il big bang antropocentrico – 425

che l’universo abbia all’incirca 14 miliardi di anni lo si dice perché, guardando dalla Terra, questo è quanto riusciamo a raggiungere con le nostre osservazioni nello spazio-tempo, e dunque si deduce che esso sia nato appunto in quel tempo dal grande big bang.

osservando l’universo notiamo anche che esso è sostanzialmente omogeneo in tutte le direzioni, e qui appunto a me pare che i conti non tornino più.

l’osservazione che farò è assolutamente ingenua e mi meraviglia che non sia stata fatta, ma forse è troppo semplice per astrofisici dalle irraggiungibili capacità matematiche: ma se l’universo che osserviamo si estende in ogni direzione attorno a noi, sostanzialmente omogeneo, per 14 miliardi di anni, allora il centro della sua espansione è stato la Terra stessa?

perché, se noi occupassimo una posizione del tutto casuale nell’universo, come sarebbe logico pensare, non dovremmo essere al suo centro perfetto ed osservandolo dovremmo trovarlo un po’ più esteso in qualche direzione e meno in altre, no?

. . .

ma allora di quale big bang parliamo?

DEL big bang, oppure di UN big bang, e più esattamente del NOSTRO big bang?

se la teoria della relatività ci porta a dover pensare che non esiste uno spazio-tempo assoluto – questa è soltanto una semplificazione che compie la nostra mente -, allora ogni osservatore ha un suo spazio-tempo che determina, cioè sostanzialmente crea, con la sua stessa osservazione.

ma allora anche il big bang non è un assoluto, ma esistono tanti big bang differenti, collocati in diversi punti dello spazio tempo, quanti possono essere gli osservatori.

. . .

sempre che vi siano nell’universo, in qualche altra galassia, altri osservatori dello spazio-tempo globale, convinti di vederlo…

ma devo dire piuttosto: sempre che vi siano NEGLI UNIVERSI altri osservatori dello spazio-tempo globale, convinti di vederlo…

perché ogni osservatore ha il suo universo.

quelli di noi umani sono così simili l’uno all’altro che noi pensiamo che siano uno solo; ma se vi fosse davvero attorno a qualche altra stella, in un’altra galassia, qualche altro osservatore, similmente o diversamente intelligente, rispetto a noi, allora avrebbe il suo universo, tanto più diverso dal nostro quanto più lontano noi dovremmo immaginarlo nello spazio-tempo.

e quindi avrebbe anche il suo big bang, egualmente soggettivo, egualmente auto-centrato, ma probabilmente più vicino nello spazio-tempo, oppure più lontano rispetto a noi (ma non rispetto a lui, per cui sarebbe sempre il big bang assoluto).

big bang vari, di soli 1 miliardo e 400 milioni di anni, oppure di 140 miliardi di anni.

. . .

perché il nostro big bang è soltanto uno dei tanti big bang possibili e immaginari.

perché il nostro universo è soltanto uno dei tanti universi possibili e immaginari.

e io qui mi perdo, anzi mi sono già perso…,

e pensare che mi bastava questo universo solo per perdermi…

21 commenti

  1. Guardavo Tarzan a 8 anni con il nonno e la nonna nella stanza della televisione in bianco e nero a valvole, con la luce spenta e ogni tanto tra crepitii e perdite di segnale già mi prefiguravo l’incommensurabile rumore di fondo dell’universo…

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    • sì, ma non ci hai detto la cosa più importante: e Cita che cosa faceva intanto? 🙂

      (pensa che ho indovinato chi eri, prima ancora di controllarlo; nessun dubbio: hai uno stile inconfondibile…)

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    • grazie davvero della collaborazione!
      ma purtroppo non trovo la risposta che cerco; anzi, l’articolo mi sembra un ottimo esempio di come i fisici aggirano la domanda fondamentale.

