da Aristotele ai controfattuali di Chiara Marletto, passando per Kant e arrivando alla fisica quantistica come teoria dell’informazione – 253

E Popper nella decina di interventi che si trovano nei suoi vari scritti sulla Critica della ragion pura di Kant rileva che quelli del nostro intelletto sono solo tentativi di imporre leggi alla realtà. In fondo v’è persino chi ipotizza che anche l’essere si possa considerare come una categoria del pensiero, volta a cercare di organizzare la conoscenza della realtà, dato che essa è sempre in movimento e mutamento: in effetti anche l’essere […] sul piano della riflessione meramente razionale ben può costituire una mera duplicazione concettuale rispetto al concetto di realtà, cioè rispetto alle cose che esistono nello spazio e nel tempo. Antonio Carbonelli, Platone e Aristotele. Fondamenti del pensiero etico, politico, economico e giuridico nel terzo millennio, Brescia, 2021, pag. 176

leggendo questo passaggio mi sono riconosciuto in chi ipotizza che l’essere sia una categoria del pensiero: di fronte alla realtà sconcertante e perfino angosciante della continua trasformazione del tutto, della nascita, della crescita e dello sviluppo, e della dissoluzione e della morte, noi imponiamo al mondo delle cose, delle nostre cose, della nostra esperienza, la categoria dell’essere, con una forzatura evidente, per illuderci della consistenza della realtà.

è una pretesa fragile che nasce dalla paura, ma può diventare una violenza arrogante alla nostra esperienza, il fondamento di una logica di conquista, la mentalità del colonialista del mondo: solo se le cose esistono, si può pretendere di conquistarle.

la negazione della realtà sostanziale delle cose, il ricondurle al tutto che scorre via di Eraclìto, è per molti come togliergli il terreno sotto i piedi e buttarli nell’insopportabile incertezza; in qualche modo rassicura l’urlo di Severino che l’essere è e il non essere non è; è la negazione dell’evidenza che ci dimostra che tutto quello che appare a noi come essere, in realtà non è, perché si trasforma continuamente: l’essere è divenire, purtroppo, e lo spazio tempo non ha consistenza, è soltanto una serie di flash scattati su una corrente impetuosa che tutto travolge.

Antonio (mi permetto di chiamarlo così per la conoscenza personale diretta) arriva più di qualunque altro che si occupa di filosofia sulla soglia di questa scoperta, ma poi se ne ritrae spaventato; oppure è il nostro linguaggio umano che è sempre inadeguato e ci costringe a parlare di realtà e di cose che esistono nello spazio tempo, anziché di eventualità e di cose che diventano nello spazio tempo.

è l’insieme delle possibilità, che la nostra mente di osservatori elementari definisce, collocandole nel repertorio dello spazio e del tempo.

esistessero delle intelligenze superiori, forse sarebbero superiori anche allo spazio ed al tempo umani, e dunque in una dimensione per noi irraggiungibile.

. . .

ma chi sono nella filosofia questi negatori della sostanzialità dell’essere in se stesso?

Antonio non approfondisce di più, eppure sta parlando proprio di Aristotele e forse ne abbiamo sottomano il principale dei negatori, solo che l’ottusa persistenza culturale dell’essere parmenideo nella mente dei filosofi occidentali ci ha impedito finora di capirlo.

proviamo a considerare la sezione dell’Organon di Aristotele cui fu dato il nome di Categorie: Aristotele muove dalla distinzione fra l’Essere, l’assoluto che è in sé e per sé e sempre uguale a se stesso, e l’ente, o gli enti, tà ònta, che sono invece sempre diversi, e devono la loro esistenza ad altri enti, sono soggetti a generazione e corruzione, e di essi non può darsi vera conoscenza, dato che questa riguarda soltanto l’immutabile universale.

proviamo a prescindere da questi omaggi di Aristotele al platonismo e al suo mondo delle idee perfette, e concentriamoci però su come considera il mondo degli enti, cioè della realtà dell’esperienza.

degli enti, dice, vi sono dieci categorie che permettono di definirli e di classificarli: la prima di queste categorie è la sostanza.

ma che cos’è la sostanza, se non la categoria dell’esistenza? oppure sbaglio?

