un libro non è per sempre – 403

può sembrare strano a chi mi conosce attraverso il blog come autore debordante e fluviale, ma non ho finora mai pubblicato un libro autenticamente mio; le pochissime cose mie che sono finite in tipografia sono stati articoli dentro riviste, quotidiani o comunque pubblicazioni collettive e, una volta, un librettino di versi scritto a quattro mani e sotto pseudonimo, e senza la voglia di stampare di quel co-autore non lo avrei mai fatto.

vi è indubbiamente qualcosa di strano in questo, considerando l’importanza che nella nostra cultura si attribuisce di solito a questa possibilità e anche la facilità relativa con la quale è possibile realizzarla.

non so quindi se io non debba cercare qualche spiegazione: la prima è la resistenza profonda e accanita a pubblicare per me stesso; la seconda il carattere dispersivo della mia scrittura e la difficoltà, per non dire l’impossibilità, di portare a termine qualunque opera compiuta; e sono chiaramente i due lati della stessa medaglia.

come non riesco nell’orto a legare le piante ai pali per una resistenza psicologica invincibile, così non riesco a legare il pensiero alle pagine definitive di un’edizione, a meno che io non vi venga letteralmente costretto da qualche obbligo esterno.

come quello che mi ha costretto oggi, a 73 anni, a concludere il mio primo e del tutto occasionale libro, la Storia popolare di Provaglio Val Sabbia, il piccolo comune dove vivo, privo sinora di qualunque attenzione storiografica, che mi è stato richiesto di scrivere e di cui sto rivedendo in queste ore definitivamente il testo, per passarlo all’editore – e ora tremo come uno scolaretto all’idea delle osservazioni, delle critiche e magari anche delle richieste di correzione alle quali andrà incontro.

la pubblicazione, comunque, se non vi saranno intoppi, è prevista per prima di Natale.

. . .

nel frattempo l’altroieri sono stato anche intervistato a lungo, questa volta come blogger, dopo l’intervista a distanza in due puntate di inizio anno come reduce del Sessantotto e co-fondatore del gruppo del Manifesto di Brescia cinquant’anni fa.

ci siamo sistemati sotto il monumentale melo del mio prato che si affaccia sulla veduta della Conca d’Oro valsabbina; io ero ripreso da due telecamere che avrebbero poi consentito dei meravigliosi effetti 3D nel montaggio del video; tra gli amici saliti al mio luogo di eremitaggio mentale c’era anche il mio primo intervistatore di febbraio, ma non ho voluto altro pubblico intorno a me che chi era proprio necessario per la ripresa.

la cosa è nata da un amico e coetaneo di mio figlio, che mi ebbe come preside ed ha dei genitori di cui sono diventato amico, da un’altra studentessa mia di quegli anni e da un loro amico catalano, ma che vive da tempo saltuariamente anche in Italia, molto attivo politicamente in patria.

e l’ho scoperto come mio lettore segreto veramente attento: basta dire che conosceva già l’esistenza dei quattro blog successivi generalisti, per chiamarli come se fossero delle televisioni, che si sono avvicendati dal 2005 ad oggi:

COR-PUS-ZERO (che raccoglie i vari miei blog della prima stagione 2005-2009, o meglio quel che è sopravvissuto alla cancellazione della piattaforma che li ospitava),

COR-PUS (che subentrò dal 2009 al 2015 qui su wordpress);

cor-pus 15 (iniziato appunto nel dicembre 2015 e portato avanti fino all’ottobre dell’anno scorso).

ignora certamente vari altri blog minori specifici nati e morti in questi anni, dato che sinceramente a volte me ne sono dimenticato anche io, e comunque ne rimane attivo uno solo, quello dedicato ai resoconti di viaggio: bortoround, e credo che non conosca almeno questo.

. . .

siamo stati un paio d’ore a chiacchierare di cose varie, a partire da una domanda di Simona sul mio rapporto con la vita spirituale, e qui la solita serendipity aveva fatto in modo che io ci avessi appena ripubblicato uno dei miei borforismi: forme di spiritismo. 22 agosto 2011 – borforismi 84 – 728.

la conversazione è naturalmente passata al tema della morte – e qui ho fatto tutta la resistenza possibile al ruolo di ipotetico maestro di saggezza che mi si voleva attribuire a tradimento, usando l’arma più adatta per sfuggire ai discorsi troppo personali: la storicizzazione e l’analisi sociologica.

non mi pareva importante quel che penso io della morte, ma quello che ne pensano le diverse culture umane: la differenza tra la teoria della trasmigrazione delle anime (nella sua duplice variante, induista e buddista, che ne fa quasi due versioni antitetiche fra loro), e quella cristiana, così aggressiva ed individualista, della sopravvivenza dell’anima individuale, cioè dell’io e della resurrezione fisica dei corpi, con l’islam che viene a collocarsi quasi come anello di congiunzione, anche se ha dedotto dal cristianesimo l’idea dell’anima immortale del giudizio finale, ma poi affida i corpi dei defunti alla nuda terra, avvolti in un lenzuolo, e rifiuta l’idea della bara che quasi indica la volontà di proteggere il corpo dal disfarsi, in vista del ritorno alla vita.

