i media voucher per una riforma dell’informazione? e altre bazzecole riformatrici di un sistema malato – 301

se il vero potere è il sapere, come possiamo considerare democratico che l’informazione sia privata?

il potere appartiene al popolo soltanto se il popolo è informato bene.

il controllo privato della comunicazione è la negazione più evidente della democrazia.

ma allora perché la maggior parte del popolo non è interessata ad essere informata correttamente?

ma perché non è neppure interessata ad esercitare potere e preferisce lasciarsi governare: incrocia le dita e spera che i cani pastori non conducano le pecore al macello; quanto alla tosatura, non la considerano poi grave, in cambio della vita.

in particolare è evidente che in Italia la deriva dell’opinione pubblica dipende anche dalla degenerazione padronale del sistema informativo.

. . .

la situazione è inevitabile? probabilmente.

ma perché non occuparsi, comunque, di qualche proposta di riforma?

da un mese ho da parte degli appunti su un’intervista all’economista francese Julia Cagé, che, capitemi bene, mi ha colpito molto: una ragazza così riflessiva e pensosa, oltretutto moglie di Piketty.

siamo dunque sulla linea pikettyana delle proposte di riforma democratica del sistema sociale dell’Occidente, per evitarne il collasso e la trasformazione in una nuova autocrazia feudale, che peraltro sembra sostanzialmente già quasi realizzata.

troppo poco? potrà rispondere chi vivrà il futuro.

. . .

la prima proposta della Cagé che considero riguarda appunto il sistema mediatico, ed è quella di istituire dei media voucher.

“I fondi pubblici all’informazione sono importanti, ma la loro gestione va affidata ai cittadini, distribuendo le risorse in forma di voucher così che ognuno decida liberamente quale informazione finanziare. Un modo per garantire l’indipendenza dei giornalisti liberandoli dall’influenza di un’editoria ormai troppo legata ai poteri economici”.

non sono sicuro che questa sia la panacea di tutti i mali e preferirei che vi fossero alla base anche dei fondi da distribuire su scala locale a chi si propone di diffondere informazione, aiutandone la nascita in una fase iniziale.

internet dimostra molto bene come, dietro l’apparente totale libertà di circolazione dell’informazione, in realtà i poteri di condizionamento crescano, grazie ad una conoscenza scientifica oramai molto sviluppata delle tecniche di indottrinamento e suggestione occulta, potenziate in maniera esponenziale dalle forme di controllo dei big data, spacciati per Intelligenza Artificiale.

a mio personale parere introdurre dei correttivi è fondamentale, anche se questi sono a loro pericolosi da un punto di vista opposto: però andrebbero sanzionate con la perdita del diritto di pubblicare, a tempo oppure definitiva, violazioni particolarmente gravi come istigazioni all’odio oppure diffusione di informazioni inequivocabilmente e consapevolmente fuorvianti e sbagliate.

insomma, il controllo dell’informazione non può avvenire esclusivamente dal basso, altrimenti si finisce nel modello Facebook, anche se forme di controllo dall’alto rischiano di assomigliare a forme di censura statale; occorre trovare dei punti di equilibrio fra l’esigenza della totale libertà di espressione e la tutela di forme minime di attendibilità dell’informazione.

perché come la moneta cattiva caccia dal mercato quella buona, e un’economista dovrebbe saperlo benissimo, così avviene anche per l’informazione.

. . .

il secondo principio che la Cagé propone, coerentemente col primo che ho esposto, è Non una testa, un voto. Ma un cittadino informato, un voto.

anche qui si rischia parecchio, e tuttavia il diritto di voto dovrebbe essere collegato ad un livello di competenza minima verificato di ogni votante (sto provando a concretizzare il discorso vago della Cagé con una mia interpretazione personale).

se esiste una patente a punti, perché non dovrebbe esserci anche una tessera elettorale a punti?

il diritto di voto dovrebbe essere tolto o ridotto non soltanto a chi compie delitti talmente gravi da essere associati alla perdita dei diritti politici, ma ad esempio anche agli evasori fiscali comprovati, ai mafiosi, ai corrotti, politici o di altra natura, agli istigatori d’odio, oppure ai responsabili di altre violazioni gravi dei doveri sociali.

non capisco perché possa esistere una DASPO dalle manifestazioni sportive e non qualche misura analoga per l’esercizio del diritto di decidere per il bene di tutti; il fatto che non esista nulla di simile dice da solo che noi consideriamo il diritto di voto in realtà soltanto come una manifestazione folcloristica e nulla più.

per non dire – allargando il discorso sempre da un punto di vista personale – che sarebbero utili anche veri e propri essenziali test di competenza per calibrare il peso del voto individuale.

logico che in questo modo si rischia di introdurre forme di discriminazione per censo, considerando che le competenze culturali sono una diversa manifestazione del benessere sociale; eppure dovrebbero essere studiate delle forme per evitare che la democrazia diventi sinonimo del potere politico delle masse incolte e che la gestione formalmente democratica sia soltanto il paravento attraverso cui delle élite spregiudicate esercitano un potere basato sulla stupidità al governo.

ma ulteriori riparametrazioni dovrebbero essere collegate al diritto di rappresentanza politica dei minori da parte dei genitori e al potere di voto decrescente con l’età: non si capisce bene infatti perché un anziano dovrebbe avere lo stesso diritto di un diciottenne di decidere sul futuro.

quindi, sì, la gestione informatica delle votazioni rende oggi possibile il voto calibrato con ogni sorta di parametro: competenza politico-sociale personale, aspettativa di vita, rappresentanza anche dei figli minori.

