eutanasia, l’altro referendum dei radicali: quello buono? – 275

che sia quello buono, questo ulteriore referendum dei radicali, dopo quelli promossi con Salvini (referendum Radicali e Lega contro le leggi contro la corruzione – 248)?

lo si potrebbe vedere, appunto, anche dal fatto che questo Salvini si guarda bene dall’appoggiarlo.

ma ammetto che come criterio questo è troppo empirico, e dunque veniamo al merito.

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guardiamo prima di tutto al testo del quesito: Volete voi che sia abrogato l’art. 579 del codice penale (omicidio del consenziente) approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, comma 1 limitatamente alle seguenti parole «la reclusione da sei a quindici anni.»; comma 2 integralmente; comma 3 limitatamente alle seguenti parole «Si applicano»?

ma allora chi ha letto e magari condiviso il post che ho citato sopra, dirà: rieccoci; rieccoci a quei giochi di parole con cui ci si inventa malamente una nuova legge, malfatta, giocando di forbici sul testo di una legge che c’è; e siamo contro lo spirito della Costituzione; quindi: asteniamoci anche su questo.

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no, questa volta non è proprio così, perché, se guardiamo l’abrogazione proposta nel concreto, vediamo un taglio semplice, chiaro e dal significato inequivoco; eccolo: Articolo 579 c.p. e relative abrogazioni referendarie. Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni. Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61. Si applicano le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso: 1. Contro una persona minore degli anni diciotto; 2. Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; 3. Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno.

chi sottoscrive questo quesito, intende semplicemente che l’omicidio del consenziente sia punito dalla legge soltanto se commesso contro un minorenne, contro chi è in condizioni di menomazione psichica oppure se il consenso è stato estorto; e pensa che la legge deve astenersi dall’intervenire in tutti gli altri casi, in cui qualcuno aiuta a morire qualcun altro che liberamente e del tutto consapevolmente lo decide.

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ma ecco il punto: siamo davvero disposti a diventare pagani fino a questo punto?

intendo che per un romano dell’antichità era del tutto normale affidare ad uno schiavo o ad un amico il compito di dargli il colpo mortale, se non si sentiva il coraggio fisico di uccidersi da sé, ma era ben determinato a farlo; ma per noi, dopo due millenni o quasi di morale cristiana penetrata fin nelle ossa, questa libertà non è eccessiva? non ci appare vagamente mostruosa?

il parlamento si rifiuta ostinatamente di fare una legge in materia, anche dopo che la Corte Costituzionale lo invitato a farlo entro il con una sua sentenza del 22 novembre 2019.

qui aveva escluso che […] l’incriminazione dell’aiuto al suicidio, ancorché non rafforzativo del proposito della vittima sia, di per sé, incompatibile con la Costituzione: essa si giustifica, infatti, in un’ottica di tutela del diritto alla vita, specie delle «persone più deboli e vulnerabili»; ma aveva anche rilevato una circoscritta area di non conformità costituzionale della fattispecie, corrispondente segnatamente ai casi in cui l’aspirante suicida si identifichi (come nel caso oggetto del giudizio a quo) in una persona «(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

e aveva poi concluso: L’art. 580 cod. pen. deve essere dichiarato, dunque, costituzionalmente illegittimo, per violazione degli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge n. 219 del 2017 […], agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

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ma vale la pena di rileggersi almeno questa parte della sentenza, per renderci conto in quale condizione di barbarie viviamo: cosa che di solito non ci tocca, fino a che non capita a qualcuno della nostra cerchia.

Le questioni traggono origine dalla vicenda di F. A., il quale, a seguito di un grave incidente stradale avvenuto il 13 giugno 2014, era rimasto tetraplegico e affetto da cecità bilaterale corticale (dunque, permanente). Non era autonomo nella respirazione (necessitando dell’ausilio, pur non continuativo, di un respiratore e di periodiche asportazioni di muco), nell’alimentazione (venendo nutrito in via intraparietale) e nell’evacuazione. Era percorso, altresì, da ricorrenti spasmi e contrazioni, produttivi di acute sofferenze, che non potevano essere completamente lenite farmacologicamente, se non mediante sedazione profonda. Conservava, però, intatte le facoltà intellettive.

