da Sasso verso cima Comer. senza greenpass 3.2 – 275

da Sasso un sentiero si immerge velocemente nel verde, consentendo una salita sempre al fresco, anche se il sole è alto lì fuori; e porterebbe a Cima Comer, a farlo tutto: un posto assolutamente spettacolare, con una balconata sul Garda a 1279 metri di altezza, pubblicizzata anche in internet.

ma non è questa la mia meta di oggi, non mi sento abbastanza allenato per fare tutti gli 800 metri di dislivello dal paese.

ne ho un’altra, che ho voglia di rivedere, ed è il caso oramai di rivelarla: è l’eremo di san Valentino, un po’ meno che a metà strada, visto che è a 770 metri di altezza.

. . .

non trovate che il nome stesso sia una curiosa contraddizione?

un ossimoro, come cerco di spiegare a una coppia di turisti austriaci di prossima età, che supero lungo la salita.

ma la breve conversazione in tedesco mi procura una ulteriore bella soddisfazione, non c’è che dire.

non solo per il piacere di fare un po’ di esercizio di recupero della lingua, che si va lentamente fossilizzando nella mia mente, ma anche perché dopo un po’, quando dico di essere italiano, la signora resta un poco meravigliata, e io replico che pensavo che dall’accento si capisse (non mi sono neppure sforzato troppo di darmi l’intonazione sveva…) e lei mi risponde: adesso che lo dice, a farci attenzione, sì.

ma io intanto devo spiegare la contraddizione che vedo nel santo che è il protettore degli innamorati e che però va a rifugiarsi in un eremo, e che eremo!, come vedremo fra poco.

li sento ridere e commentare mentre riprendo la salita, soddisfatto di avere recitato la solita parte dell’italiano estroso.

ma la mia salita è ripresa da poco, quando una tosse fastidiosa e un senso di naso che cola mi danno un po’ di fastidio; ahimé, una epistassi, mi mancava da anni!

e ho anche finito l’acqua che avevo con me.

per fortuna, ecco un uomo che scende, e me ne regala una bottiglietta mezza vuota e freschissima: mi bagno la nuca e la piccola emorragia si ferma.

è il momento del primo affaccio spettacolare sul lago, con una piccolissima deviazione di pochi metri su uno spuntone di roccia.

si riprende la salita, che si va facendo impegnativa per me, ed è il sentiero stesso che si porta sull’orlo dello strapiombo, aprendosi alla vista del monte Baldo, a nord-est, aldilà del lago: semicoperto dalla foschia, ma ancora con piccolissimi tratti innevati.

come ricordavo bene, il percorso si sta facendo piuttosto duro: c’era anche un tratto da percorrere aggrappandosi a corde di ferro, ma mi sembravano di più di quelle che incontro adesso.

tralascio una deviazione, che sprofonda verso il basso, e continuo a salire, con nuove deviazioni e nuovi affacci: voi direte, sempre uguali; ma le prospettive cambiano, salendo, e aggiungono un tocco avventuroso le rocce su cui ci si deve arrampicare per le nuove vedute, sempre aggrappandosi a qualche corda di ferro, quando occorre.

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l’eremo, lo so bene, è su queste rocce a picco, quindi penso che a breve lo troverò.

ma la salita sembra infinita e comincio a dubitare di essere mai stato fino a quassù.

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mi ostino, perché non capisco come potrei averlo superato senza vederlo, ma oramai le indicazioni sul sentiero si riferiscono soltanto a monte Comer e non lo nominano più; alla fine ho ben chiaro che devo averlo passato.

forse è stato quando ho fatto una deviazione più lunga per tornare allo strapiombo sul lago? ma come posso averlo aggirato proprio portandomi in costa?

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e proprio quando ne sono convinto, perché il sentiero diventa pianeggiante e questo proprio non lo ricordo, e decido di tornare indietro, ecco che appare finalmente una segnalazione, che mi era rimasta nascosta dietro un masso, con una freccia verso il basso e un chiaro avvertimento: sentiero per escursionisti esperti!

con le corde di ferro, per aggrapparsi, ovviamente, per affrontare il precipizio là sotto.

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non mi rimane che provarci…

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misericordia! non ho mai fatto un sentiero così impressionante in vita mia (non parlo del mio tentativo di arrampicata alle Cinque Torri con una coppia di amici alpinisti, marito e moglie – che poi si separarono).

la discesa è un precipizio e ci si sostiene solo con le corde e le catene di metallo, il fondo è scivoloso; penso seriamente un paio di volte se mi convenga tornare indietro, ma il pensiero di risalire di nuovo basta a dissuadermi.

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ma finalmente la mia ostinazione è premiata, il canalone si apre appena un poco e l’eremo mi compare davanti, incassato nella roccia concava del monte, da una prospettiva dalla quale non l’avevo visto, l’altra volta, quando ero arrivato dalla stradina più larga e (relativamente) più comoda che vedete nella foto qui sotto e che questa volta non ho individuato.

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ci sono due ragazzi austriaci, giovani e belli, che mi chiedono informazioni, e appena gli dico quanto è duro e pericoloso il percorso da cui sono sceso, si precipitano ad affrontarlo, per il piacere di mettersi alla prova.

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io mi riposo all’ombra della roccia.

5 commenti

  1. Una meraviglia!
    Se non ti metti alla prova, forse non ti senti appagato. Mauro comprendo bene, merita, ma non lo trovo affatto simpatico.
    Una settimana fa ero sola in mare, nei pressi delle scogliere. Non è stato piacevole ciò che ho provato.
    Comunque le foto rendono, unite al racconto; è assai piacevole.
    Per quanto mi riguarda sono allenata a ripiegare! Non esulto.
    Buon tutto ☮️

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    • hai detto giusto: imprinting dell’educazione militare ricevuta da mio padre e della severità di mia madre, spesso totalmente assurda e solamente castrante: devo attaccarmi all’immagine di mio padre per liberare quel tanto di me stesso che posso, e dunque posso farlo solo mettendomi alla prova. non è piacevole neppure per me, tantomeno per chi mi vive vicino e non ha condiviso la mia formazione.

      non vi sono alternative, anche se credo di avere imparato a propormi soltanto le prove che sono in grado di superare; le prove veramente impossibili faccio finta di non vederle…; quindi evito di ripiegare, perché non le affronto proprio… 😉

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