la conclusione cancellata degli Atti degli Apostoli? – 227

questo post è una bozza provvisoria, dei semplici appunti personali, dato che non ho potuto ancora accedere alla recente edizione inglese originale del testo di cui parlerò.

inizierò da una premessa: i cosiddetti Atti degli apostoli sono un testo problematico: non parlo del titolo, astrusamente burocratico; sarebbe meglio tradurlo: Che cosa fecero gli Apostoli, oppure le Sante azioni degli Apostoli, ma certamente la traduzione che circola è orrenda.

vorrebbero essere la cronaca della formazione della chiesa cristiana immediatamente dopo la morte di Gesù, ma il racconto non ha nessuna verosimiglianza storica ed è totalmente avulso dal clima vero di quegli anni, ha un carattere fortemente leggendario.

e non potrebbe essere diversamente dato che una chiesa cristiana distinta dalla religione ebraica ha cominciato a crearsi solo con l’inizio del II secolo (quando effettivamente nel mondo romano ufficiale si comincia a parlare di questo fenomeno: Plinio e Tacito, che però trova retrospettivamente dei chrestianoi o christianoi, cioè dei messianisti, anche al tempo di Nerone che li massacra: ma sono gli stessi cristiani di qualche decennio dopo, quelli che si riuniscono per celebrare Gesù come un dio, dei quali parla Plinio? a mio parere il termine, al tempo di Nerone, indicava semmai soltanto la corrente messianista all’interno del mondo ebraico).

la vera e propria separazione definitiva avvenne, credo, soltanto con la rivolta di Bar Kochba, o terza guerra giudaica del 132-135 d.C., che si era autoproclamato messia, mashiah, cioè Christòs in greco, e da cui i cristiani presero le distanze, affermando che il vero messia era il loro, e lo avevano costruito come immagine a partire dalla figura storica di Jeshuu, su cui avevano fatto confluire anche diverse altre tradizioni.

il testo degli Atti venne costruito a mio parere in quel contesto, proprio per segnare questo scisma definitivo e retrodatarlo e renderlo indiscutibile.

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erano gli anni in cui Marcione proponeva di rifiutare in blocco il carattere sacro della Bibbia ebraica, che attribuiva ad un dio malvagio, cioè ad un demone, e costruiva, a mio parere, la figura di Paolo di Tarso come la conosciamo oggi, forse a partire da un nucleo storico e da un testo teologico effettivamente del primo secolo, che rimaneggiò come Lettera agli Ebrei e arricchì di altre nove lettere che attribuì alla stessa figura.

Paolo infatti segnava appunto la rottura dall’etica ebraica, rendendola definitiva, e soprattutto dalla circoncisione, contrapponendole un’etica radicalmente nuova, che nasceva dal rifiuto della legge mosaica ed era una morale autocentrata sulla legge del perdono e dell’amore fraterno: la sostanza della rivoluzione cristiana.

Marcione proponeva di ridurre i testi sacri cristiani a queste dieci lettere di Paolo e ad una versione del Vangelo secondo Luca che non era probabilmente quella che possediamo noi oggi, ma era molto più essenziale; i cattolici che le contrapposero, dopo, quella attuale, dissero che lui ne aveva fatto una riduzione, ma era vero il contrario.

in ogni caso Marcione non ebbe successo, venne dichiarato eretico ed espulso dalla Chiesa ufficiale, che continuò a mantenere comunque un legame con la Bibbia ebraica, forse per non perdere ogni forma di radicamento storico.

in questo contesto dunque appaiono anche gli Atti degli Apostoli, testo surrettiziamente attribuito allo stesso autore del Vangelo secondo Luca (ma le versioni degli stessi fatti, alla fine di questo e agli inizi dell’altro testo, sono contraddittorie fra loro), proprio per dargli più continuità.

ma la versione della vita di Paolo, che largamente domina gli Atti degli Apostoli, contraddice quanto si ricava dalle Lettere ed è evidente che i secondi sono stati scritti per smentire o correggere quelle.

