la mummia di Marx – borforismi 103

la sinistra marxista? una piccola chiesa che si ostina a dire cose semplici ed evidenti, usando le astruserie di un linguaggio filosofico specifico di un secolo e mezzo fa.

e non si sa se lo fa per nasconderle meglio, oppure se questo è soltanto l’effetto non voluto di quella forma di culto.

così il pensiero di Marx viene imbalsamato, come del resto è simbolicamente avvenuto ai corpi di Lenin e di Mao.

manco fossero stati papi.

17 commenti

        • ci sono indubitabili tratti comuni, ma la logica ci dice che dobbiamo cercare la dipendenza nascosta del messianismo comunista da quello cristiano, e non viceversa… 😉

          del resto cristianesimo significa proprio, originariamente, in greco antico, messianismo. i cristiani erano i messianisti dell’antichità.

          direi che Marx ha cercato di riattualizzare il messianismo del primo cristianesimo.

          logico quindi che gli ultimi cristiani messianici non lo sentano tanto distante da loro.

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    • sei un po’ duro in questo giudizio: si sono scannati per almeno un paio di generazioni senza neppure averlo letto?

      però rimane il fatto che, letto dai Limiti dello sviluppo in poi, Marx appare tragicamente interno alla visione della crescita ad oltranza tipica del capitalismo, fino a rappresentarne una semplice variante più ideologica.

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      • Beh, in molti saggi, compreso il secondo libro del Capitale, Marx anticipa i limiti dello sviluppo. Ma nel Programma di Gotha ne fa implicito riferimento. Anche nel terzo dei manoscritti se ne colgono elementi. Siamo comunque nell’800. Per questo mi azzardo a dire che non l’hanno letto. E continuano a non farlo.

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        • sento il bisogno di approfondire, è un aspetto di Marx che mi sfugge; mi sono sempre fermato all’obiettivo del comunismo come soddisfazione di tutti i bisogni umani – il che ricollega direttamente Marx al messianismo ebraico e all’utopia di Jeshuu come testimoniata in un frammento di Papia di Hierapolis: il regno di Dio come realizzazione di tutti i bisogni umani.

          però non so se riuscirò mai a farlo. sono andato a riguardami Il Programma di Gotha, come testo più breve ed accessibile, ma non ho trovato che un accenno molto generico all’inizio: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana.”

          ma mi pare un po’ troppo vago per dedurne una precisa anticipazione dei Limiti dello sviluppo; del resto proprio qui si parla della soddisfazione integrale dei bisogni umani nel comunismo, senza alcun accenno ai limiti naturale della possibilità di soddisfarli. però potrei avere letto in fretta o senza cogliere.

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          • Quando Marx scrive “ogni tentativo di rendere più fertile la terra è un furto perpetrato ai danni della natura”, diciamo che mal si concilia con una logica squisitamente capitalistica, ma anche con i granai riempiti a forza di roba che ammuffiva per un piano quinquennale. È questo che intendo. Poi so che Marx non è vissuto nell’oggi ma in un ieri assai lontano. Dunque, non essendo un profeta, aveva solo aperto una discussione. Nessuno se ne è accorto. Persino il nostro Labriola si è spinto nel farlo. Ma quanti marxisti se lo ricordano? Quello che tu citi del programma di Gotha è esattamente l’embrione di una discussione che lui ha ripreso in altri scritti ma nessun altro ha fatto. Si preferiscono le mummie. Nemmeno si lamentano di esserlo.

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            • eh qui si sente che solo una discussione diretta, dal vivo, potrebbe portare ad un approfondimento condiviso, magari davanti a una cena…

              non sono sicuro affatto che “ogni tentativo di rendere più fertile la terra è un furto perpetrato ai danni della natura”.

              gran parte della storia della seconda metà del secolo scorso dipende dalle profonde innovazioni all’agricoltura portate dalla cosiddetta rivoluzione verde avviata da Norman Borlaug nel 1944: tuttora semisconosciuto, nonostante il premio nobel per la pace del 1970, ha posto le premesse peraltro dell’esplosione demografica sin qui realizzata, che altrimenti sarebbe stata impossibile.