. . .

nel libro quinto della Metafisica Aristotele parlava di sette categorie e definiva la prima come essenza.

e nel libro quinto della Fisica le categorie sono otto e la prima è la sostanza, di nuovo.

ma, che sia definita come sostanza o come essenza, pare che la prima categoria con cui il pensiero umano definisce e classifica l’esperienza mutevole sia quella di attribuirle la qualità dell’esistere.

forse Aristotele non è mai stato veramente compreso?

mi accontento di questo appunto superficiale: mi piacerebbe avere il tempo di approfondire questo semplice spunto; ma a me pare che Aristotele si ponga, con questo, aldilà del platonismo, che pure non nega, ma relega in un mondo a parte di conoscenza perfetta: dove deve occuparsi del mondo dell’esperienza, dice che il primo modo di conoscerlo, per la mente umana, è di attribuirgli la qualità della sostanza o dell’essenza, cioè dell’esistenza.

in questo, ben più profondo di Kant, che vede che lo spazio e il tempo sono categorie del pensiero umano, ma sfugge al passo successivo: se tutta la nostra esperienza è compresa nello spazio e nel tempo come categorie del pensiero, allora anche l’esistenza che attribuiamo a tutto ciò che rientra nello spazio e nel tempo è una categoria del pensiero e niente di più.

ma è evidente allora che la realtà della quale parliamo è ben più complessa e sfuggente per la nostra mente di come la pensiamo e che attribuirle l’esistenza è un modo di semplificarla per poterla gestire con una intelligenza limitata, impossibilitata a capire davvero il mondo della sua esperienza.

. . .

ma questa è una mia premessa, forse inutile, forse necessaria, per affrontare la lettura, alquanto ostica, di un articolo – o forse di una velina, promozionale di un libro da vendere – che sta circolando sulla “teoria dei costruttori”, nata nel 2011 dal lavoro sulla teoria dell’informazione quantistica e attribuita a Chiara Marletto, una fisica italiana che lavora naturalmente all’estero, all’Università di Oxford, come ricercatrice.

alla base di questa teoria sta il concetto dei controfattuali:

un controfattuale è una dichiarazione su quali trasformazioni sono possibili e quali sono impossibili in un sistema fisico.

è possibile, dice la Marletto, riscrivere le leggi della fisica in termini di principi generali che prendono la forma di controfattuali, affermazioni, cioè, su ciò che è possibile e ciò che è impossibile.

ad esempio anche le teorie della relatività di Einstein possono essere riscritte a partire da principi controfattuali: È impossibile superare la velocità della luce; è impossibile capire la differenza tra gravità e accelerazione.

ma dichiarare qualcosa di impossibile porta a rendere possibili più cose: “cogliere il limite della velocità della luce allarga le possibilità della realtà: rende lo spazio contraibile e il tempo rallentabile. Limitate la capacità di dividere l’energia in unità infinitamente piccole, e tutta la stranezza della meccanica quantistica sboccia.

. . .

occorre sottolineare qui, secondo me, il termine dichiarazione, che ci riporta alla problematica vista all’inizio parlando di Aristotele: in sostanza il controfattuale è un limite che l’osservatore stesso pone alla sua osservazione della realtà.

ma è questo limite, il controfattuale, che si trasforma in un principio attivo di creazione dell’esperienza e che crea il mondo concreto dell’osservatore.

così il controfattuale diventa un principio organizzatore dell’esperienza, o un costruttore, come lo chiama Marletto.

la limitazione delle probabilità offerte pone le basi della “Scienza del possibile e del non possibile”, come si intitola il libro della Marletto.

