Poesia sa far luce. – 361

ieri sono stato in Valcamonica per la presentazione di una pubblica lettura di poesie di Silvano Gaburro, l’amico che i frequentatori di questo blog conoscono già come commentatore, quasi sempre in versi; i suoi ultimi, ad esempio, proprio oggi, qui: gli ori azzurri – bortografia 201

anche se la principale origine di una ritrosia mia al valorizzarmi pubblicamente, sostanzialmente positiva, ma a volte eccessiva e quasi nevrotica, fu mia madre con la costante repressione esercitata su di me nell’infanzia, visto che considerava la mia creatività come molto pericolosa (e forse aveva ragione), cedo a quel tanto di vanità che percepisco ogni volta che pubblico qualcosa, fosse pure la pubblicazione per modo di dire in questo blog.

ho la giustificazione (perché di questa ho bisogno) di farlo per parlare bene dell’amico e più ancora della poesia, per come la intendiamo, in modo molto simile.

non ho potuto fotografare Silvano, visto che ero parte dello spettacolo: lettura inframmezzata da brevi esecuzioni musicali di due allievi del Liceo Musicale di Breno, nell’ambiente spettacolare di questo gioiello dell’architettura medievale della valle; posso quindi aggiungere solo una foto mia, con un bel po’ di narcisismo.

ma si metta idealmente Silvano al mio posto e a quello del lettore dei suoi versi.

le sezioni lette sono state queste:

la poesia

Mompiano, infanzia,

pietre,

monti 1, monti 2,

alberi,

considerazioni/pensieri,

poesie ultime.

il libro di Silvano Gaburro, Percorsi per monti e sentieri. Poesie, può essere ordinato al costo di 15 euro presso la Pro Loco di Capodiponte.

. . .

Pieve di San Siro, Capodiponte, 1 agosto 2021

Poesia sa far luce.

È il verso finale della poesia di Silvano E’ luce (916). Lo faccio mio.

I versi di Silvano sono costruiti con un linguaggio semplice, sono scolpiti nella roccia delle montagne, scabri; la sua è una poesia visiva, prima che musicale, e le parole illuminano i concetti, essenziali.

Ma si sbaglierebbe a pensare che qui ci sia la mera spontaneità di uno spirito montanaro; c’è anche la saggezza scontrosa di chi conosce altri modi di intendere la scrittura poetica e più in generale la scrittura:

Non sempre sono utili / Dense nuvole di parole in Poesia (391).

E’ detto con estrema sintesi, ma è detto tutto.

Di quel che dice certa poesia / Molto mi sfugge, / Poco di questa oscurità posso accettare. / Atmosfera… certo, / Privati riferimenti, / Metafore ardite e / Ardite consonanze, / Posso concordare, / Accostamenti puramente sonori. in Oscurità (320).

Ed è una poetica in versi, concisa ed essenziale, ma chiara nel rifiuto degli sperimentalismi auto-referenziali od oziosi, nella versificazione come analisi delle potenzialità meramente suggestionanti del linguaggio: quasi esperimenti di laboratorio al servizio del suo uso commerciale.

Del resto Silvano lo dice chiaro nell’inizio della prima poesia che ho citato: Non sto scrivendo, / Sto scavando.

E quindi scrivere è faticoso ed è anche un gioco al massacro delle parole inutili: come scrive altrove, può anche succedere che, a forza di levare, come Michelangelo levava la figura dal marmo – questo lo aggiungo io – , alla fine resti solo un nocciolo così asciutto che non resta che buttarlo.

Altrove la poesia può essere paragonata alla raccolta di una fascina: la fatica del selezionare, tagliare, adattare, comporre e alla fine produrre un risultato coerente, che è altro dalla mera somma degli addendi:

La poesia di Silvano dunque è fatta di idee: scommessa difficile, per non dire estrema, in un mondo che ne fa volentieri a meno, che le sta rendendo inutili. È poesia (567)

Non vorrei però che questo venisse inteso come una indifferenza sua verso la ricerca della parola o la ricchezza non connotativa dell’espressione: le metafore ardite, le immagini forti, i cosiddetti correlativi oggettivi riempiono anche la sua scrittura poetica, ma la la loro forza particolare sta nel fatto che non sono fini a se stessi, sono funzionali alla comunicazione dell’idea e della commozione. Fino a far mosche le case, per citarne una sola; oppure: I vecchi monti / […] hanno palmi callosi di storia.

. . .

Ma da dove è nata la poesia di Silvano, che ora percorre con passo libero e ardito i monti della Val Camonica diventata sua? Non su queste balze, ma a Mompiano, il quartiere attuale della periferia di Brescia che sta sotto il lato settentrionale del monte Maddalena e conserva ancora un sapore antico, di cascinali appena rimessi a nuovo, ma ancora immersi in una natura che altrove è distrutta da quel consumo del territorio che vede Brescia come seconda provincia in Italia dopo Roma.

La valletta di Mompiano di sessant’anni fa, ancora semi-rurale, da non troppo tempo diventata quartiere, da comune autonomo che era, con i suoi prati circondati di boschi, e il ricordo ancora vivo delle antiche abitudini contadine, è stata l’aria che ha riempito di emozioni primigenie i polmoni del nostro poeta bambino.

come un antico viandante, che percorre i monti della Val Camonica, Silvano è ancora quel bambino che percorreva i sentieri agresti tra le fattorie di una volta, nella sezione che ha dedicato a loro.

Da un lato

il monte con i suoi verdi segreti,

dall’altro

il piano, la vista aperta nell’orizzonte di luce. […]

lontana

la frazione con la sua filovia.