              è stato questo un furto ai danni della natura? entro che limiti, semmai? e che cosa intendiamo esattamente per natura? il superamento umano di ceri limiti posti dalla natura non è, a sua volta, naturale?
              ecco, torno a dire, che lo scambio di commenti scritti rivela la sua insufficienza.

              ovvio che Marx non poteva essere profeta e prevedere il Novecento e il Duemila, ma chi li sta vivendo dovrebbe almeno vederli, no?

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              • Beh, ben prima di Bourlag, bisognerebbe leggere le deliberazioni del viceré Caracciolo alla fine del ‘700 che promuoveva la rotazione delle colture e la loro differenziazione in Sicilia innescando il malumore dei latifondisti ma migliorando la produttività agricola e le condizioni di vita dei contadini. Il concetto espresso da Marx si riferiva proprio alla rendita parassitaria della monocoltura nel latifondo, non ai tentativi di migliorare a scopo sociale la produzione agricola – l’idea di liberazione dei processi produttivi è sua -. La rivoluzione verde di Bourlag è stata salvifica in alcune realtà del pianeta, ma come raccontano alcuni esperti del Mit e del Club (in Italia Guerini, se non ricordo male), negli anni a seguire è stata strumento di impoverimento delle colture e sopraffazione del bracciantato, soprattutto in India. Sono d’accordo sulla cena sempre e comunque.

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                • eh, la cena condivisa dovremo aspettarla per un po’, temo, ma la teniamo comunque viva come prospettiva, vero?

                  molto interessanti le tue puntualizzazioni: ci si dovrebbe proprio sedere attorno ad un tavolo e consultare i testi.

                  diciamo pure che, nella frase che hai citato sopra, e che dovrei contestualizzare nell’opera di Marx, perché non l’ho presente, Marx si è espresso male, almeno apparentemente, perché sembra negare – almeno fuori contestualizzazione – il valore positivo dell’aumento della produttività agricola dato dall’introduzione di nuove tecniche; e qui è sfuocato proprio lui che nel Programma di Gotha è così pignolo – giustamente! – nel rilevare tutte le carenze concettuali ed espressive di Lassalle.

                  ma, se invece di cercare in Marx dei vaghi e necessariamente fumosi presentimenti dei problemi di un secolo e mezzo dopo, andassimo oltre e provassimo noi a dare delle risposte?

                  a me paiono evidenti oggi tutti i limiti del marxismo ottocentesco nella sua oscillazione fra hegelismo e positivismo meccanicistico; limiti che Lenin ha esasperato facendo deragliare il marxismo da quelle che erano almeno le sue ambiguità e conducendolo sul binario morto di un nuovo dogmatismo para-religioso, nel quale questo filone si è totalmente spento, con buona pace delle sette che ancora cercano di tenerlo in vita con la respirazione bocca a bocca.

                  se il comunismo è il movimento che cambia lo stato di cose esistente, il marxismo è vivo solo nella misura in cui sa negare se stesso come pensiero immobile.

                  quanto a Bourlag, le contraddizioni aperte delle sue innovazioni le abbiamo davanti agli occhi; rimane tuttavia il gigante dimenticato al quale la post-modernità deve tutta se stessa.
                  e se non riusciremo ad andare oltre Bourlag stesso, è da pensare che la società post-moderna che ha contribuito a sostenere non riesca a reggersi ulteriormente, mi pare.