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ma aldilà di questa ricostruzione, che è soltanto mia e rimane opinabile, restano le contraddizioni interne del testo degli Atti, che hanno finora costituito un rompicapo insolubile.

nella sua parte finale, ad esempio, compaiono tratti di narrazione in prima persona, che tuttavia non diventano esclusivi, come se l’autore stesse intercalando le memorie o la testimonianza diretta di chi scrive l’opera.

ma poi, ancora più misteriosamente, il testo si interrompe del tutto bruscamente e non se ne sa dare la ragione: 28, 30 Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, 31 annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.

può qualunque testo finire così? direi di no.

ma sui motivi di questa interruzione brusca e di questa assenza di finale sono state date spiegazioni diverse; eppure a me pare che si scontrino tutte con una difficoltà: che i cristiani di quel periodo lavoravano in maniera tale alla scrittura e riscrittura dei testi che, se una conclusione mancava, qualcun altro si sarebbe precipitato comunque a scriverla, per colmare la lacuna.

per questo si potrebbe anche pensare che una conclusione c’era, ma che per qualche motivo sia stata cancellata: fatto peraltro assolutamente eccezionale, dato il rispetto che si prestava ad opere di questo tipo; se un intervento simile è avvenuto, questo non può essere stato che prima che questi Atti fossero ammessi nel canone dei testi ispirati.

(vale infatti la pensa di ricordare che esistevano molti altri testi simili, altrettanto leggendari, ma che furono poi tutti considerati apocrifi e da un certo momento in poi perfino interdetti alla lettura, ma sono tutti successivi a quest’opera e nati su sua imitazione, evidentemente, solo gli Atti di Andrea, gli Atti di Giovanni, gli Atti di Paolo, gli Atti di Paolo e Tecla, gli Atti di Pietro, gli Atti di Pietro e dei dodici, gli Atti di Tommaso possono essere fatti risalire al II secolo, anche se nella sua parte finale, o all’inizio del III secolo; sono tutti più tardi gli altri: Atti di Andrea e Mattia, Atti di Andrea, Paolo e Filemone, Atti di Barnaba, Gesta compiute in India dall’apostolo Bartolomeo, Atti armeni di Bartolomeo, Atti di Santippe e Polissena, Atti di Filippo, Sulle opere compiute dal beato Filippo apostolo, Storia e gesta dell’apostolo Giacomo il Maggiore, Atti di Marco, Atti di Matteo, Gesta del beato Matteo apostolo ed evangelista, Atti slavi di Pietro, Atto di Pietro, Atti di Pietro e Andrea, Atti di Pietro e Paolo, Gesta del beato Paolo apostolo, Storia dei beati fratelli Giacomo, Simone e Giuda, Atti di Taddeo, Atti di Timoteo, Atti di Tito; alcuni di questi, i più tardi, hanno già tratti avventurosi che anticipano alcuni temi delle Mille e una notte; il che però non ha impedito ad alcuni di loro di contribuire a consolidare storie collegati ai culti dei santi in varie zone della cristianità.

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ma il cap. 29 e conclusivo degli Atti degli Apostoli fu pubblicato a Londra nel 1871.

l’editore disse che era stato trovato, tradotto, tra le pagine di un libro del naturalista francese Charles-Nicolas-Sigisbert Sonnini de Manoncourt (1751-1812), che viaggiò effettivamente in Oriente tra il 1777 e il 1780 e si recò anche in Turchia.

in una nota il Sonnini lasciò scritto di averlo trovato, in greco, ovviamente, negli archivi di Istanbul; però decise anche di non pubblicarlo, evidentemente: o non era interessato oppure voleva evitare le polemiche che indubbiamente ci sarebbero state.

questa non fu la scelta di chi trovò questo suo appunto quasi un secolo dopo, ma le polemiche non ci furono affatto: gli studiosi decisero subito, praticamente all’unanimità, che era un falso e si poteva a fare a meno di occuparsene; del resto il manoscritto originale a Istanbul non è mai stato trovato.

tuttora il testo è noto non tanto come cap. 29 del Vangelo secondo Luca, ma semplicemente come Manoscritto Sonnini.

perfino io, che mi occupo di origini del cristianesimo da più di 15 anni, ne ho scoperto l’esistenza soltanto in questi giorni.