In alto

il cielo sempre azzurro di nubi bianche.

La Mompiano di Silvano è semplicemente la mitica infanzia di noi tutti: il suo cielo bresciano è identico a quello mio sud-tirolese che guardavo in anni molto simili; ho ritrovato l’esattezza dei miei ricordi personali nelle sue immagini. E credo che li ritroverà chiunque di voi.

L’infanzia è per tutti prima di tutto l’azzurro purissimo di quel cielo, che non sarà mai più così limpido e così luminoso di speranze.

Ma poi avviene qualcosa, nella vita di tutti, che, come per Silvano, ha posto fine / alla mia bellissima vita bambina. Lui vien strappato da Mompiano, a me toccò di dover lasciare la Merano della mia infanzia per scoprire a Brescia che esisteva anche la nebbia in questo mondo.

. . .

Ma la sezione dedicato alla Mompiano dell’infanzia di Silvano ci dà una chiave di lettura anche della parte dominante della sua scrittura poetica, quella dedicata alla montagna, e in particolare a queste montagne della Val Camonica. La scoperta della sapienza della montagna è un ritorno non detto alla pienezza vitale dell’infanzia.

Le parole sono pietre: ecco che cosa capita di pensare, per me leggendo e a voi capiterà ascoltando, la sezione intitolata Pietre..

quando Silvano scrive, in apertura della sezione: Credetemi / Io ascolto le pietre, / Dicono, sanno., noi sentiamo che l’identificazione che sta compiendo la comprendiamo pienamente se pensiamo che è ancora un bambino che ascolta le pietre parlare, che la poesia è la rivincita dell’immaginazione mitica infantile.

Le pietre parlanti congiungono la fervida fantasia del bambino alla potenza creatrice del mito.

Qualche tempo fa mi ostinai a cercare da quale vangelo veniva il detto che ho citato, ed ho scoperto che quella frase così incisiva e degna di un libro sacro era in realtà soltanto di uno dei nostri più grandi ed autentici scrittori, Primo Levi, il testimone scampato della shoah.

Nelle poesie di Silvano, e non soltanto in quelle di questa sezione, la frase diventa vera, ma in un senso diverso da quello del proverbio: le parole sono pietre non perché possono fare male come e anche peggio di loro, ma perché hanno la solidità indiscussa della pietra: pietra è la parola, ma le pietre d’altra parte diventano parole, se trovano chi sa tradurle per loro.

. . .

Dalle Pietre si passa ai Monti: le mie radici / si sono aggrappate a queste rocce.

La parola radici rima con felici, anche se questa rima nelle poesie di Silvano non l’ho trovata. I monti sono le radici, sono ancora Mompiano, perché noi possiamo essere felici solo se siamo in pace con le nostre radici, se ritroviamo la nostra identità di esploratori che camminano nella natura; e i monti sono appunto piena natura, che ci distacca dalla realtà artificiale e ci restituisce all’autentico. Qui l’impurità non esiste, / Tutto è giusto, / Tutto è luce.

Altrove il rifiuto del mondo globalizzato e consumista diventa esplicito: Lascio l’uomo / ed il suo elettrico mondo […] / mi perdo formica tra labirinti del prato.

Però la sua non è una fuga immemore, un dissiparsi nella pura contemplazione; rimane la spinta ad una dialettica viva: Non / voglio / abituarmi / alla bellezza. / Voglio stupirmi / ogni giorno.

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Eccola enunciata chiaramente nella sezione Alberi: Essere albero ed uomo / Non è mai stato facile, anche se, poi, dice: Ho sempre saputo che siamo una sola vita.

Quindi quello di Silvano è un richiamo, semplice ed essenziale, a recuperare noi stessi, l’autenticità, a ricordarci che siamo natura. C’è qualcosa di buddista, cioè di francescano (perché Francesco d’Assisi è stato il più buddista dei nostri santi cristiani) nel percepire questa divinità del mondo naturale e questa profonda fratellanza di uomini, piante, animali, rocce e cielo.

L’albero cresciuto dentro la mia mente / Il suo seme è la speranza.

L’uomo nella natura è un unicum perché ha il dono del pensiero, ma questa capacità di pensare non lo distacca né lo contrappone al resto del mondo naturale, perché le sue Considerazioni (così si intitola l’ultima sezione) non sono che diversi modi di fiorire o fruttificare del bosco: sono i pollini delle piante che fanno fiorire verdi futuri / nel cuore e nella testa.

Forse Silvano è un panteista: la sua natura ha qualcosa di divino così potente che riassorbe anche il pensiero come un’ultima manifestazione della sua forza vitale: Al fine non si saprà / quale sia stata la canzone dell’uomo.

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Ed è così che Silvano ci riaccompagna alle domande iniziali: che cos’è la poesia? E per poesia lui qui chiaramente intende non la sapienza letteraria che dispone parole per aprire la mente con la forza delle emozioni, ma questo senso panico di identificazione con la vita.

La poesia, / Quando c’è, / È un cavatappi. / Libera al bicchiere / […] / Il vino che stava / Nella botte del profondo.

. . .

Ho rubato un poco i versi a Silvano, ma mi sarei sentito inadeguato a sovrapporre troppe parole mie alle sue; ora non mi resta che ritirarmi, dopo avervi dato in assaggio almeno il profumo dei suoi versi, e lasciarvi a quel viaggio misterioso dentro la nostra essenza profonda di parte senziente della natura, a riscoprire noi stessi in una autenticità che supera i tempi calamitosi e oscuri del presente.

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