dall’eremo di san Valentino al lago d’Idro. senza greenpass 3.3 – 277

ed ecco che mentre mi riposo nell’ombra delle rocce che incombono sull’eremo di san Valentino, penso a che cosa ha potuto significare per qualcuno venire a vivere qua, quando solo il trasporto dell’acqua e dei viveri, su per la salita chiedeva almeno un’ora di percorso.

certo, tutto l’insieme è talmente lontano da ogni vita umana comune, da produrre un senso di estraniamento mistico fortissimo: mi viene perfino da pensare che qui non serve neppure pregare, al religioso, perché lo stormire quasi silenzioso del vento è già una preghiera e basta ascoltarlo, con tutta la concentrazione necessaria, per ritrovare dio, cioè se stessi.

sorrido pensando che questo è un luogo forse più buddista che cristiano, anche se mancano le bandierine colorate, ma è come se ci fosse già una ruota di preghiera, mossa dal vento che le recita al posto nostro.

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ma proprio mentre mi concentro in questi pensieri un poco strampalati, lo sguardo mi cade sulla macchia nera sotto l’unghia del pollice sinistro e sulle due righine che la accompagnano alla radice dell’unghia: domani avrò la visita privata di un nuovo dermatologo che dovrà sciogliere il dubbio se si tratti di un melanoma o di una emorragia.

ma guardandole ho un piccolo sobbalzo: finora, mentre nei giorni la macchia scendeva lentamente verso la punta dell’unghia, le righine la accompagnavano, accreditando la prima ipotesi; ma adesso pare che invece si siano fermate.

guardo meglio, sollevando la pelle alla radice dell’unghia: è così! per qualche decimo di millimetro, la produzione delle righine si è interrotta!

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mi faccio la diagnosi da solo: non è melanoma (l’indomani mattina me lo confermerà anche il sostituto del mio medico di base, un vecchio elegante e cortese signore; e mi scappa da ridere al pensiero che sono arrivato giusto in tempo a risparmiare i 125 euro della visita privata).

avrò tutto il tempo di crearmi altre paturnie fra qualche giorno con una nuova interpretazione che metterà in relazione l’epistassi di poco prima con questa emorragia sotto l’unghia senza causa apparente con la stanchezza cronica dell’ultimo mese e perfino con le piastrine basse dell’ultimo esame del sangue, ma per ora è festa.

e pensa te che bella coincidenza, che san Valentino ha voluto farmi il miracolo, forse che voglia recuperarmi dal mio inguaribile vivere da single?

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ma sto divagando; è tempo di scendere alla base: esco dal portale, da cui ero entrato all’eremo due anni fa.

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si scende, sempre tenendosi a qualche corda di ferro, su scalini scavati nella roccia e un sentiero roccioso.

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ma poi risalgo, sì risalgo, per riportarmi al sentiero principale: ora è chiaro, quando ci arrivo, dove ho sbagliato la strada; è quando ho evitato la deviazione del sentiero che sprofondava verso il basso (per poi risalire!).

ma non faccio quasi a tempo di entrare nella discesa oramai più tranquilla che arrivano alle mie spalle dal sentiero principale e rapidamente mi superano i due ragazzi austriaci incontrati poco prima all’eremo: come abbiano fatto in questi pochi minuti a risalire l’impervia gola della mia faticata discesa ed arrivare poi fino a qui non riesco a capirlo.

solo adesso, obbligato a cercare almeno un’ipotesi per chi mi legge, posso soltanto pensare che nelle mie riflessioni buddiste e poi nella felicità del cancro mortale sventato il mio cervello abbia del tutto alterato la mia percezione del tempo; oppure qualche non percepito nirvana, chissà.

in ogni caso non sono quei due ragazzi a superarmi: poco dopo eccomi scavalcato anche da due donne gagliarde, chiaramente madre e figlia, che stanno scendendo a passo sportivo da cima Comer: bastano due ore ad arrivarci, dicono, e meno a scendere, e mi salutano; ma poco mi importa, perché le ritroverò che bivaccano all’uscita da Sasso armeggiando con una bottiglia d’acqua e alla fine io parto prima di loro.