. . .

Una trasformazione è possibile quando si ha un “costruttore” che può eseguire un compito e poi conservare la capacità di eseguirlo di nuovo.

Alcune leggi hanno già questa struttura controfattuale: la conservazione dell’energia, per esempio, è la dichiarazione che è impossibile avere una macchina a moto perpetuo. Quando dici che una macchina a moto perpetuo è impossibile, questa affermazione non è qualcosa che devi dimostrare in modo esaustivo controllando ogni possibile modello di macchina a moto perpetuo, usando diverse condizioni iniziali e diverse dinamiche per ognuno. Se si dovesse fare questo, sarebbe un compito molto estenuante! Quello che si fa è dichiarare la legge in termini di attività possibili e impossibili, e poi elaborare le conseguenze.

Per esempio, se si ha questa affermazione generale che le macchine a moto perpetuo sono impossibili, la si può combinare con altre affermazioni su altre attività possibili o no e si può capire che un motore termico è possibile. E questo vi dà un sacco di potere predittivo.

Questa è la logica. Si prendono queste affermazioni come fondamentali.

e un intervistatore della Marletto conclude: Questa è la lezione della teoria quantistica: che non possiamo semplicemente dire “ecco cosa sta realmente accadendo nel mondo” in qualche modo definito e non ambiguo. È questo che richiede una diversa formulazione delle leggi fisiche?

in poche parole il tentativo della Marletto è quello di ricompattare in qualche modo la visione del mondo, ma pur sempre a partire dal soggettivismo della conoscenza (se non ho capito male).

La teoria quantistica ha più controfattuali: in primo luogo, ha almeno due variabili informative – per esempio, la posizione e la velocità – per le quali è impossibile copiarle entrambe simultaneamente con una precisione arbitrariamente alta. Secondo, deve essere possibile invertire qualsiasi trasformazione su quelle variabili. Concetti come lavoro e calore non possono essere catturati completamente con traiettorie e leggi del moto, perché nella concezione standard sono considerati emergenti e approssimativi. Nella teoria dei costruttori possiamo parlarne usando affermazioni esatte sulle trasformazioni possibili e impossibili.

. . .

fino a qui ho capito o creduto di capire; ma il seguito del discorso diventa troppo tecnico per me e rimane oscuro: molto ostica, ad esempio, mi è risultato il modo in cui la teoria dei costruttori dimostrerebbe che la gravità deve essere quantistica.

Per esempio, consideriamo la gravità quantistica. Alcune persone dicono: “Perché abbiamo bisogno di quantizzare la gravità, dato che non abbiamo nemmeno prove sperimentali per essa? Potremmo avere una teoria classica della gravità e una teoria quantistica di tutto il resto”. Bene, la teoria dei costruttori ci fornisce una base teorica robusta e generale per una prova sperimentale che dimostrerebbe che la gravità deve essere quantistica. Questo test è stato proposto da Vlatko Vedral e da me, e indipendentemente da Sougato Bose e collaboratori. Funziona così: Si misurano le proprietà di due masse quantiche che interagiscono tra loro solo attraverso la gravità. Se sviluppano entanglement, allora si può concludere qualcosa di molto forte sul mediatore che causa l’entanglement, che è la gravità. Ti permette di concludere che il mediatore non può essere classico – deve avere alcune caratteristiche quantistiche. Ora, come abbiamo dimostrato io e Vlatko, il modo più generale per arrivare a questa conclusione è usare un principio teorico-costruttivo chiamato “interoperabilità”, che implica che se l’entanglement può essere generato localmente attraverso un mezzo, quel mezzo deve essere quantistico. Non importa in che modo la gravità sia quantistica – che sia gravità quantistica a loop o teoria delle stringhe o qualcos’altro – ma deve essere una teoria quantistica. È un test che si può concepire a questo livello di generalità solo pensando in termini di principi teorici costruttori.

