la nascita dell’inferno cristiano – 495

che strano post, ma forse vale la pena di dire come è nata la curiosità di approfondire questo tema.

ho scritto (o forse riscritto) qualche giorno fa un post dedicato alla mia scoperta dei naraka, gli inferni buddisti.

la feci visitando nel 2004 un piccolissimo santuario dello Sri Lanka ad Aluvihara, in una suggestiva posizione tra alcune rocce, definite dalla tradizione la cucina dove i giganti si cucinavano il curry: Aluvihara, l’inferno buddista (naraka) del tempio nelle rocce. 24 luglio 2004. Sri Lanka 89 – quando si poteva viaggiare. 171.

sorprendente anche l’importanza data nella tradizione popolare buddista sulle punizioni infernali ai peccati sessuali, così vicina alla sessuofobia cristiana: nelle immagini che girai allora si possono vedere peccatori squartati e una donna che viene spinta in un pozzo per punirla delle sue abitudini troppo libere.

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da che cosa nasce questa idea di un luogo ultraterreno di pene, trasversale a diverse religioni?

da un evidente bisogno di farne uno strumento di controllo sociale e dei comportamenti individuali.

con alcune differenze, però: gli inferni buddisti non sono eterni – sarebbe in contrasto con l’idea della reincarnazione delle anime; quindi assomigliano piuttosto al nostro purgatorio, altra invenzione più recente, che non trova tracce nella tradizione cristiana delle origini.

l’inferno islamico invece è eterno, come quello cristiano, ma avrà inizio soltanto alla fine dei tempi, al momento del giudizio finale.

questa deve essere apparsa un’idea troppo mite ai cristiani, che invece lo fanno iniziare al momento stesso della morte (come non fosse sufficiente questa a spaventare gli uomini comuni), con un giudizio individuale che verrà ribadito poi dal giudizio finale, collettivo o universale al momento della fine del mondo, che coinciderà con la resurrezione di tutti i morti, in anima e corpo, per essere appunto giudicati.

mi chiedevo giusto in questi giorni quanto di questa idea ossessiva della dannazione eterna che inizia al momento della morte sia legata all’influsso islamico sul cristianesimo e ad una specie di concorrenza venutasi a creare tra le due religioni su quale fosse quella più adatta a controllare le masse col terrore dei tormenti ultraterreni ai trasgressori.

Dante con la sua Comedìa ci ha reso assolutamente naturale pensare al cristianesimo come religione dei tormenti infernali, ma è interessante chiedersi se sia sempre stato così; risponderò alla domanda con una rapida analisi storica, forse troppo sommaria.

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l’oltretomba pagano non prevedeva nessun tipo particolare di punizione per i comportamenti tenuti in vita: era un luogo buio, sottoterra, un vero e proprio luogo fisico, al quale si poteva accedere da certi punti particolari, ad esempio da un ingresso vicino al lago dell’Averno, vicino a Napoli.

e qui i morti, ridotti nella condizione di ombre prive di un corpo, conducevano una specie di esistenza ulteriore molto nebulosa, indistinta e contrassegnata dal rimpianto per la luminosa vita passata – almeno a stare dalla raffigurazione che ne fa Omero nell’Odissea, che poi Virgilio riprende nell’Eneide, come modello letterario.

solo in seguito si formò l’idea dei Campi Elisi, un luogo ben distinto dove soggiornano in eterno le anime pie e virtuose, senza gioia né tristezza, mentre ai malvagi veniva riservato il Tartaro, con punizioni come quelle di Sisifo, che deve eternamente spingere in alto una pesante roccia, che continuamente ricade, o di Tantalo, che insegue invano l’acqua che si ritira da lui, consumato da una sete insaziabile.

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l’idea di un giudizio individuale dopo la morte si ritrovava invece negli antichi egizi, anche se non dava luogo all’immaginazione di un inferno: secondo questa teoria, dopo la morte il cuore del defunto viene pesato nella Sala della Verità e, se risulta meno leggero di una piuma, il morto sarà dato in pasto ad Ammit, la divoratrice, una creatura mostruosa, oppure sarà reincarnato in un maiale e rispedito nel mondo.

è nello zoroastrismo, con la sua netta contrapposizione tra Dio del Bene e Dio del male, che l’anima del defunto deve passare sopra il cinvato pertush, il ponte di colui che dà il rendiconto, e si stende sull’abisso; e qui sarà deciso il suo destino: perché il ponte si allarga per i buoni in maniera tale che è impossibile caderne passando, mentre per chi ha seguito il Dio del male si riduce sottile come la lama di un rasoio, e così questi precipitano nell’abisso dell’inferno, un luogo sotterraneo, buio, abitato da creature mostruose e disumane, cadendo in potere di Ahriman, il dio mentitore.