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                  • Indubbiamente la questione che solleva Marx è assai sfuocata perché l’ho citata estrapolandola – ed ampiamente decontestualizzandola – dal Terzo Libro del Capitale che è già opera postuma, e di per sé anche piuttosto disarticolata. Però il senso del mio ragionamento su Marx è molto semplice: 1) non è un profeta, dunque quello che dice non è oro colato; 2) apre però una discussione su più fronti che viene stroncata dai suoi detrattori (che non l’hanno letto se non nelle parti che indicavano la perversione dello sviluppo capitalistico e che li riguardava da vicino), ma anche dai suoi – presunti – sostenitori, che invece non l’hanno letto se non nei Bignamini della propaganda asfittica dei vari comitati centrali, poiché ce ne sarebbe anche per loro, pure di più; 3) il punto non è rendere immortale Marx e la sua opera – cosa che non mi interessa granché – ma piuttosto sottolineare che la sua lettura faziosa e tendenziosa ha rallentato una discussione per cento anni. 4) Marx è stato eviscerato molto dal punto di vista filosofico (lì, magari non ci si aspetta troppi danni), praticamente nulla da quello economico. Eppure è stato il primo, e pure l’ultimo (Sraffa vi s’è un po’ accodato, e pure malamente, per approdare ad una interpretazione della crisi del capitale più neoclassica e ricardiana) che ha cominciato a lavorare sulla contraddizione prima del capitalismo che sta nella caduta tendenziale del saggio di profitto. I suoi calcoli erano corretti ed è un dato economico preciso che questo è pervenuto allo 0 già da quarant’anni, quando cioè la crisi del capitale si è cominciata a manifestare in modo drammatico, allorché gli stessi puntelli keinesiani hanno cominciato a cedere. In questa situazione tenere il PIL positivo richiede forme di cannibalismo spinto, ferocia inaudita che è insita nel sistema.
                    Detto questo, hai ragione tu, e bisogna ripartire dall’oggi, poiché persino quanto contenuto nelle produzioni del MIT (ed in Italia del Club di Roma) oggi mostrano una qualche “stanchezza”, oltre ad essere stati pienamente fagocitati – loro malgrado – in logiche opposte. E per la cena sono per mantenerla come punto fermo strategico 😀

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                    • premetto che sono d’accordo sul discorso generale che fai e mi concentro su un punto che mi pare meriti un approfondimento.
                      sarò molto rozzo, ma la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto non mi ha mai molto convinto, neppure negli anni giovanili quando ero molto più disposto a iurare in verbis Marxi, se mi passi il gioco di parole. sia per questo “tendenziale” che è un modo, forse elegante forse no, di mettere le mani avanti rispetto alle smentite… sia perché i profitti, ben lungi dal diminuire, di fatto aumentano e in modo assolutamente vertiginoso, da ultimo.
                      ma soprattutto perché è l’effetto di una riduzione artificiale dell’analisi economica al rapporto capitale-lavoro, in modo da far nascere il profitto esclusivamente dal lavoro. è una semplificazione che palesemente contraddice la realtà e il fatto che la realizzazione del profitto esige la commercializzazione del prodotto, e quindi l’intervento di fattori molto più complessi.
                      ma in ultima analisi questa teoria nega proprio il contributo della natura alla formazione del profitto, e dunque proprio quegli spunti positivi che hai trovato nel pensiero di Marx.
                      quel che è vero, comunque, è che, in parallelo alla meccanizzazione e oggi anche robotizzazione dei processi produttivi il contributo che lo sfruttamento della manodopera, o del lavoro più in generale, dà al rendimento del capitale si riduce progressivamente. questo da un lato sposta la realizzazione del profitto sempre di più verso la speculazione finanziaria, cioè verso la produzione di profitto attraverso i profitti precedenti – e qui viene da pensare ai pensatori marxisti come la Luxemburg o Lenin, che videro emergere questa tendenza già oltre un secolo fa; dall’altro lato sostituisce allo sfruttamento del lavoratore quello del consumatore e dunque ci costringe tutti nella prigione del consumo obbligato, vero cemento del sistema economico.
                      ovviamente non ho la minima pretesa che queste osservazioni estemporanee costituiscano la base di chissà quale critica a Marx che lascio nelle mani di pensatori rigorosi come Sweezy o altri, e non di un mezzo ciarlatano autodidatta come me, in confronto a loro.
                      ma nelle mie rozze e povere perplessità da molto tempo osservo che Marx ha totalmente escluso o quasi il ruolo dei fattori naturali nella produzione e dunque anche nella realizzazione del profitto e in questo non sta la ragione minore del fatto che, pur volendo contrastarla, lui oggi appare, retrospettivamente, molto interno alla logica del capitalismo.

                      su questo probabilmente dissentiamo, ma mi conforta il consenso assolutamente strategico sull’ipotesi di una cena che, per imprescindibili motivi, vuoi letterari vuoi gastronomici, non riesco a propormi altro che nella tua Sicilia sud-orientale, l’unica parte dell’isola che proprio non conosco. 😉

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