ma il seguito del discorso, per me del tutto impenetrabile riguarda il rapporto tra l’informazione quantistica e la teoria dei costruttori…

Inizialmente pensavo che l’informazione quantistica fosse solo una qualche bizzarra applicazione della fisica quantistica all’informatica – ma non è vero. È il miglior strumento che abbiamo per capire la teoria quantistica stessa. Misurazione, EPR, entanglement: Tutte queste cose che erano molto sconcertanti anche per i padri fondatori della teoria quantistica sono state risolte correttamente da persone che lavorano nell’informazione quantistica, e allo stesso tempo stavano lavorando su come costruire un computer quantistico universale.

Quindi un sistema vivente stesso è una specie di costruttore speciale?
Il DNA è un replicatore e contiene le istruzioni per costruire la cellula, e poi la cellula è il veicolo capace di leggere quelle istruzioni, costruire una nuova istanza di se stessa, copiare le istruzioni e inserirle nella nuova cellula. E nella teoria dei costruttori si può spiegare perché questo è l’unico meccanismo possibile se si vuole un’auto-riproduzione affidabile, secondo leggi della fisica che non sono state progettate appositamente per la vita. Quindi non è solo che è uno dei modi in cui la vita può funzionare secondo le nostre leggi fisiche, ma è l’unico modo in cui può funzionare. Questa è una caratteristica dei sistemi viventi, indipendentemente dal fatto che siano costruiti con la chimica che abbiamo sulla Terra. In definitiva, ciò di cui abbiamo bisogno è una teoria di ciò che rende la vita distinta dalla non vita, e finora non c’è una risposta quantitativa e predittiva. Quali sono le leggi alla base di questo fenomeno?
[…] Ora i fisici devono risolvere il problema entro i confini della fisica fondamentale. E spero che la teoria dei costruttori possa fornire gli strumenti per affrontare questo problema.

. . .

alla fine di questo mio sforzo di comprensione delle affermazione della Marletto, in larga parte fallito, che cosa fa una comune mente umana come la mia?

da un lato dubita di non essere capace di arrivarci, ma dall’altro dubita che ci sia un po’ troppa fuffa lì dentro.

l’amica Francesca ha messo opportunamente in evidenza nel suo blog un video preso da Youtube dove la Marletto espone in forma divulgativa la sua teoria, e l’esposizione è qui certamente più efficace che nell’intervista che ho usato io:

Sbircio senza successo nel mondo della scienza

ma la Marletto afferma qui con decisione che gli effetti quantistici rilevabili a livello sub-atomico non si verificano su scala macroscopica e fonda la sua ricerca su questa apparente contraddizione.

a me sembra una affermazione sbagliata: gli effetti quantistici in realtà si manifestano anche a scala più elevata, ma sono estremamente rari, dato che sono regolati dalla legge della probabilità, la quale decresce via via che aumenta la scala del fenomeno.

allora, perfino la nascita dell’universo dal big bang potrebbe essere considerata un effetto quantistico di assoluta eccezionalità, un puro frutto del caso che ci permette di rinunciare all’idea misteriosa della creazione.

certo, se effetti quantistici possono verificarsi anche su scala macroscopica in forma del tutto casuale e imprevedibile (gli UFO?), allora risulta evidente che non è possibile costruire una visione operativa scientifica in tempo stretto, dato che la natura è dominata da una certa imprevedibilità, o tanto o poco.

in ogni caso mi lascia perplesso questa partenza della Marletto col piede sbagliato e mi pare ci cogliere in lei l’ostinata volontà di trovare una strada per rimettere in ordine il mondo.