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il mondo ebraico subisce le influenze delle più importanti civiltà vicine nella sua raffigurazione del destino dopo la morte.

all’inizio anche gli ebrei pensano ad un aldilà indistinto:

Genesi, 35, 37. Giacobbe, quando pensa che Giuseppe, uno dei suoi figli, sia morto, dice per la disperazione: No, io scenderò in lutto da mio figlio negli inferi. e ripete lo stesso concetto poco più avanti, 42,38, quando cerca di impedire la partenza del figlio minore Beniamino con gli altri fratelli: Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che voi volete fare, fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi; e lo stesso concetto è ripetuto in 44, 29 e 31.

qui la parola ebraica che indica genericamente l’oltretomba, cioè gli inferi, è sheol.

tuttavia da questo mondo i morti possono risalire al mondo dei vivi: 1 Samuele 28:8 ss.; il re Saul va a consultare l’anima di Samuele, mediante una strega o medium, e quello protesta: Perché mi hai disturbato, facendomi risalire? 1Samuele 28,15.

è Geremia, vissuto verso la fine del VII secolo, 19, 6 ss., che parla per primo della Valle della Strage, Ge-Henno, che diventerà poi la Geenna, ma nel quadro di una semplice profezia su una disfatta che colpirà il regno di Giuda per essersi dato a culti pagani.

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come si vede, per lungo tempo gli ebrei non ebbero nessuna particolare idea di un aldilà; le frasi attribuite a Giacobbe viste sopra, lette per quel che dicono davvero, e non alla luce del poi, non sono che una vaga metafora per indicare la morte.

tanto è vero che, nel libro della Bibbia che meglio esprime l’evoluzione in senso razionale e perfino materialistico del pensiero ebraico qualche secolo più tardi, il Qoèlet, da noi noto come Ecclesiaste, composto tra il IV e il III secolo a.C., cioè in un momento prossimo alla nascita dell’impero di Alessandro Magno, di cui anche la Palestina venne a fare parte, si scrive:

3, 18-22: Poi, riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie. 19 Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità. 20 Tutti sono diretti verso il medesimo luogo:
tutto è venuto dalla polvere

e nella polvere tutto ritorna. 21 Chi sa se il soffio vitale dell’uomo sale in alto, mentre quello della bestia scende in basso, nella terra? 22 Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la parte che gli spetta; e chi potrà condurlo a vedere ciò che accadrà dopo di lui?

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ma poi venne l’autorizzazione del re persiano Ciro il Grande al ritorno degli ebrei più tradizionalisti dall’esilio nel regno babilonese dove avevano subito una deportazione che aveva in apparenza posto fine alla loro storia; e contestualmente il permesso della ricostruzione del tempio.

nel tempo della seconda esistenza di questo vi è anche una profonda trasformazione dell’idea di un dopo morte, testimoniata da un testo scritto nel I secolo a.C., almeno nella sua redazione definitiva: è il Libro di Enoch e ci è giunto soltanto attraverso una traduzione in lingua etiope antica, perché la chiesa copta lo ha inserito nel suo canone di libri sacri.

ma non è entrato a far parte della bibbia ebraica, e dunque neppure di quella cristiana europea, ed è considerato apocrifo da entrambe le tradizioni, cioè in questo caso non ispirato da Dio.

in particolare gli ebrei decisero di escluderlo dal loro canone nel concilio di Jamnia alla fine del I secolo d.C.: tuttavia dei frammenti riconducibili a quest’opera, in aramaico e in greco, sono stati trovati nelle grotte di Qumran, tra i cosiddetti Manoscritti del Mar Morto, il che dimostra che il testo circolava ed era considerato autorevole fino alla distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.; inoltre il suo carattere composito fa pensare che alcune sezioni fossero più antiche.

senza immergerci in una discussione infinita al riguardo, la parte che ci interessa, definita Libro dei vigilanti, risalirebbe al IV-III secolo a.C. e narra dell’unione proibita di alcune donne e di sette angeli, dell’ira e del castigo divino, che colpisce entrambi precipitandoli in un “luogo deserto” e di fuoco; tuttavia gli angeli caduti, anche se destinati a bruciare in un luogo peggiore a conclusione del Giudizio Finale, insegnano la scienza e la tecnica agli umani tramite le donne.

appare qui, assieme all’idea della natura diabolica della scienza e della tecnica, l’immagine di un giudizio finale universale, con una pena attraverso il fuoco, secondo sette livelli di punizioni diverse, che nel testo riguardano soltanto gli angeli ribelli, ma si estendono naturalmente anche agli esseri umani.