All’esito di lunghi e ripetuti ricoveri ospedalieri e di vari tentativi di riabilitazione e di cura (comprensivi anche di un trapianto di cellule staminali effettuato in India nel dicembre 2015), la sua condizione era risultata irreversibile.

Aveva perciò maturato, a poco meno di due anni di distanza dall’incidente, la volontà di porre fine alla sua esistenza, comunicandola ai propri cari. Di fronte ai tentativi della madre e della fidanzata di dissuaderlo dal suo proposito, per dimostrare la propria irremovibile determinazione aveva intrapreso uno “sciopero” della fame e della parola, rifiutando per alcuni giorni di essere alimentato e di parlare.

Di seguito a ciò, aveva preso contatto nel maggio 2016, tramite la propria fidanzata, con organizzazioni svizzere che si occupano dell’assistenza al suicidio: pratica consentita, a certe condizioni, dalla legislazione elvetica.

Nel medesimo periodo, era entrato in contatto con M. C., imputato nel giudizio a quo, il quale gli aveva prospettato la possibilità di sottoporsi in Italia a sedazione profonda, interrompendo i trattamenti di ventilazione e alimentazione artificiale.

Di fronte al suo fermo proposito di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito, l’imputato aveva accettato di accompagnarlo in automobile presso la struttura prescelta. Inviata a quest’ultima la documentazione attestante le proprie condizioni di salute e la piena capacità di intendere e di volere, F. A. aveva alfine ottenuto da essa il “benestare” al suicidio assistito, con fissazione della data. Nei mesi successivi alla relativa comunicazione, egli aveva costantemente ribadito la propria scelta, comunicandola dapprima agli amici e poi pubblicamente (tramite un filmato e un appello al Presidente della Repubblica) e affermando «di viverla come “una liberazione”».

Il 25 febbraio 2017 era stato quindi accompagnato da Milano (ove risiedeva) in Svizzera, a bordo di un’autovettura appositamente predisposta, con alla guida l’imputato e, al seguito, la madre, la fidanzata e la madre di quest’ultima.

In Svizzera, il personale della struttura prescelta aveva novamente verificato le sue condizioni di salute, il suo consenso e la sua capacità di assumere in via autonoma il farmaco che gli avrebbe procurato la morte. In quegli ultimi giorni, tanto l’imputato, quanto i familiari, avevano continuato a restargli vicini, rappresentandogli che avrebbe potuto desistere dal proposito di togliersi alla vita, nel qual caso sarebbe stato da loro riportato in Italia.

Il suicidio era peraltro avvenuto due giorni dopo (il 27 febbraio 2017): azionando con la bocca uno stantuffo, l’interessato aveva iniettato nelle sue vene il farmaco letale.

Di ritorno dal viaggio, M. C. si era autodenunciato ai carabinieri.

A seguito di ordinanza di “imputazione coatta”, adottata ai sensi dell’art. 409 del codice di procedura penale dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Milano, egli era stato tratto quindi a giudizio davanti alla Corte rimettente per il reato di cui all’art. 580 cod. pen., tanto per aver rafforzato il proposito di suicidio di F. A., quanto per averne agevolato l’esecuzione.

. . .

la sentenza della Corte Costituzionale, dopo avere proclamato la parziale incostituzionalità dell’art. 580 del C.P., come visto sopra, si conclude con queste parole: La Corte non può fare a meno, peraltro, di ribadire con vigore l’auspicio che la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore, conformemente ai principi precedentemente enunciati.

come in precedenza, il parlamento e i governi hanno continuato a fare orecchio da mercante,

anzi, ricordo che il governo di allora si era opposto a questa richiesta del 14 febbraio 2018 della Corte d’Assise di Milano, assieme al Centro Studi «Rosario Livatino», alla libera associazione di volontariato «Vita è» e al Movimento per la vita italiano (peraltro esclusi dal procedimento dalla Corte Costituzionale): e chi era il capo del governo? Gentiloni, giusto per non dimenticare.