. . .

un terzo elemento di riflessione della Cagé sta nella necessità di evitare la formazione di una vera e propria casta dei rappresentanti politici.

lei propone di istituire per legge il limite dei due mandati.

non sono del tutto convinto della bontà di questa soluzione, in Italia adottata dai 5Stelle e oggi contestata anche al loro interno.

e che dire della proposta di riservare per legge il 50 per cento dei seggi in parlamento a operai e impiegati?, lei dice: “categorie non rappresentate nel processo legislativo, i cui interessi non possono tener testa a quelli delle oligarchie economiche”.

ma allora il 50% non è troppo poco?

più coerente, invece, l’idea di introdurre una parità di genere nella rappresentanza (parzialmente realizzata in Italia, ma solo a certi livelli).

ma allora si tratta si sostituire all’astratta e generica parità di diritti politici della rivoluzione borghese francese una parità di diritti calibrata e per categorie sociali, le più diverse?

con quali conseguenze sull’idea stessa della democrazia?

mi permetto di suggerire ai quattro lettori di questo post dei correttivi altrettanto efficaci e sperimentati in alcune realtà per combattere la politica politicante: come il diritto di revoca della rappresentanza affidata ad un parlamentare che, ad esempio, passa dal gruppo parlamentare nel quale è stato eletto ad un altro, oppure contribuisce a formarne uno nuovo, oppure in casi nei quali una percentuale adeguata di elettori ritenga che è venuto meno agli impegni assunti al momento dell’elezione.

e un secondo correttivo di facile realizzazione è l’affidamento della rappresentanza all’estrazione a sorte dalle liste degli elettori per percentuali corrispondenti al numero degli astenuti o dei non rappresentati.

le due modifiche sarebbero realizzate contemporaneamente decidendo allo stesso tempo che le elezioni avvengano in modo rigorosamente proporzionale in collegi che eleggano ciascuno non meno di 10 rappresentanti; il che significherebbe in Italia 40 collegi elettorali per la Camera e 20 per il Senato.

. . .

certo, nessuna riforma delle leggi della rappresentanza politica e della diffusione dell’informazione sarà mai in grado da sola di correggere la qualità della vita politica di un popolo, ed invocare una generica e miracolistica rivoluzione globale è una scorciatoia molto più comoda.

però una discussione su come farne qualcuna può contribuire a migliorarla, impalpabilmente, almeno.

quindi qualcuno dica grazie alla Cagé.

13 commenti

    • mi riferisco a tutta la fase inziale di Facebook, dall’anno scorso la musica è totalmente cambiata.

      in tutto questo periodo Facebook ha sempre rifiutato di svolgere qualunque forma di controllo su quello che veniva pubblicato nel social (salvo qualche occasionale intervento di censura molto marginale per motivi di bigottismo puro), in nome della piena libertà di espressione. in questo modo ha sdoganato fascismo, razzismo, sessismo e qualunque forma di pregiudizio diventando un’arma organica al servizio del successo delle destre.

      oltre alla stucchevole difesa della libertà di parola anche quando violava il codice penale, i motivi credo siano due: una forma di controllo costa, perché richiede energie e lavoro; inoltre fa perdere utenti; quindi non è conveniente economicamente.

      in questo senso Facebook ha anticipato una “gestione dal basso” dell’informazione, ossia priva di controlli e ha dimostrato che fa degenerare e distrugge il sistema informativo.

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            • giusta obiezione, anche se i precedenti storici delle forme di auto-controllo rivoluzionario sono tutt’altro che esaltanti, e perfino quelle più casarecce delle autogestioni studentesche, ma per motivi opposti.

              "Mi piace"

                • non mi è chiaro a quali esempi di auto-gestione locale ti riferisci, scusa.

                  la gestione di Facebook è esclusivamente padronale e l’apparenza di una non-gestione era in realtà soltanto una politica di marketing decisa dall’altro.
                  ora è stata cambiata; e Trump va in tribunale in quanto è diventato un bandito nell’universo parallelo virtuale, di proprietà di Facebook e pochi altri padroni di piattaforma: virtuale, ma più importante di quello reale almeno nel campo della comunicazione.

                  la situazione è veramente allucinante: il mondo parallelo è di proprietà di tre o quattro persone. veri signori del mondo.

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    • non credo che questa gente sia abituata agli investimenti a perdere o al mecenatismo disinteressato… del resto mecenatismo disinteressato è un ossimoro: anche Mecenate faceva semplicemente politica culturale per conto di Augusto…

      gli unici esempi di testate giornalistiche “pure” in Italia mi paiono Il Fatto Quotidiano e il Manifesto.

      ma forse anche nel resto del mondo è così? non so, mi pare che il servilismo giornalistico in Italia raggiunga vertici di schifezza rari nelle democrazie occidentali; e del resto anche le analisi internazionali sulla libertà di stampa reale lo confermano; per cui il problema da noi è particolarmente grave e la ricerca di soluzioni dovrebbe essere un tema importante del nostro dibattito pubblico.

      ne vedi traccia?

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