché la storia dell’origine del cristianesimo non è certo la più piccola prova della follia che attraversa la storia umana: ma permettimi di risponderti prossimamente con un post che ho in gestazione da qualche tempo e che affronterà proprio questo tema a partire dalla confusissima tradizione dei vangeli in ebraico, che tutto dovrebbe indurci a credere i più antichi, ma che in larga parte scomparvero; te lo segnalerò quando sarà pronto.

. . .

leggo con una certa sorpresa infine della tua giovanile propensione neo-pagana; pur essendo alieno da ogni religione, se oggi dovessi rispondere al tuo aut aut fra cristianesimo e politeismo pagano, io temo che la mia preferenza andrebbe al secondo, per motivi che sarebbero lunghi da spiegare, ma che hanno a che fare non tanto col tasso di “Verità” delle due religioni (egualmente, anche se diversamente aliene, dalle verità), ma con i loro effetti pratici; un neo-paganesimo moderno e cristianamente moderato, fondato su una visione politeistica del divino, sarebbe certamente capace di ridurre i fanatismi dei contrapposti monoteismi e di produrre un mondo più tollerante e aperto; te lo dico in base a quel tanto di esperienza che ho fatto dell’India e dei suoi 330 milioni di dei, in cui si articola l’unità profonda del divino nella religione induista, e ha prodotto una cultura che era meravigliosa e straordinariamente umana ben più dell’astratto solidarismo cristiano, ma che la globalizzazione sta pure, purtroppo, distruggendo.

ma questa ti sembrerà (purtroppo) una provocazione e quindi smetto, con un ringraziamento ed un abbraccio: discutiamo tanto, ma non lo faremmo se non ci fosse qualcosa di profondo che ci unisce.

ciao, Gianfranco!

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