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ma forse è meglio dare un’occhiata al testo, prima di procedere, sempre con la premessa che la versione che ne presento è chiaramente approssimativa, visto che non ho potuto riscontrarla sul testo originale, che è stato pubblicato qui: The Lost Chapter of The Acts of the Apostles, a cura di E. Raymond Capt.

¹ E Paolo, pieno delle benedizioni del Cristo, e ricco nello spirito, partì da Roma, determinando di andare in Spagna, perché aveva avuto a lungo lo scopo di viaggiare là, ed era intenzionato anche ad andare da lì in Britannia. ² Poiché aveva sentito in Fenicia che alcuni dei figli di Israele, all’epoca della prigionia in Assiria, erano fuggiti via mare verso “le isole lontane”, come detto dal profeta, e chiamate dai romani Britannia. ³ E il Signore comandò che il vangelo fosse predicato lontano ai Gentili, e alle pecore perdute della Casa di Israele. [Vangelo secondo Matteo, 10, 6] ⁴ E nessun uomo ostacolò Paolo; perché testimoniò coraggiosamente di Gesù davanti ai tribuni e tra il popolo; e portò con sé alcuni dei fratelli che si trovavano con lui a Roma, e iniziarono la navigazione a Ostia, e avendo la forza dei venti, furono portati sani e salvi in un porto di Spagna. ⁵ E molte persone si erano riunite dalle città e dai villaggi e dalla campagna collinare; perché avevano sentito parlare della conversione dell’apostolo, e dei tanti miracoli che aveva compiuto. ⁶ E Paolo predicò potentemente in Spagna, e grandi moltitudini credevano e si convertivano, perché percepivano che era un apostolo inviato da Dio. ⁷ Partirono dalla Spagna, e Paolo e la sua compagnia trovarono una nave ad Armorica e salparono verso la Britannia, vi andarono, e passando lungo la costa meridionale raggiunsero un porto chiamato Rafino. ⁸ Ora, quando là fuori si colse che l’apostolo era arrivato sulla loro costa, grandi moltitudini di abitanti lo incontrarono, e trattarono Paolo cortesemente, e lui entrò dalla porta orientale della loro città, e alloggiò nella casa di un ebreo e di una sua connazionale. ⁹ E il giorno dopo venne e si fermò sul monte Lud; e il popolo affollava il cancello, e si riunì nell’ampia strada, e lui predicò loro il Cristo, e molti credevano alla parola e alla testimonianza sui Gesù. ¹⁰ E anche lo Spirito Santo cadde su Paolo, e profetizzò, dicendo: «Ecco, negli ultimi giorni il Dio della Pace dimora nelle città, e i suoi abitanti saranno numerati; e nella settima numerazione del popolo, i loro occhi saranno aperti e la gloria della loro eredità risplenderà davanti a loro. E le nazioni si alimenteranno per adorare sul monte che testimonia la pazienza e la lunga sofferenza di un servo del Signore. ¹¹ E negli ultimi giorni nuove notizie del Vangelo si leveranno da Gerusalemme, e i cuori del popolo gioiranno, ed ecco, le fontane saranno aperte, e non ci sarà