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ho già definito il mio piano del rientro, intanto: nessuna voglia di tornare alla Gardesana per mettermi sicuramente in qualche coda logorante: molto meglio proseguire per la Valvestino, scavalcare Capovalle e passare al lago d’Idro – sempre col miraggio di un gelato; e poi basterà meno di mezzora per essere a casa.

e al bivio, a occhio, decido di andare verso ovest, in direzione Costa, come da cartello: il paesino mi incuriosice perché non lo conosco, e da lì al lago della Valvestino arriverò; mi fido del mio senso dell’orientamento, non ho carta e nessuna voglia di affidarmi ad un navigator combinaguai.

non sarà così, ma l’esperienza è stata bella lo stesso e non avrei potuto farla altro che in questo modo.

perché Costa credo che sia uno dei luoghi più remoti d’Italia: la strada tutta curve si immerge in un paesaggio di assoluta solitudine, ma pieno di solidarietà umana invidiabile: mi fermo un attimo a controllare, scendendo dalla macchia, uno strano rumore metallico che ho sentito per un momento e subito un giovane, sull’auto che segue, si ferma per chiedermi se serve aiuto. ringrazio e riprendo questa strada senza fine che si immerge in una valle che mi aspetto sia quella di Valvestino, anche se non proprio. ed ecco che dopo certamente più di una decina di chilometri, mi compare Costa, arrampicato, come dice il suo nome, su un costone anonimo; c’è anche un bar per bere, ma è chiuso e il paese sembra totalmente deserto: cerco di proseguire, ma no, la strada finisce qui: Costa, che avrà meno di cento abitanti e però ha un bar, pur se chiuso, è ad una ventina di km o quasi da Gargnano, che è un paesotto certamente un po’ più grande, ma a sua volta ben distante da ogni altro centro degno di questo nome; e quindi per arrivare, che dico, a Salò, da Costa serve quasi un’ora e forse più di un’ora per arrivare a Riva del Garda. che senso avrà abitare in un luogo simile, mi domando, che effetto fa? come vive la gente che abita qui? eccomi trasportato da un eremo disabitato ad uno abitato, con domande diverse, ma sempre vive. e mi ha talmente turbato Costa che non gli ho fatto neppure una foto, per non disturbare il suo isolamento perfetto, ma me lo sono segnato come la meta distinta e dedicata di una prossima escursione, con tutto il tempo necessario, per scovare anche i suoi invisibili abitanti e parlarci.

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ma intanto non mi resta che ripercorre la strada all’indietro e ritornare al bivio originario e qui prendere finalmente la strada indicata dal cartello giusto.

e della Valvestino che dire? ho tutto il tempo di fermarmi qua e là a riempirmi gli occhi dei colori traslucidi di questo fiordo artificiale trapiantato da una diga in mezzo a montagne solitarie.

e lascio la parola ad un paio di foto, perché in nessun caso io saprei dire meglio di loro.

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come si vede, il lago è ancora semivuoto, dopo lo svuotamento quasi totale di due anni fa, e questo fa sì che le rovine della vecchia dogana austriaca, nel fondovalle, non sia completamente sommersa dall’acqua, come di solito, ma nemmeno totalmente emersa, come due anni fa. è in uno stato intermedio, come il gatto di Schroedinger, ma per fortuna alla luce del sole, che per inciso, sta cominciando a tramontare.

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ed è quasi inutile raccontare come arrivo ad Idro, meta oramai quasi convenzionale per me e forse perfino per qualcuno che mi legge, e poi a casa.

sulla riva del lago, me ne sto a gustare il mio gelato, stravaccato su una panchina, con le orecchie chiuse alle chiacchiere dei vicini che non possono che parermi un poco pedestri, davanti a un lago così depresso che sembra perfino che si stia leggermente impaludando, in un borgo desolatamente vuoto e con diversi negozi chiusi alle spalle, assorbito da una discussione via cellulare, non del tutto piacevole, ma che neppure mi turba più di tanto.

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lo dico chiaro: alla fine di una giornata così niente riuscirebbe a farmi perdere quel senso di felicità che mi attraversa, ditela buddista, ma io forse preferirei dirla semplicemente pagana.

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