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è in un contesto culturale e religioso ebraico, in cui questo testo circolava e non era stato ancora escluso come inattendibile, che si svolge anche la predicazione di Jeshuu e avviene la formazione del cristianesimo come religione distinta, a mio avviso definitivamente all’inizio del II secolo.

il rapporto del mondo cristiano con questo testo è più aperto di quello stabilito dal nuovo ebraismo rabbinico che andava consolidandosi a sua volta verso la fine del I secolo; infatti il Libro di Enoch è citato con approvazione dalla cosiddetta Lettera di Giuda, 14-15, attribuita a quel Giuda che era noto anche come fratello gemello di Jeshuu:

Profetò anche per loro Enoch, settimo dopo Adamo, dicendo: Ecco, il Signore è venuto con le Sue miriadi di angeli per far il giudizio contro tutti, e per convincere tutti gli empi di tutte le opere di empietà che hanno commesso e di tutti gli insulti che peccatori empi hanno pronunziato contro di Lui.

La Lettera di Giuda è comunque un testo chiaramente falsamente attribuito al suo autore, totalmente incompatibile con la sua opera più certa e riconosciuta che sono i Detti che Jeshuu pronunciò e che suo fratello gemello Giuda il Gemello mise per iscritto; anzi, tutto fa pensare che sia stata composta appunto come antidoto all’opera autentica e per correggerne il tiro.

la citazione del Libro di Enoch ritorna poi innumerevoli volte nella letteratura cristiana delle origini; e tuttavia questo non bastò ad inserire il testo nel canone cristiano quando questo venne definito nel IV secolo in coincidenza con l’assunzione del cristianesimo a religione ufficiale dell’impero romano nella sua fase finale.

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tutto questo ci permette di dire che l’idea di un giudizio post mortem e dell’inferno era corrente nel cristianesimo a partire almeno dal II secolo, ma non ci permette di precisarla meglio né soprattutto di dire se essa poteva essere ricondotta alla predicazione originaria di Jeshuu, come punto centrale della sua visione del mondo, anche se certamente questa si svolse in un quadro culturale dove questa idea era tranquillamente riconosciuta e accettata, come abbiamo visto.

per rispondere a questa domanda occorre rifarsi alle testimonianze più antiche della letteratura cristiana.

nessuna idea del genere compare nelle due raccolte di detti attribuiti a Jeshuu, comunemente indicate come Vangelo di Filippo e Vangelo di Tommaso (questo è il testo indicato sopra come opera di Giuda detto Tommaso, cioè appunto Gemello, in ebraico) né tanto meno nel cosiddetto Vangelo di Giuda, recentemente scoperto e pubblicato, cioè in testi che possono essere in vario modo ricondotti al filone gnostico del nascente cristianesimo, emarginato definitivamente dalla corrente dominante con l’espulsione di Marcione dalla comunità cristiana attorno al 140.

ma questa osservazione potrebbe essere considerata poco rilevante da chi si ostina a considerare inattendibili, oppure tardi, questi testi, perché rifiutati in seguito e dichiarati apocrifi, mentre hanno tutta la consistenza di testi molto antichi e vicini a una conoscenza diretta della predicazione di Jeshuu: e i primi due appaiono addirittura precedere i vangeli canonici, il Vangelo di Filippo se ricondotto al suo nucleo originario, liberandolo dal fitto commento tardo inserito dentro il testo originario.

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ma cerchiamo di approfondire il tema, allora, riferendoci ai testi del canone cristiano.

vi è in primo luogo una difficoltà che riguarda la coerenza del discorso complessivo attribuito a Jeshuu: il tratto caratteristico e fondante della predicazione che gli viene attribuita è l’idea assolutamente rivoluzionaria che Dio, il Dio unico della tradizione ebraica, sia buono.

il Dio dell’Antico Testamento, Jah-ve, non è affatto buono: è un dio geloso, collerico, vendicativo; colpisce con punizioni terribili nemici ed amici che sgarrano: esorta ed incita a massacri, guerre di conquista, omicidi; è il ritratto perfetto di una società barbara e crudele, che si sente circondata da nemici e considera valide tutte le armi per difendersi.

a questo Dio crudele Jeshuu contrappone il Padre amoroso, a volte si direbbe di tutti gli uomini e non solo del suo popolo, comunque di tutti coloro che credono in lui; è il Padre un poco immaginario (ma se Jeshuu storicamente era colui che penso, non aveva mai potuto conoscere il suo vero padre, che era morto prima che lui nascesse) che accoglie il figliol prodigo, che insegna a porgere l’altra guancia, che invita a non preoccuparsi del domani, perché sarà lui a garantire il pane quotidiano.

può questo dio padre buono e perdonatore avere inventato l’eterna dannazione?

ma è vero, d’altra parte, che questa visione nei testi tramandati non è univoca: il Padre buono è anche come il padrone che punisce con durezza i servi infedeli: Matteo 24, 42-51; Luca 13, 35-48.