      scusa se mi dilungo un poco e parto dalla citazione della parte che ci interessa:
      “Siccome questa sequenza di galassie è da considerarsi vastissima, in linea di principio infinita, e non ci sono bordi in vista (ammesso che possano esserci dei bordi nell’Universo, dato che per definizione non esiste altro), ognuno degli abitanti di ognuna di quelle galassie dirà (sbagliando): “oh cavolo, sono al centro dell’universo!”. “.
      trascuro l’eccessiva sicurezza con cui l’autore afferma che l’universo è unico “per definizione”, aggirando l’immenso dibattito sull’ipotesi dei pluri- o multi-versi; ma ne consegue altrettanta sicurezza nell’affermare che l’universo è “in linea di principio” (!!!) “infinito”: altro tema terribilmente controverso.
      non sono affatto contrario all’ipotesi, ma non si può gabellarla per una certezza.
      la spiegazione di perché l’espansione omogenea dell’universo appaia accelerata all’osservatore è ottima; ma come mai, allora, è così poco presa in considerazione e quasi universalmente se ne parla come di un fatto reale?

      lo stesso dicasi per la dimostrazione di come ciascun osservatore ritiene in base a quanto osserva di essere al centro dell’universo – ma anche di una specie di cono spazio-temporale che porta ad un punto iniziale – illusorio – che è il big bang.

      in sostanza l’articolo non risponde alle mie domande – e forse è difficile rispondervi, effettivamente -, però conferma che hanno un certo fondamento; quindi, anche se non dice esplicitamente, pone le premesse per affermare che il big bang e lo spazio tempo, ma quindi anche la velocità, sono sempre e soltanto relativi all’osservatore.

      che fine fanno allora le leggi della fisica se il tempo è sempre e soltanto soggettivo? la risposta a me pare piuttosto semplice (e forse bisogna dubitarne soltanto per questo): ma se il tempo è soggettivo, allora tutte le leggi della fisica che lo prevedono valgono soltanto in funzione del tempo soggettivo dell’osservatore.

      purtroppo questo distrugge l’idea positivistico-newtoniana di una realtà materiale oggettiva e riconduce la realtà all’osservazione: in ultima analisi la realtà dunque è soltanto informazione (con grande orrore di tutti gli eredi di Lenin, fra l’altro).

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      • Quello che secondo me stai cercando è l’Orizzonte Cosmico degli Eventi. È il limite massimo oltre il quale non posso interagire, quindi viene meno la causalità. Ma a questo punto tutto quello che succede sulla superficie limite interagisce con quello che sta all’interno e a questo punto vorrai esplorare meglio il concetto di Universo Olografico.
        Aggiungi che ogni punto nell’universo ha un suo orizzonte degli eventi. C’è una ipotesi di fine dell’universo chiamata Big Rip. Ogni singola particella sarà così distante dalle altre da non avere nessuno nel suo orizzonte degli eventi cosmico, per cui la causalità cesserà di esistere.

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        • appunto, come dici: l’Orizzonte Cosmico degli Eventi non è unico, ma relativo ad ogni diverso osservatore, e, per chi si trova vicino al nostro Orizzonte Cosmico, esiste un Orizzonte diverso, nel quale siamo noi ad essere prossimi a quel confine.

          in sostanza l’universo è un infinito repertorio potenziale nel quale ogni osservatore ritaglia il suo e lo rende reale con l’osservazione; e, come dici tu, tutto quello che rimane escluso dall’osservazione, rimane in uno stato puramente virtuale.

          non ho capito bene, però, la relazione col concetto di universo olografico.

          se stiamo all’analisi citata da jikjik http://smarcell1961.blogspot.com/2021/08/lespansione-delluniverso-spiegata-facile.html, e la sviluppiamo in una certa direzione, l’espansione dell’universo potrebbe essere anche soltanto un’illusione ottica dell’osservatore, e dunque non avrebbe nessun senso prevedere un big rip

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          • Certo, noi siamo prossimi all’orizzonte degli eventi cosmico di chi sta appena oltre il nostro. Non potremo mai entrare in contatto con loro.