non ho potuto fare a meno di ricordare che nella prima predicazione cristiana, testimoniata dai Detti di Jeshuu il vivente, raccolti dal fratello Gemello Giuda, la immortalità non era garantita a tutti, ma soltanto coronava la fede.

la sopravvivenza in cui si credeva aveva quindi una natura diversa, era lo sfuggire alla morte dell’idea, più che della persona, attraverso l’identificazione della persona con l’idea.

e non è rimasto che considerare coerentemente a questo punto anche l’effimero tentativo del pensiero laico e materialista occidentale di sostituire all’immortalità individuale illusoria del cristianesimo quella altrettanto ingannevole garantita della memoria dei posteri.

occorre pure confrontarsi con l’idea che il nostro io davvero sarà ben poco interessante per chi gli sopravviverà ed è destinato a dissolversi con tutto il suo contorno di esperienze, emozioni, convinzioni.

ci basta osservarci nell’attraversamento del nostro tempo biografico per vederci trasformati, irriconoscibili a noi stessi, attraversati dall’esperienza della morte dei nostri io provvisori proprio in quanto viviamo: morte che altro non è che un sinonimo stesso della vita.

. . .

non è mancato al nostro sovrabbondante banchetto di parole la comparsa a questo punto del profeta egiziano, cioè dell’autentico Jeshuu, diventato suo malgrado fondatore di una religione, mentre si aspettava di essere il fondatore di un regno.

ma l’attualità si è fatta pure sentire, ovviamente col covid, moderna pallida riedizione delle epidemie del passato.

ma soprattutto discutendo di effetto serra e di glacialismi ricorrenti, che però l’anidride carbonica di cui stiamo saturando l’atmosfera rendono impossibili a breve.

resta sullo sfondo la possibilità, avvicinandosi al 2100, di una catastrofe climatica di tipo venusiano anche sul nostro pianeta, che del resto sta per uscire, in tempi astronomici, dalla sfera abitabile del sistema solare, quella dove l’acqua può mantenersi allo stato liquido, ma potrebbe uscire dalla sfera climaticamente abitabile per l’uomo e le altre specie viventi più complesse ben prima.

. . .

senza rendercene conto eravamo passati dal tema della morte individuale a quella della specie.

il sole brillava fascinoso sulla conca sotto di noi; da ultimo, si avvicinava già il tramonto, è arrivato anche un drone per riprendere dall’alto l’ambiente e credo che queste immagini faranno un bellissimo vedere, una volta inserite nel montaggio.

io, che ho parlato di morte e di vita, tanto a lungo, mi sono sentito sul punto fugace di essere catturato in un frammento esistenziale prima che sia troppo tardi.

e penso ora – qualcuno mi dica perché – ai sottotitoli dei miei blog attraverso il tempo che li ha divorati e trasformati:

2005: perche` vivere la vita se basta sognarla? – rivisitando i miei blog di 10 anni fa

2009: questo blog può nuocere gravemente alla salute dei fanatici di qualunque tipo. se ritieni di poter essere offeso dalla critica aperta ad ogni tipo di potere, di religione o di ideologia dogmatica, astieniti dal leggerlo, ma rispetta la libertà di chi invece non ne ha paura, lasciando che se lo legga in pace, e se hai un Dio, vai sereno con lui, fratello.

2015: sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.

2020: semplicemente vivere, sognare è un di più.

. . .

ebbene, si avvicina il momento in cui la mia principale attività di blogger sarà quella di raccogliere e provare a sistematizzare la massa enorme di cose che ho scritto in questi anni, cercando di dare loro una forma più facilmente riconoscibile.

farò fatica a distaccarmi dal presente, però è un esercizio mentale da fare, la mia personale preparazione al nirbana.

difficile non è la morte biologica, che anzi ha in se stessa il segreto non detto dell’essere piacevole, ma la condizione nella quale gli altri non ci parleranno più, mentre noi possiamo illuderci di parlare ancora a loro.

immortalisti non rassegnati all’idea che stiamo già morendo quando gli altri non ci comprendono più (Pasolini sulla morte!) e noi facciamo sempre più fatica a comprendere quello che ci circonda.

2 commenti

  1. Di un altro tuo libro ho in mano le bozze che non sono ancora riuscito a correggere… 🙂

    Trovo interessante il fatto che l’Islam sia l’anello di contatto tra le religioni “orientali” e quelle “occidentali”; così come che una religione che è sincretica fin dalle origini, ed in cui, vista l’assenza di clero “organizzato”, l’eresia non può esistere, sia anche una religione in seno alla quale è nata una formazione che è violentemente dogmatica come l’ISIS (che, per altro, probabilmente usa la religione solo come scusa).

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    • eh sì, caro Gaber, forse è il caso che io ti liberi di questo peso: mandamele, se ti va, che proseguo io il tuo lavoro già straordinario così, e questo mi costringerà a rifinirlo veramente e a concluderlo.

      anche io trovo quasi miracoloso che le religioni si dispongano secondo una scala, che definirei quasi cromatica dal nord-ovest al sud- est del mondo.

      è interessante anche la frattura interna al mondo islamica che in origine almeno corrisponde anche ad una frattura a base etnica, fra sunniti, tendenzialmente semiti e poi anche turchi, e sciiti, tendenzialmente indoeuropei, cioè iranici.

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