sopra Bagolino: san Protasio e Gervasio. senza greenpass 4 – 283

io continuo a crederci, che si possa viaggiare e fare belle esperienze anche senza greenpass e senza vaccino, ma forse dovrei dire che ci voglio credere; in ogni caso, continuo, fino a che si può e temendo che qualche nuova variante ci rinchiuda di nuovo abbastanza presto.

ma senza strafare, sempre a breve distanza da casa e su percorsi solitari.

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ieri parlo con un vicino che ha avuto il covid, assieme alla moglie, di recente, ma se l’è cavata, ed è stato vaccinato:

ma non avevi gli anticorpi?

sì.

e allora che cosa ti hanno vaccinato a fare?

cosa vuoi, è tutto un giro di soldi… ma, sai, volevo il greenpass per potere andare in giro…

ma il greenpass serve soltanto per andare all’estero; inutile pensare di allargare il volo: lo Sri Lanka, per esempio, è ancora in lockdown.

lì la variante indiana sanno bene che c’è e la società è ancora sana, meno dipendente dai vizi del consumismo che ci vietano di agire in modo davvero efficace.

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comunque mercoledì ho deciso di andare a Bagolino, non tanto per rivedere lo splendido paese al confine col Trentino (e ora desideroso di passarci, anche), ma per raggiungere finalmente la chiesetta che guarda il paese dall’alto su un cocuzzolo.

eccola.

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ogni volta che la vedo mi dico: la prossima ci vado; ed ora la prossima volta è venuta.

lascio la macchina nel fondovalle, in paese per ora non ci entro proprio, ed ecco i primi cartelli.

ehi ragazzi, mi dicono che era un eremo, anche questo: sta diventando un vizio.

e l’eremita, el romèt, questa volta ce l’ho anche trovato…, ma di questo parleremo un’altra volta.

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la prima sorpresa del percorso è Romanterra, come si chiama questo posto: un vecchio ponte, di origine addirittura romana, come dice il nome stesso e il torrente impetuoso (si chiama Caffaro), per quanto regolato da una piccola centrale elettrica.

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e poi un sito del tutto strabiliante d inatteso.

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un piccolo frammento di Gran Canyon, solo meno arido.

ma non è soltanto spettacolare: è uno dei 100 luoghi del pianeta particolarmente tutelati, perché qui affiorano rocce di due strati geologici diversi, contrapposti, ma vecchi entrambi di più di 200 milioni di anni: Anisico e Ladinico, se a qualcuno interessa.

non annoio con i particolari tecnici: chi desidera approfondire venga a leggerseli sui cartelloni che spiegano bene tutto e sono come una lezione di geologia sul campo.

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ma si prosegue ed ecco, proprio all’inizio del sentiero dedicato, una sequenza di piccoli animali vagamente mostruosi, scolpiti nel legno, che danno all’ambiente un sapore che è già tutto trentino.

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ora si abbandonano presto i campi soleggiati e i cascinotti per immergersi nella salita tra gli alberi freschissimi: incontro anche una lepre e più avanti un rosso scoiattolo, ma nessuno dei due è interessato a lasciarsi fotografare.

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qualche ruscelletto sul sentiero che taglia perpendicolare una stradina asfaltata che a tornanti compie un percorso analogo, al servizio di qualche casa sparsa qua e là.

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non sono troppo in forma, le foto sparse sono buoni pretesti per fermarsi a riprendere fiato, ma la salita non è affatto così impegnativa come si poteva pensare e, dopo uno spuntino per celebrare l’arrivo del mezzogiorno, ecco l’ultimo tratto più in verticale, preannunciato da un altro cartellone di informazioni storico-culturali.

dunque, chiesa dedicata ai santi Protasio e Gervasio, due fratelli gemelli che affrontarono il martirio sotto Diocleziano e si dice fossero i figli di san Vitale, più famoso per la chiesa bizantina di Ravenna; questa fu costruita nel Cinquecento, in adempimento alle indicazioni ricevute in sogno non ricordo più da chi, su questo sperone, a 956 metri di altezza, ed è al centro di una curiosa tradizione locale.

infatti a Bagolino si diceva che i bambini non li portava la cicogna, ma l’eremita che viveva quassù: li andava a tirare fuori dalla cisterna dell’acqua; così che questo, quando scendeva in paese, poteva essere preso a sassate dai bambini che non volevano altri fratellini, oppure accolto e rifocillato da qualche coppia che ne desiderava uno.

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nonostante qualche tornante scavato nella roccia, il sentiero è sempre comodissimo, molto curato e protetto da corde metalliche sul lato esposto, ma sono più esornative che altro: nulla di paragonabile ai tratti più rischiosi del sentiero per l’eremo di San Valentino a Sasso sul Garda.

alla fine anche il dislivello totale è modesto: 300 metri dal fondovalle, e 200 prendendo a riferimento il paese, un poco arroccato sulla costa del monte opposto.

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ed eccolo il piccolo complesso della chiesetta e della casa dell’eremita; sullo sfondo le prime cime del complesso dell’Adamello, con un po’ di neve ancora che si intravvede in qualche canalone.

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nel campanile c’è anche la corda per suonare la campana, ma non pare collegata.

un sentierino appena accennato sale ulteriormente alle spalle della chiesetta, ma non ho le scarpe adatte e sarebbe veramente rischioso farlo; meglio fermarsi a chiacchierare via whatsapp e dare qualche occhiata ai panorami sopra i tetti fatti con lastre di ardesia.

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e il romito?

c’era anche lui, ma ve lo presento un’altra volta, appunto.

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