            Hoffman parla di coscienze, ma seppur condividendo la sua interpretazione generale (di Gazzaniga avevamo già parlato 😀 ) non credo che le coscienze siano qualcosa di speciale, almeno non in prima istanza.
            Detto questo la superficie limite (orizzonte degli eventi) può contenere teoricamente tutte le informazioni sul volume racchiuso, il che renderebbe la tridimensionalità un’illusione. Il punto centrale di questa illusione dipende fortemente da un particolare orizzonte degli eventi, a cui si aggiungono contributi via via meno importanti dovuti all’orizzonte degli eventi degli altri punti racchiusi nel primo volume. Di fatto la somma è una gaussiana di probabilità… e potresti già pensare a Schrödinger.

            Non è poi così assurdo che l’universo sia tutto così e che ai estenda per chi sa quanto oltre i 14.4 miliardi di anni luce. Ho solo lasciato perdere la tua idea di coscienze e deciso che l’illusione riguarda ogni punto. Chiaramente esisterà nel senso che intendiamo comunemente solo in relazione alla presenza di osservazione soggettiva.

            Il Big Rip è una ipotesi alternativa al Big Freeze. A te la scelta, perché anche gli scienziati hanno le idee poco chiare.

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            • precisazione indispensabile per le riflessioni di entrambi: l’idea che ci possa essere qualche ulteriore osservatore oltre il nostro orizzonte degli eventi è puramente ipotetica; in ogni caso, se pensiamo che ci sia, dobbiamo anche ammettere che la sua osservazione crea un altro universo, diverso dal nostro.
              ed ecco finalmente l’argomento principe che ci fa capire che ogni universo ha un solo osservatore (da intendere sempre come mente collettiva trasversale e non individuale) e non possono esserci altri osservatori extraterrestri dentro il nostro.

              ahimé, del nostro scambio di idee su Gazzaniga ho perso la memoria (si invecchia…): riesci a ricordarmelo meglio?

              la coscienza, intesa al senso di Hoffman, in effetti non è niente di speciale: soltanto una delle forme che può assumere l’interazione; in modo tale che lui parla di altre forme di coscienza che noi non sappiamo riconoscere in quanto tali.

              allo stesso processo di invecchiamento mentale credo che possa essere attribuita la mia difficoltà di capire questo tuo ulteriore passaggio: “Detto questo, la superficie limite (orizzonte degli eventi) può contenere teoricamente tutte le informazioni sul volume racchiuso, il che renderebbe la tridimensionalità un’illusione. Il punto centrale di questa illusione dipende fortemente da un particolare orizzonte degli eventi, a cui si aggiungono contributi via via meno importanti dovuti all’orizzonte degli eventi degli altri punti racchiusi nel primo volume. Di fatto la somma è una gaussiana di probabilità… e potresti già pensare a Schrödinger.”

              forse intuisco qualcosa, ma è troppo poco: credo comunque che si possa pensare all’universo come ad programma capace di creare rappresentazioni spazio-temporali. ma il programma, ovviamente, non ha queste dimensioni. così excel produce una tabella bidimensionale, ma non è una tabella bidimensionale.
              quindi l’universo non ha dimensioni, ma è capace di produrne l’apparenza.

              e il big freeze che cos’é? 🙂 😦

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              • Di Gazzaniga abbiamo parlato qualche mese fa, forse anche allora parlavamo do universo e psicologia. Non riesco a rintracciare il post per ora.

                È vero che ogni osservatore ha il suo universo, però non dimentichiamo che anche lui è parte dell’universo altrui quindi è vincolato. Ma al di là di questo la macchina su cui gira l’illusione è comune a tutti e le coscienze stesse degli osservatori sono parte dell’illusione.