più peste. ¹² A quei tempi ci saranno guerre e voci di guerre; e un re sorgerà, e la sua spada sarà per la guarigione delle nazioni, e la sua opera di pace dovrà rimanere, e la gloria del suo Regno una meraviglia tra i principi». ¹³ E avvenne che alcuni druidi giunsero a Paolo privatamente, e mostrarono con i loro riti e cerimonie che discendevano dagli ebrei che fuggivano dalla schiavitù nella terra d’Egitto, e l’apostolo credeva a queste cose, e diede loro il bacio della pace. ¹⁴ E Paolo dimorò nel suo alloggio tre mesi, confermando nella fede e predicando Cristo continuamente. ¹⁵ E dopo queste cose Paolo e i suoi fratelli partirono da Rafino e salparono verso Azio in Gallia. ¹⁶ E Paolo predicò nelle guarnigioni romane e tra il popolo, esortando tutti gli uomini a pentirsi e a confessare i loro peccati. ¹⁷ E vennero da lui alcuni del Belgio per informarsi da lui della nuova dottrina, e dell’uomo Gesù; e Paolo aprì loro il suo cuore e disse loro tutte le cose che gli erano capitate, come mai Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori; e se ne andarono, meditando tra loro sulle cose che avevano sentito. ¹⁸ E dopo molte prediche e fatiche Paolo e i suoi compagni operai passarono in Helvetia, e giunsero sul monte Ponzio Pilato, dove lui, che condannò il Signore Gesù, si precipitò a capofitto, e così miseramente perì. ¹⁹ E immediatamente un torrente sgorgò dalla montagna e lavò il suo corpo rotto a pezzi in un lago. ²⁰ E Paolo stese le mani sull’acqua, e pregò il Signore, dicendo: «O Signore Dio, dai un segno a tutte le nazioni che qui Ponzio Pilato, che condannò il tuo Figlio unigenito, si tuffò a capofitto nella fossa». ²¹ E mentre Paolo stava ancora parlando, ecco che arrivò un grande terremoto, e la faccia delle acque fu cambiata, e la forma del lago divenne come il Figlio dell’Uomo appeso in un’agonia sulla croce. ²² E una voce uscì dal cielo dicendo: «Anche Pilato è sfuggito all’ira che deve venire, perché davanti alla moltitudine si lavò le mani dallo spargimento di sangue del Signore Gesù». ²³ Quando, dunque, Paolo e coloro che erano con lui videro il terremoto, e sentirono la voce dell’angelo, glorificarono Dio, e furono potentemente rafforzati nello spirito. ²⁴ E viaggiarono e giunsero sul Monte Giulio, dove sorgevano due pilastri, uno sulla mano destra e uno sulla mano sinistra, eretti da Cesare Augusto. ²⁵ E Paolo, pieno dello Spirito Santo, si alzò in piedi tra i due pilastri, dicendo: «Uomini e fratelli, queste pietre che vedete oggi testimonieranno il mio viaggio da qui; e in verità dico che rimarranno fino all’effusione dello spirito su tutte le nazioni, né la strada sarà ostacolata per tutte le generazioni». ²⁶ Andarono e vennero all’Illirico, con l’intenzione di andare dalla Macedonia in Asia, e la grazia fu trovata in tutte le congregazioni; e prosperarono e ebbero pace. Amen.

