l’altro 15%, quello delle tasse di successione nei paesi avanzati – 252

iniziamo con una premessa: il diritto di trasmettere i propri beni in eredità alla propria morte oppure di farne dono in vita non ha direttamente a che fare col capitalismo; e infatti è un istituto ben più antico; ha un carattere più feudale che borghese, anzi per paradosso rappresenta una vistosa negazione dello spirito del capitalismo.

infatti, ha a che fare con un modo di intendere il diritto di proprietà, piuttosto, e questo diritto precede di millenni la nascita del capitalismo: appare come il residuo di un mondo pre-capitalistico, anziché come una istituzione tipica dell’economia basata sul profitto.

la proprietà, in questo mondo antico, funzionava come forma di assicurazione sulla vecchiaia: detenendola fino alla morte e potendone disporre, il proprietario anziano si assicurava l’assistenza interessata dei figli o di altri futuri eredi; ma la previdenza sociale dello stato moderno disincentiva questo uso strumentale della proprietà, così come rende anche superflua la generazione di figli dal punto di vista egoistico di chi intende con essi assicurarsi l’assistenza nella vecchiaia.

ma nella rappresentazione canonica del capitalismo il profitto premia il merito di chi ha la capacità di accumularlo; e dunque la trasmissione ereditaria della proprietà è una diretta negazione dello spirito capitalistico, o quantomeno della sua raffigurazione agiografica: non vi è nessun merito, evidentemente, nell’essere il figlio o il prediletto di chi ha saputo accumulare e venire premiato solo per questo con una ricchezza non meritata con la manifestazione delle autentiche virtù capitalistiche.

dunque la tassa di successione, che colpisce i passaggi di proprietà alla morte del proprietario o le donazioni, non ha niente di anti-capitalistico, anzi, non sia un paradosso, lo spirito capitalistico autentico esigerebbe che essa fosse molto elevata; paradossalmente, solo una tassa di successione al 100%, cioè la confisca dei beni alla morte di ogni proprietario, costringerebbe ciascuno a definire la propria ricchezza personale costruendosela ex novo esclusivamente sulla base dei suoi meriti di buon capitalista.

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l’americano Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha detto: Eliminare la tassa di successione sarebbe un terribile errore, equivarrebbe a comporre la compagine statunitense per i Giochi Olimpici del 2020 selezionando i primogeniti di coloro che vinsero la medaglia d’oro nei Giochi Olimpici del 2000. Senza la tassa di successione, si ha di fatto un’aristocrazia di ricchezza; il che significa tramandare di generazione in generazione il potere di gestire le risorse di una nazione secondo criteri ereditari, non di merito.

questo fu appunto l’interessato errore che fece Berlusconi che la abolì del tutto nel 2001, definendola immorale da autentico maestro di immoralità qual era, dopo che il governo di centro-sinistra di Amato l’aveva peraltro già ridotta l’anno prima; e toccò a Prodi ripristinarla in una misura comunque molto ridotta; del resto Di Maio è più berlusconiano di Berlusconi, perché l’ha definita recentemente illiberale, senza neppure la più pallida idea di che cos’è il liberalismo.

del resto, di che cosa ci meravigliamo? sotto i Borboni la tassa di successione non c’era; c’era in Lombardia e in Piemonte, ma non nel Sud Italia; e i paesi che non ce l’hanno oggi, in Europa, sono: Portogallo e Malta, oltre alla Norvegia, che però non fa parte dell’Unione Europea.

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il paradosso appena esposto permette comunque di valutare il peso delle sopravvivenze feudali nelle diverse culture nazionali: quanto più bassa è la tassa di successione, tanto meno è moderno dal punto di vista borghese quel paese e tanto più peso hanno in lui le sopravvivenze feudali.

il 15% è la media della tassa di successione nei paesi OCSE, cioè ad economia più avanzata.

attualmente da noi la trasmissione ereditaria o in donazione prevede una franchigia, cioè l’assenza di qualunque tassazione, per coniuge o discendenti, per il primo milione di euro di valore; oltre questo limite, la tassazione è del 4%; per i collaterali, fratelli o sorelle, la franchigia è sui primi 100.000 euro soltanto e la tassa del 6%; nessuna franchigia, ma la stessa tassa, per altri parenti fino al quarto grado; una tassa dell’8% è prevista in tutti gli altri casi, senza alcuna franchigia; sono esonerati da ogni tassa i portatori di handicap.

sono modeste variazioni che si inseriscono su una linea consolidata: la prima Legge 21 aprile 1862 n. 585 del nuovo regno unitario prevedeva un’esenzione delle prime 500 lire di valore per le successioni in linea retta e poi lo 0,50% in linea retta, il 2% tra i coniugi, 5% tra fratelli e sorelle e tra zii e nipoti, 7% tra cugini germani, 9% tra parenti fino al dodicesimo grado, 10% tra altri affini ed estranei; con poche varianti anche le leggi successive seguirono questo impianto, quelle più progressive del 1902 e del 1914; quella fascista del 1923 che sdoppiava l’imposta, colpendo sia l’asse ereditario nel suo insieme che le quote dell’eredità; e anche le riforme del 1972 e del 1990.