                La superficie limite è la buccia della tua mela. Un fascio di luce che parte da questa superficie verso di te rimarrà intrappolato, non si allontanerà ma nemmeno riuscirà a raggiungerci. Però si può spostare lateralmente. Se per continuità della struttura ammetto che i primi raggi di luce che riescono a raggiungermi sono correlati a quelli sospesi nella superficie limite allora le manifestazioni sulla superficie devono essere correlate a quanto succede all’interno. Lo spazio interno può benissimo essere un’illusione e tutta l’informazione è contenuta in uno spazio 2D. Il che spiegherebbe come mai la gravità varia con il quadrato della superficie e non il cubo, quindi volume.

                Big Rip: morte della causalità (tempo)
                Big Freeze: morte dell’energia (temperatura)
                Big Crunch: morte dello spazio

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                • già altre volte abbiamo lamentato la cancellazione della funzione “cerca” sui commenti di wordpress. ora reperire il punto dove ne abbiamo parlato risulta impossibile, considerando la massa dei commenti qui, che si sta avvicinando a 10mila.
                  ma mi richiami che cosa sostiene costui e a che proposito ne abbiamo parlato, visto che ti ricordi meglio di me?

                  ogni osservatore ha il suo universo, universo reale, ma tu dici è part dell’universo: certo, ma solo dell’universo potenziale, non osservato e dunque non reale.
                  è vincolato? indubbiamente; la rete delle possibilità non è infinita nell’universo reale, che si determina attraverso una specie di collasso della funzione d’onda delle probabilità attorno ad una costellazione di valori determinati; e sappiamo già che siccome l’osservazione comporta consumo di energia, fa entrare l’osservatore nel regno probabilistico dell’entropia, cioè in uno spazio-tempo irreversibile cronologicamente.
                  e tuttavia nel restante universo indeterminato e soltanto probabile, le probabilità sono infinite, pur se possono aspirare alla realtà soltanto quelle che rispondono ai requisiti della osservabilità.

                  possiamo ipotizzare che la macchina su cui gira l’illusione sia comune a tutti, ma l’affermazione, se riferita ad un universo probabilistico infinito, non ha particolarmente senso.
                  certo, noi entriamo in relazione con un pulviscolo di osservatori strettamente contigui a noi nello spazio-tempo, che condividono con noi universi reali molto simili, tanto che è una semplificazione accettabile quella della nostra mente che ci considera tutti appartenenti ad uno stesso universo oggettivo identico. così come è logico ritenere che viviamo in tempo uguale per tutti fino a che non arriva l’astronauta che ha circumnavigato la luna, col suo tempo sottilmente diverso, a dimostrarci che il tempo assoluto non esiste.

                  le coscienze degli osservatori sono parte dell’illusione, dici. in realtà le coscienze trasformano il probabile in reale, e dunque distruggono l’illusione, creando dei vincoli interni che sono giusto quello che chiamiamo realtà.

                  un fascio di luce che parte dal limite dell’orizzonte degli eventi può raggiungerci soltanto se è partito entro il limite di tempo che racchiude l’universo osservabile; qualunque raggio di luce che si trovi anche solo un’inezia oltre non ci raggiunge mai.
                  ma qualunque raggio di luce interno all’orizzonte degli eventi ci raggiunge soltanto entro un preciso limite di tempo, che dipende dalla distanza da noi; in sostanza dell’interno universo spazio-temporale che ci circonda noi possiamo conoscere soltanto una sottilissima superficie trasversale, una specie di sezione del tutto, ritagliata secondo la velocità della luce.
                  quindi il limite di conoscibilità non è solo di ciò che si trova al confine dell’universo osservabile, ma di tutto l’universo osservabile.

                  dico questo perché il resto del tuo ragionamento non l’ho capito. mi pare che tu consideri la possibilità astratta che un raggio ci raggiunga entro un tempo determinato; ma occorre invece, delimitare strettamente, secondo me, la effettiva raggiungibilità nel tempo. un raggio di luce che partisse adesso dal confine dell’orizzonte degli eventi non ci raggiungerebbe in effetti mai; quindi non sarà mai esistente nel nostro universo.
                  peggio, molto peggio: il concetto di “adesso” non ha nessun senso per gli oggetti che di fatto non possono raggiungerci entro la sfera reale del nostro spazio-tempo di osservabilità. l’unico “adesso” che esiste è quello nel quale noi percepiamo informazioni che pure possono avere impiegato anche miliardi di anni a raggiungerci.
                  è paradossale che il nostro “adesso”, l’unico adesso possibile, coincida con questa striscia trasversale che taglia lo spazio-tempo come se fosse un raggio laser.