. . .

ma la Corte d’Assise di Milano aveva sollevato la questione di incostituzionalità dell’art. 580 del Codice Penale, quello che punisce Istigazione o aiuto al suicidio; è giusto intervenire invece sull’art. 579?

e che effetti pratici avrebbe una abrogazione ben più ampia?

e inoltre, che cosa succede se si abroga l’art. 580 in modo da non punire l’omicidio del consenziente, ma non si interviene sull’art. 579, che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio?

diventerebbe più normale e legittimo farsi uccidere da qualcun altro piuttosto che farsi aiutare ad uccidersi da sé.

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insomma, sciolgo la riserva iniziale: solo ad una osservazione molto superficiale questo referendum (non so neppure se ammissibile) è una mossa opportuna per risolvere il problema dell’insufficiente rispetto della libertà individuale di scelta nel Codice Penale fascista che la Repubblica antifascista ha ereditato senza mai modificarlo.

a me pare molto più probabile che finisca invece per rafforzare l’ottusa resistenza conservatrice contro soluzioni più ragionevoli ed equilibrate, che appaiono urgenti e necessarie.

me la immagino già la campagna vincente contro chi vorrebbe legalizzare l’omicidio più che la libertà di scelta; secondo me non ci siamo.

e tralascio di commentare lo slogan infelice di chi ci vorrebbe Liberi fino alla fine, o non piuttosto liberi soltanto nella fine?

perché solo chi ignora che cosa sia la libertà può pensare che la maggior parte degli esseri umani lo sia già, prima della fine.

https://referendum.eutanasialegale.it/il-quesito-referendario/

3 commenti

  1. Mauro lo avevi già postato grazie.
    Mi scuso per il mio parlare colorito per te è negativo, nel nostro parlato è di persona molto attenta e scrupolosa che controlla tutto.
    Ho letto con maggior attenzione il post effettivamente la procedura è contorta e lo slogan che ho notato ora non risponde a ciò che interessa me.
    Ho visto troppi casi di differenza estrema in cui l’intervento per morte assistita da personale medico addetto avveniva in ritardo nonostante le richieste lucide dell’interessato non lasciassero spazio ad altre interpretazioni. Per ben due volte seguivo ed ero a conoscenza dei fatti.
    La mia invece intende essere la scelta di chi vuole in grado di intendere e volere morire dignitosamente, come dignitosamente si dovrebbe poter vivere.
    Sempre parlando colorito “so ma zuccona”. Ti ho nominato professore forse perché ho bisogno di un buon professore. Ma tu sei blogger e tale vuoi restare . Grazie della tua pazienza, perdona l’abuso.
    Do un altro taglio al post”. In quanto a me, “i tagli” veri non finiscono mai 😉.
    Ti abbraccio, Mauro 🙅😘

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    • questo mio post è troppo lungo e ragionato, ma per chiarirmi le idee ho dovuto passare attraverso una fase simile.
      avrei dovuto sintetizzare meglio l’argomento come segue: se approvato, questo quesito – che io ritengo aberrante ed improponibile – porterebbe alla conseguenza che in nessun caso potrebbe essere punita l’uccisione di qualcuno che te l’ha chiesto, salvo che non sia palesemente non responsabile di quello che fa.
      faccio un esempio estremo: anni fa, quando vivevo in Germania fece scalpore la storia di due omosessuali: uno viveva da anni nel desiderio di essere ucciso e mangiato da qualcuno; via internet trovò uno che effettivamente aveva il desiderio opposto, di uccidere e divorare il suo amante. i due si conobbero e realizzarono il loro sogno d’amore, a chiamarlo così (ma perché no?). l’assassino venne trovato che aveva ancora dei pezzi della vittima, consapevolmente consenziente, nel congelatore di casa e se lo faceva arrosto o lesso a poco a poco.
      questo comportamento non sarebbe più punibile se passasse questo referendum che ritengo totalmente inaccettabile.
      siamo pronti? forse qualcuno sì. io no, purtroppo mi troverei costretto a votare NO e a rifiutare, per questo, un principio che ritengo giusto, urgente e profondamente umano, ma che può essere garantito soltanto da una legge che questo parlamento si rifiuta di fare.
      preferiscono azzuffarsi per mesi, a tutto vantaggio soltanto del clamore mediatico, su una proposta di legge come quella Zan, che risponde ad una esigenza altrettanto giusta, ma che è scritta malissimo.

      quanto al resto, prendo atto e ringrazio: meglio così.

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