in Germania la tassa di successione è al valore medio del 30%, in Spagna al 34%, in Gran Bretagna al 40% e in Francia al 45%; qui nel 2018 il gettito dell’imposta è stato di 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61% del PIL; a quota 0,20-0,25% del PIL troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi) e la Spagna (2,7 miliardi); negli USA, che non è un paese comunista, vero?, la tassa di successione arriva progressivamente fino al 40%, ma con una franchigia di 11 milioni e duecento mila dollari.

in Italia questa tassa ha reso 820 milioni nel 2018, ovvero lo 0,05% del PIL: in altre parole, in percentuale un tredicesimo che in Francia.

tra i paesi OCSE l’Italia appare come un paese particolarmente arretrato dove la tassa di successione incide molto poco, e dunque è molto debole la mobilità sociale, che dovrebbe essere garantita dal merito personale, a favore invece di una trasmissione della ricchezza a forte caratterizzazione familistica.

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ma forse è il caso di introdurre un secondo elemento di valutazione, solo apparentemente scollegato, e riguarda una manifestazione particolarmente sconvolgente dell’evasione fiscale in Italia; e il collegamento fra i due temi sta nel fatto che la tassa di successione, fra tutte, è quella più difficile da evadere e questo giustifica particolarmente l’odio che suscita tra noi in quella parte della popolazione, tutt’altro che piccola, che riesce ad evadere le altre tasse: qui è più difficile, almeno sui beni immobili: se non paghi la tassa non diventi proprietario…

il tema è quello di chi le tasse non solo le evade a monte, sfuggendo a verifiche e controlli, ma perfino a valle, dopo essere stato pizzicato a non pagarle; negli ultimi vent’anni, tra il 2000 e il 2020, si è accumulato un arretrato incredibile di 930 miliardi di tasse accertate, intimate, ma semplicemente non pagate; solo il 13% delle imposte dovute è stato effettivamente riscosso dal fisco: 139 miliardi; il resto, l’87%, semplicemente no.

mettiamo pure nel conto che nel 2020, rispetto ai 49 miliardi dovuti, ne sono entrati soltanto 177 milioni, ma anche togliendo questa cifra lo squilibrio rimane enorme e semplicemente inimmaginabile, pari a quasi metà del nostro debito pubblico globale.

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non tutti sanno che l’esazione delle imposte arretrate viene delegata dallo stato a società private; che dire della loro inefficienza?

il minimo che ci si potrebbe aspettare è che lo stato riprenda ad esercitare direttamente questo potere; e non sarebbe difficile pensare a provvedimenti dissuasivi molto forti per chi non è in regola con i pagamenti.

ma ovviamente questo sarebbe contrario al lassismo nazionale, all’abitudine ad infischiarsi delle leggi e ai privilegi concreti di questa nostra borghesia famelica e viziata: ci si può aspettare che si levino le grida interessate dei privilegiati, mentre gli sfigati che non hanno niente da perdere dall’applicazione seria della legge vengono opportunatamente distratti da media e social.

meglio il condono deciso da Draghi, no?

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condono delle cifre dovute  per non più di 5.000 euro fino al 2010 da chi ha un reddito Irpef sotto i 30mila euro; così Draghi ha individuato il nuovo orizzonte pietista dell’evasione fiscale del popolo gramo e degli evasori fiscali più abili.

poi non fa meraviglia che, almeno al momento, Draghi abbia dichiarato che non è il momento di aumentare le tasse, a proposito della tassa di successione; vorrai mica che si colpiscano davvero gli evasori dove almeno si può?

pensate che devastazione sociale PER LORO se la nostra tassazione sulle successioni venisse portata dal suo valore medio attuale dello 0,05% del PIL annuale allo 0,20-0,25% di Germania e Spagna, o anche soltanto Regno Unito.

9 commenti

  1. Che poi anche con la tassa di successione mica sei sicuro di premiare davvero il merito: uno che finché papà non è morto ha potuto permettersi di frequentare i circoli più “in” del paese e di studiare alla Bocconi (dove ha conosciuto altra gente importante… e magari ha studiato meno di chi fa un’università pubblica, faccio per dire, a Catanzaro), col piffero che ha le stesse possibilità di uno il cui padre è morto dell’asbestosi presa in fabbrica quando lui aveva sedici anni…

    Mi ha fatto riflettere la tua considerazione sull’odio nei confronti delle tasse, perché mi ha ricordato un pensiero che facevo già intorno ai diciott’anni, quando per giustificare i tagli alle tasse si diceva che così le persone sarebbero state più “propense” a pagarle (quando che in Italia le tasse siano mostruosamente più alte che altrove è una leggenda, o per meglio dire un ottimo argomento di propaganda): ed io mi dicevo che in Italia il problema non è che le persone vogliono pagare poche tasse, ma che non vogliono pagarle affatto…