                  la realtà dunque avrebbe due dimensioni e quella che noi percepiamo sarebbe un ologramma?
                  ma perché proprio due? la matrix, il programma base, non deve avere dimensioni.
                  certo potrebbe produrre una realtà a due dimensioni, che viene percepita a quattro, tempo compreso, dall’osservatore…
                  ma perché non basta anche una realtà a una sola dimensione? questa potrebbe essere la velocità. la velocità come dimensione principale dell’universo potenziale, che poi, di fronte ad un osservatore trasversale al tempo, si sdoppia in tempo e spazio dal tempo generato per separazione…

                  (faccio fatica a pensare che possano essere prese sul serio queste fantasie; ma i fisici dovrebbero avere il dovere di farci capire, per risparmiarci queste delusioni. ma la maggior parte dei fisici non sono abbastanza filosofi per capire di che cosa stanno parlando e la maggior parte di loro crede ancora alla realtà oggettiva che genera la coscienza.
                  come se fossero dei pagani primitivi, che dorano gli idoli, come fossero davvero loro a creare il mondo).

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                  • Gazzaniga era il medico ricercatore che fece esperimenti con pazienti a cui era stato rescisso il corpo calloso. Giusto per far capire cos’è la coscienza, le due parti del cervello presentavano comportamenti separati, come se ci fossero 2 persone anche se poi si identificavano come 1.

                    Quindi capisco che tu voglia rendere l’osservatore il punto cardine del mondo, ma in verità pare che non siamo tanto speciali. Certamente c’è anche l’ipotesi che questa sia una simulazione fatta dai nostri discendenti per sperimentare il loro passato, e magari noi stessi siamo partecipanti del futuro, altrimenti come mai siamo capitati nel momento in cui la civiltà umana riuscì a controllare per la prima volta elementi della natura e imporsi come specie dominante assoluta. Ma questa è già fantascienza.

                    Sono d’accordo sui dubbi riguardo all’orizzonte degli eventi. Il fatto è che l’ipotesi richiede di accettare la continuità dello spazio. Se noi fossimo appena fuori dal limite di un osservatore… di fronte a noi non vedremo barriere, bensì spazio continuo. Quindi è vero che questo limite non potremo esplorarlo direttamente ma il volume racchiuso dev’essere in continuità con tutto quello che succede su questo bordo limite sferico. Per cui l’informazione sulla sfera estrema deve contenere tutte le informazioni sul passato e futuro del volume rachiuso. Questo è il principio dell’universo olografico. Nasce dalle ipotesi sui buchi neri. L’orizzonte degli eventi del buco nero contiene teoricamente tutte le informazioni del volume racchiuso che in realtà perde di significato. Addirittura l’ipotesi è che oltre l’orizzonte spazio e tempo si scambino di ruolo e infatti ci sono i “diagrammi di Penrose” a spiegare come.

                    La scienza moderna nuota nei dubbi e ipotesi. Le certezze sono sempre meno probabili, ma dall’altro lato la creatività e l’immaginazione ne beneficiano ampiamente 🙂

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                    • ah certo! ora ricordo! ma non era molto in tema, ecco perché non lo ricollegavo.

                      quando parlo di osservatore non devi pensare che mi limiti all’osservatore umano; e forse la parola osservatore è impropria e suscita accostamenti di idee sbagliate; l’osservatore qui è il soggetto che inter-agisce. per fare un esempio concreto, anche il gatto è un “osservatore” che crea un universo, anche se certamente molto diverso dal nostro.