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quindi Paolo, dopo il primo soggiorno a Roma, si sarebbe recato in Spagna e da lì in Britannia, dove avrebbe predicato a Londra nel luogo dove secoli dopo sarebbe stata costruita appunto la Cattedrale di San Paolo, in memoria del fatto, o piuttosto della leggenda.

di lì, tornando in Italia, attraversando l’attuale Svizzera, Paolo sarebbe giunto al monte dove si sarebbe suicidato Pilato, con tanto di terremoto che dà al lago la forma apparente di una crocifissione, e si sarebbe poi diretto di nuovo verso l’Asia (parola che allora indicava l’Anatolia); non manca nel finale una profezia sull’adesione al cristianesimo di tutte le nazioni.

il carattere sfrenatamente leggendario di questo racconto può indurre ad archiviarlo subito, ma occorre riflettere un pochino meglio sul tema.

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cominciamo ad escludere che il testo sia una invenzione del Sonnini: non sembra un comportamento plausibile inventarsi un falso per poi nasconderlo, così che la sua scoperta avviene casualmente quasi un secolo dopo; quindi sono portato a pensare che il Sonnini abbia davvero visto a Costantinopoli il manoscritto di cui parla e che tradusse (dando per scontato che conoscesse il greco antico).

è però anche vero che a Sonnini fu pure attribuito L’Oracolo Nuovissimo ossia il Libro dei destini dell’Imperatore Napoleone I°, pubblicato a Londra nel 1822, a firma di un immaginario Hermann Kirchenhoffer e lo presentava come la traduzione dal tedesco di un manoscritto perso da Napoleone durante la rovinosa ritirata da Lipsia nel 1813, consegnato dal Sonnini all’imperatore, dopo averlo ritrovato attaccato ad una mummia in Egitto nel 1801: peccato che Napoleone tornò dalla spedizione in Egitto nel 1799 e il Sonnini non ne fece mai parte; insomma Sonnini con la pubblicazione di questo falso non c’entra nulla e fu qualcun altro che approfittò del suo nome, quando oramai era morto da dieci anni, come ha dimostrato in una ricostruzione accuratissima Mariano Tomatis, L’oracolo di Napoleone. Un libro geomantico del primo Ottocento; quindi nessuna propensione di Sonnini ad inventarsi manoscritti inesistenti, e invece la prova che era considerato abbastanza autorevole da indurre qualcuno ad abusare del suo nome per coprire un falso.

questo non esclude comunque che la falsificazione possa essere avvenuta altrove, o ad opera di chi gli presentò quel manoscritto, oppure in precedenza altrove; ma è difficile pensare a quale interesse potrebbe avere avuto un turco a fine Settecento a falsificare un finale inedito di in testo sacro del cristianesimo: economico? non sappiamo di più; certo sarebbe occorsa una grande cultura e conoscenza sia del greco antico sia della cultura cristiana.

ci rimane dunque l’ipotesi che si tratti di un falso antico; ma quanto più ci ritraiamo nel tempo, tanto più la definizione stessa di falso sbiadisce, per testi come questo.

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ci rimane dunque una domanda finale: se l’autore di questa parte della storia di Paolo possa essere lo stesso che ha scritto il resto degli Atti oppure no; ma evidentemente la risposta è quasi impossibile, se non si dispone almeno del testo originale.

qualche considerazione molto vaga si può fare sugli aspetti stilistici: il modo di raccontare non appare diverso dal resto del testo, ma occorrerebbe poter esaminare il lessico originale, ovviamente.

neppure dal punto di vista dei contenuti ci sono elementi di contrasto con le posizioni espresse dal resto degli Atti: Paolo è pur sempre il campione dell’ortodossia cattolica, più che il personaggio contrastato che stravolge la concezione stessa del cristianesimo, che risulta dalle Lettere.

il grande successo attribuito alla sua predicazione non stona col taglio miracolistico del resto del racconto.

che il testo contenga un evidente rinvio al Vangelo secondo Matteo non disturba la cronologia del testo, se lo consideriamo autentico, mentre per una datazione piuttosto alta depone il passaggio dal tono profetico ed apocalittico.

rimane la deriva apertamente leggendaria di alcune parti del racconto, che tuttavia si ancorano a precise tradizioni orali locali; e l’idea di un Pilato che va a suicidarsi nel monte che ha il suo nome in Svizzera lascia davvero quasi increduli.

ma proprio questo potrebbe spiegare meglio la decisione di espungere il capitolo dall’opera piuttosto che quella di introdurlo.

e del resto solo l’abitudine ci impedisce di vedere che il resto del racconto degli Atti è altrettanto leggendario.

insomma, prima ancora di vedere il testo originale, sono più propenso ad ammetterlo come parte originale degli Atti degli Apostoli, poi cancellata come troppo imbarazzante, che come interpolazione di una mano diversa.

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