10 commenti

  1. Mauro (mi permetto anch’io di chiamarlo così) fa bene a riconoscersi in chi ipotizza che l’essere sia una categoria del pensiero: fu durante una conversazione nel mio studio qualche anno fa, commentando il passo di Gorgia L’essere non esiste; anche ammesso che qualcosa sia, non può essere conosciuto; e anche ammesso che sia compreso, non può essere comunicato (cfr. il mio Platone e Aristotele, al punto PA67), che proprio Mauro mi fece notare che lo stesso essere potrebbe non essere altro che una categoria del pensiero.
    E ora fa anche un passo in più: nota che il nostro linguaggio umano … è sempre inadeguato e ci costringe a parlare di realtà e di cose che ESISTONO nello spazio e nel tempo, anziché di eventualità e di cose che DIVENTANO nello spazio tempo.
    Ha proprio ragione: come facciamo a parlare di cose che esistono, se esse continuamente diventano?
    Penso che una possibile risposta sia quella che tento nel commento al Cratilo di Platone (punto PA145): verso la fine del dialogo, Platone si fa scappare che Nessuna conoscenza conosce ciò che conosce, se questo non sta fermo in nessun modo; e con questo ragionamento non ci saranno più né chi dovrà conoscere né ciò che dovrà essere conosciuto.
    Ma caro Platone, non è che le cose debbano restare ferme solo perché altrimenti la nostra mente non avrebbe la possibilità di conoscerle.
    Cercherei piuttosto di indagare come la nostra mente possa conoscere la realtà, pur essendo questa in costante divenire. In fondo, tutti noi quando ci troviamo un palo lungo la strada ci guardiamo bene dall’andarvi a sbattere.
    Penso che la soluzione dell’enigma stia nel meccanismo rilevato da Bergson nel 1907: tutta la realtà percepibile muta, prima o poi, ma la mente umana va per immagini fisse, come i fotogrammi delle prime pellicole cinematografiche.
    È questo strano meccanismo che ci costringe a pensare a immagini fisse, e che ci porta a parlare di cose che esistono invece che di cose che diventano.

    Quanto poi alla Marletto, direi che centri in pieno un altro dei problemi filosofici aperti ancora oggi, quando rileva che In definitiva, ciò di cui abbiamo bisogno è una teoria di ciò che rende la vita distinta dalla non vita.
    A questo aspetto faccio cenno solo per inciso in Platone e Aristotele (punto PA328): ne tratto più approfonditamente in Realismo critico (RC85 ss.), quando mi chiedo Cos’è che rende vivo un essere vivente? Cos’è che fa sì che una certa materia per un certo tempo sia animata, e a un certo punto finisca per non esserlo più? E oso rispondere che La filosofia, ma anche la scienza, sino ad oggi non hanno saputo fornire risposte esaurienti a questa domanda imbarazzante.

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    • grazie di questo commento denso e stimolante.
      esige una risposta approfondita, e mi prendo qualche tempo per riflettere (soprattutto sull’ultimo punto) e rilanciare la discussione, che comunque già così mi pare abbia prodotto approfondimenti molto significativi.
      a presto!

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  2. E pensare quando ero poco più che adolescente che vedevo la fisica già affascinante nei concetti semplici di atomo, fissione e fusione nucleare e non sapevo niente della relatività generale (non che ne sappia tanto adesso ma a intuito qualcosa mi sembra di capire)

    …adesso la fisica e nel linguaggio e nei concetti è senz’altro più distante da una mente comune come la mia. la predizione matematica nella fisica per esempio mi sembra sconcertante ma anche molto intrigante.