                      quindi il fatto che ciascuno di noi sia in realtà la sintesi di due osservatori diversi non è un problema. e non lo è neppure che, dove si crea un linguaggio complesso, come tra noi umani, si creai anche una specie di osservatore collettivo, che è dato dal linguaggio condiviso. in questo caso, non solo l’osservatore individuale crea un universo, ma lo fa anche il linguaggio di cui l’individuo partecipa e che crea un osservatore interpersonale.

                      purtroppo non riesco a seguirti sull’orizzonte degli eventi. tu continui a parlarne come molti fisici, come se fosse una struttura oggettiva. ma un osservatore vicino al nostro orizzonte degli eventi non ne sarebbe affatto condizionato: sarebbe immerso in un universo completamente diverso da nostro e coin un suo orizzonte degli eventi, assolutamente identico, come st5ruttura, al nostro, indistinguibile salvo che gli oggetti che riempirebbero quell’universo.

                      io sapevo, o credevo di sapere, che entrando nel buco nero tutta l’informazione si degrada, e nulla sapevo o so del resto a cui accenni tu.

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                    • Quello che intendi tu è quello che sostiene anche Hoffman e io sono d’accordo con voi 🙂 . D’altronde l’osservazione soggettiva è impossibile da eliminare, altrimenti avremmo risolto magagne filosofiche durate migliaia d’anni.

                      Se anche fosse vero che l’universo esiste solo in presenza di osservazione ci deve essere una qualche struttura potenziale con cui l’osservatore possa interagire e di cui l’osservatore stesso è parte. Diciamo pure la struttura che crea se stessa.

                      Il buco nero resta un limite. Ma non per questo non si possono ipotizzare teorie. Dovrai prendertela con Schwarzchild… e Penrose dopo di lui… che sono matematatici 😀

                      https://it.wikipedia.org/wiki/Spazio-tempo_di_Schwarzschild#%3A%7E%3Atext%3DLo_spazio-tempo_di_Schwarzschild

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                    • evidentemente tutto ruota attorno al vero significato del verbo esistere e a quello di “deve esserci”.
                      dentro il verbo essere noi facciamo confluire due stati ben diversi fra loro: 1) l’esistenza, che noi sentiamo come oggettiva, dall’interno del nostro spazio-tempo tempo definito e irreversibile, per via dell’entropia, ed è circoscritta e definita come tale dal linguaggio; 2) la probabilità, che rimane indefinita e fluttuante, indipendente dallo spazio-tempo e che in qualche modo “deve esserci”. ma questo esserci probabilistico, non ben definito e fluttuante, è ben diverso dall’esistenza, di cui si occupa il linguaggio.
                      l’esistenza determinata dall’osservazione linguistica fa acquisire a questo repertorio di stati uno ed uno soltanto tra gli infiniti possibili; è come col gatto di Schroedinger: l’osservazione lo rende o vivo o morto. così il linguaggio fa comparire il nostro universo.

                      immagino che tu mi abbia linkato quell’articolo di wikipedia per puro sadismo da ingegnere. in ogni caso io, da totale stupido profano, non pensavo al buco nero come un limite, ma come ad un oggetto astronomico, che sicuramente avrà anche un limite che lo definisce. qui il limite è un po’ particolare, visto che impedisce alla luce di uscire….
                      con questo non ho capito perché “l’orizzonte degli eventi del buco nero contiene teoricamente tutte le informazioni del volume racchiuso che in realtà perde di significato”, ma dev’essere perché non ho letto le equazioni che traboccano da quell’articolo, e del resto non potrò mai farlo…
                      mi pare comunque di avere capito che un diagramma di Penrose c’entri di più con la tua affermazione sulle informazioni che starebbero raccolte sul limite del buco nero. ma l’unica cosa che mi pare di avere capito di un diagramma di Penrose è che è soltanto una particolare raffigurazione grafica della realtà, non corrisponde alla realtà stessa; quindi qui le informazioni sono raffigurate in questo modo, ma questo non significa affatto che nella realtà siano effettivamente distribuite in questo modo. sbaglio?

                      già che c’er ho dato un’occhiata anche

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                    • Il linguaggio è certamente importante. Ricordo per esempio che uno dei vantaggi dell’avere un gruppo di lavoro di colleghi internazionali è quello di riuscire a cogliere sfumature del problema dovute soprattutto al significato leggermente diverso di un concetto oppure al modo di articolare un tempo verbale.