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    • sono perfettamente d’accordo, ma mi soffermo solo sulla tua prima osservazione, sulle disuguaglianze di opportunità che comunque permangono anche consolidando la nostra tassa di successione e portandola a livelli europei o semplicemente civili.
      per dirla tutta, allargando un pochino il tiro, mi sono anche convinto negli anni che perseguire l’uguaglianza completa tra gli esseri umani, di opportunità od altro, è una solenne cazzata (per molti anni giovanili ci sono cascato anche io), un ideologismo deviante che riduce a posizioni di reale impotenza politica.
      il problema non è la mancanza di una eguaglianza assoluta, che non sarà mai possibile in forma completa e sarebbe innaturale, ma nella divaricazione parossistica delle disuguaglianze che viene alimentata dalla speculazione finanziaria e dal progresso scientifico e che la specie umana non è capace di tenere sotto controllo.
      Aristotele considerava naturale una differenza di reddito massima fra gli esseri umani pari da un rapporto 1:4. oggi sarebbe considerato bolscevico porre l’asticella a 1:20, che sarebbe comunque mostruoso. Marchionne guadagnava come 3mila operai. Bezos e Musk hanno una ricchezza personale pari a quella di uno stato di media grandezza, cioè hanno un patrimonio pari a quello di milioni di persone.
      porre un limite a questo arricchimento, che stravolge la nostra vita sociale, non dovrebbe essere difficile, in teoria, ma in pratica non ci si riesce, per evidenti motivi. eppure la storia dimostra che, dove esso si sviluppa senza trovare resistenza, porta alla fine alla guerra; e soltanto le guerre sembrano in grado di ridurre lo strapotere degli ultra-ricchi ristabilendo equilibri migliori nella distribuzione delle ricchezze. (lo ha dimostrato PIketty nel suo bellissimo Il capitale nel XXI secolo)
      ma il motivo più profondo di questa incapacità sociale di ridurre le disuguaglianze mostruose sta nella connessione tra aumento della concentrazione della ricchezza e scienza.
      non è possibile ridurre la prima senza porre dei limiti anche alla seconda (so di dire una cosa oscura…).
      insomma dovremmo concentrarci nella lotta alla disuguaglianza sfrenata, che crea infelicità sociale, ammettendo qualche disuguaglianza modesta che non fa male, anzi è perfino benefica socialmente da un punto di vista super-personale; ma per fare questo occorre porre dei limiti paralleli altrettanto precisi all’arroganza scientista che alimenta la corsa alle disuguaglianze supreme, in vista del controllo paranoide del mondo.

      (ti chiedo scusa di averti usato come spunto, ma credo veramente di essere arrivato, grazie alla tua osservazione, ad un punto conclusivo delle mie riflessioni sul tema; e serve spesso il dialogo con un interlocutore attento e critico come te, per riuscirci).

      sulla seconda osservazione tua, mette in evidenza lo stretto rapporto che esiste in Italia tra il rifiuto delle tasse e in sostanza di ogni forma di contributo alla dimensione collettiva del vivere (salvo poi pretendere lo stato mammella) e il familismo amorale che è il tratto più profondo e autentico della nostra cultura, in particolare meridionale in origine, ma ora universale; direi che in Italia la morale cattiva ha fatto come la moneta cattiva: ha eliminato dal mercato quella buona.

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        • definizione azzeccatissima! non libertà, eguaglianza, fraternità, ma libertà, equità, fraternità.
          i rapporti fra fratelli devono essere fondati sull’equità, non sull’eguaglianza.
          quella definizione sbagliata concentra in se stessa tutta l’astrattezza rivoluzionaria dei borghesi.
          grazie!

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  2. Siamo off è vero. Una panoramica interessante e ancora una volta inquietante. In Francia ho toccato con mano la sostanziale differenza. Ne ero al corrente naturalmente. Ne parlavamo all’occasione. Grazie Mauro buon riposo

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    • la cosa assurda sulle leggi sulla casa in Italia è che tolgono e rimettono, rinominano e rimettono quelle che è sensato e anche doveroso pagare: ad esempio, l’IMU, la tassa dovuta per i servizi comunali.

      invece è intoccabile la tassa più demenziale che ci sia: quella che considera il possesso della prima casa un reddito aggiuntivo ai fini IRPEF.
      tassa perfino incostituzionale, dato che la Costituzione dice che la Repubblica favorisce il risparmio in tutte le sue forme, e la casa di proprietà è la principale forma di risparmio in Italia; e dunque perché è punita da una tassa insensata?

      eliminino l’IRPEF sulla prima casa e ci rimettano l’IMU; sarebbe una riforma a costo zero, ma almeno porterebbe un minimo di razionalità nel nostro sistema fiscale.

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