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    • la fisica a scuola io l’ho studiata più di cinquant’anni fa: di relatività non si parlava, figuriamoci di fisica quantistica che in qualche modo è andata ben oltre alla stessa relatività…

      posso dire che la scuola faceva il suo dovere istituzionale, di insegnare come certezze cose già dimostrate sbagliate.

      però per fortuna ho avuto un docente di filosofia straordinario, il prof. Mario Cassa, poi docente all’Università di Verona, che ci fece leggere Einstein… e perfino ci fece conoscere il dualismo della luce tra onda e particella, il primo fenomeno che introduce alla fisica quantistica, ed era il massimo che si potesse chiedere, credo, alla metà degli anni Sessanta.

      tutto il resto è stata una faticosa ricerca personale successiva attorno ad una fisica che sembra destinata a diventare sempre meno comprensibile e che è sempre più lontana dal senso comune, che risulta incompatibile con la comprensione della struttura del mondo, visto che serve ad altri scopi.

      il fascino di queste ricerche è straordinario, ma si combina oggi alla terribile frustrazione di sentire la nostra mente inadeguata a capire l’universo o perfino il multiverso e gli infiniti universi del probabile.

      (tu cambi continuamente nick, come una particella sub-atomica che si traveste in varie forme, ma resti sempre riconoscibile al volo… 🙂 )

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  3. commento ricevuto via mail, in risposta a: “un commento mio su un punto molto particolare del Suo libro sul mio blog”:

    Ebbene sì, pensavo proprio a lei!

    Nei prossimi giorni mi studio anche il suo commento.

    A presto.

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    • per la verità speravo che avesse individuato qualcuno di più autorevole di me, che condividesse le mie tesi così estreme, ma la Sua critica sarà per me preziosa.

      aspetto allora, sicuro che il nostro dialogo sarà molto utile per me. 🙂

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  4. Stessa impressione finale per cui mi relego nel mio accogliere ciò che posso, ciò che non fa parte del mio cammino lo lascio. La mia è solo passione per la vita… Spesso mi pongo “nell’abbandono” in cui mi trovo senza armi intellettuali, filosofiche, fisiche né chimiche. Non sto a disquisire su ciò che neppure mi sfiora.
    Resto una curiosa, è vero e non finisce ancora questo desiderio. Credo di viverlo voluttuosamente.
    Osservo beandomi del minuscolo, conscia che neppure quello mi appartiene.
    La vita a me non chiede velleità, ma ardore, passione e un po’ di buon senso, ahimè…
    Solo gli Elementi che consentono la Vita mi destano dal sonno in cui, ogni alba e ogni tramonto sono tentata di scivolare.
    Non amo i costrutti né i costruttori.
    E le parole più intime comunque consumate sono solo la deriva di una cogliona! …
    La pittura è sfogo delle emozioni.
    I sentimenti, la mia leva semplice, debole e forte. E Chiara Marletto, così giovane, faccia pure…
    Grazie Mauro, ti confesso come già avrai intuito che mi vengono a noia certi presunti e gli sviluppi.
    I tuoi pensieri d’altro canto sono sempre chiari, ma a volte faticosi.
    Scelgo la semplicità, ciao.

    Piace a 1 persona

    • mi soffermo per ora soltanto sui giudizi finali che mi riguardano, in attesa di approfondire le impressioni personali sulle tesi della Marletto, anche alla luce del video che mi hai segnalato.
      so bene che post come questi sono difficili (e forse anche un poco presuntuosi); cerco la chiarezza e parlo soltanto di quello che mi pare di capire, anche quando gli argomenti non sono facili.
      non uso paroloni e cerco di non nascondere dietro di loro la mancanza di comprensione o l’oscurità intrinseca del pensiero, come a volte succede, ma non me la sento di rinunciare a giudicare solo perché al giudizio si arriva in modo difficile e neppure a provare a comunicarlo.
      certo, non posso giudicare da solo quanto riesco a comunicarlo in modo chiaro e dunque quanto è valido quello che penso; per questo lo espongo al giudizio altrui e anche alle critiche.
      recentemente un affezionato commentatore ha dato giudizi molto drastici su queste mie riflessioni e ne è nato qualche contrasto; quindi, come vedi, non sono molto coerente.
      a mettere in discussione il concetto coerente di realtà, pare che si tolga a molti la terra sotto i piedi; quindi forse dovrei lasciare perdere; forse accettare semplicemente di essere oscuro a mia volta.

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