                      La fisica si sforza quanto più possibile di usare solo il linguaggio matematico. Ma questo in fondo è impossibile. I diagrammi di Penrose dovrebbero invece descrivere esattamente la realtà, in teoria. Superato l’orizzonte degli eventi tempo e spazio si invertono di ruolo. Lo spazio è unidirezionale “verso la singolarità” mentre è possibile spostarsi nel tempo. Fasci di luce si spostano dal passato al futuro e viceversa. Ma è una ipotesi.

                      Ma può benissimo essere che tutta l’informazione sia contenuta sulla superficie “orizzonte degli eventi” del buco nero e tutto il resto all’interno sia un’illusione. In questo modo l’informazione che finisce dentro non andrebbe distrutta ma solo confinata sul limite. Però sono concetti dove fatico anch’io… mica sono un Nobel in fisica 😀

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                    • penso che potresti diventarlo.

                      io credo di avere dato tutto quello che umanamente potevo e continuo a non capire come una mappa, perdipiù concettuale, come un diagramma di Penrose, possa coincidere con la realtà.

                      ma forse bisognerebbe chiederlo a Borges che ne sapeva qualcosa e l’ha raccontato un suo celebre racconto semi-filosofico.

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                    • Tutte le mappe sono concettuali, altrimenti nom guarderesti una mappa ma la realtà.

                      Senza dubbio la scienza moderna chiede una dose molto elevata d’immaginazione, giusto per rimanere in tema di dosi 🙂

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                    • ho detto concettuale giusto per mettere in evidenza che non è una normale mappa in due dimensioni che rappresenta una realtà in tre dimensioni (tralasciando la quarta), ma una raffigurazione sempre in due dimensioni che pretende di rappresentare anche la quarta…

                      detto questo, la mia obiezione resta: se nella mappa dell’Italia io disegno i confini, non per questo esistono anche nella realtà in quel modo. 🙂

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                    • Qualche sovranista potrebbe non crederti. Lascia che vada a cercare i confini disegnati Haha.

                      Quella di Penrose è una descrizione dello spazio curvo. Certo una semplificazione perché lo spazio non è unidimensionale.

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      • L’universo è unico per definizione linguistica: uni…
        Non ho difficoltà a credere che ogni punto dell’universo sia al centro pensando all’analogia della superfice della sfera.
        Il tempo è solo soggettivo? direi di si anche se l’esperienza ci dice il contrario.
        La realtà è solo informazione? Possiamo anche vederla così, non ci vedo nulla di scandaloso, almeno tanto da non dormirci la notte.
        Sono passati alcuni decenni da quando tra studenti si facevano simili ragionamenti facendo tardi la sera e pensando di conquistare chissa quali vette del pensiero.

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        • pare che la struttura della mia personalità non si sia mai completamente staccata dall’adolescenza, e devo perfino dire che ne vado orgoglioso, pur se con un piede nella vecchiaia. ho una tale nostalgia per quelle splendide discussioni adolescenziali che, come vedi, cerco di farne ancora.

          certamente l’universo è nato pensato come unico, e il suo nome stesso lo dice; ma sono tempi sempre più difficili per lui. il maledetto relativismo ha colpito anche lui e oramai ne fa un universo tra i tanti…

          le implicazioni del fatto che ogni punto dell’universo ne sia il centro sono tali da distruggere l’ipotesi stessa del big bang come fatto oggettivo: e dover ripensare al big bang come relativo e soggettivo è un bel colpo alla pretesa oggettività della scienza!

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