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quindi, questione ancora aperta; e per affrontare la questione nel modo più rigoroso mi sono rifatto al Catechismo della Chiesa Cattolica, che la pone in questi termini:

I. Il giudizio particolare.

1021. La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [Cf 2Tm 1, 9-10]. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro [Cf Lc 16, 22] e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone [Cf Lc 23,43], così come altri testi del Nuovo Testamento [Cf 2Cor 5, 8; Fil 1, 23; Eb 9, 27; Eb 12, 23] parlano di una sorte ultima dell’anima [Cf Mt 16, 26] che può essere diversa per le une e per le altre.

1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, [Cf Concilio di Lione II: Denz.-Schönm., 857-858; Concilio di Firenze II: ibid., 1304-1306; Concilio di Trento: ibid., 1820] o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 1000-1001; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: ibid., 990] oppure si dannerà immediatamente per sempre [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 1002]. Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore [Cf San Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 1, 57].

come è evidente i riferimenti ai testi evangelici sono veramente pochi – li ho evidenziati nel testo citato sopra in neretto -, e riguardano soltanto i due vangeli sinottici più tardi, cioè Matteo e Luca, e non il vangelo più antico, che ha fatto da base e modello agli altri due, cioè Marco; mentre il Vangelo secondo Giovanni ignora la faccenda, e – nel suo nucleo originario – è il più antico fra quelli riconosciuti, secondo me.

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nella citazione del Catechismo da Matteo occorre ammettere un errore di stampa, perché l’unico versetto citato, 16, 26, non riguarda questo tema, che invece si potrebbe vedere accennato, con molta buona volontà, nel successivo, 16, 27: Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

una lettura laica di questa frase ci dice soltanto che chi la pronunciò è rappresentato come assolutamente convinto che in tempi rapidi un intervento sovrannaturale di Dio lo avrebbe posto a capo del regno di Dio e gli avrebbe consentito di ricompensare i suoi seguaci secondo i loro meriti.

è una frase con la quale il leader di un movimento cerca di tenere alto il morale dei suoi seguaci – che sia stata inventata da alcuni suoi seguaci oppure no.

ma anche a volere intendere che si voglia parlare di avvento (imminente!) della fine del mondo e del giudizio finale, allora la frase sarebbe in contraddizione diretta con quanto affermato in seguito, perché il giudizio sarebbe rinviato a questo momento e non a quello della morte individuale di ciascuno.

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ben più significative sono invece le due frasi contenute in Luca, l’unico dei vangeli che afferma esplicitamente che vi sarà una immediata destinazione di ciascuno alla sorte finale subito dopo la morte:

16, 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.

lo stesso si ricava dall’ulteriore citazione di 23, 43:

42 E disse [il ladrone buono]: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

nessuno di questi racconti dà l’impressione di essere autentico, cioè originario, cioè riferire parole effettivamente pronunciate da Jeshuu.

la prima parabola sembra volta a squalificare del tutto la figura di Lazzaro, che al contrario nel Vangelo secondo Giovanni, nel suo nucleo originario, risulta il discepolo prediletto di Jeshuu; è quindi palesemente una invenzione tarda volta a prendere le distanze da lui, presumibilmente per il ruolo che aveva avuto nella catastrofica rivolta contro i romani.

e qui gli si rinfaccia di essere stato di famiglia ricca – come del resto era, visto che questo seguace di Jeshuu era imparentato addirittura col sommo sacerdote e aveva libero accesso al suo palazzo; vedi appunto il racconto della cattura e del processo di Jeshuu in Giovanni.

l’ostilità contro Lazzaro è tale che se ne fa addirittura la personificazione stessa del ricco destinato alla dannazione (e questo getta una luce particolare sull’accusa mossa a Jeshuu dai farisei di frequentare persone di dubbia moralità: 15, 2: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro).

anche la frase che, secondo Luca, Jeshuu sulla croce avrebbe rivolto al buon ladrone è dubbia, perché non vi è niente di simile negli altri racconti della sua morte in croce.

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tutti gli altri riferimenti a testi cristiani parte del canone riconosciuto come ispirato sono tratti da Lettere di Paolo, che appartengono alla stessa cerchia da cui venne prodotto il Vangelo secondo Luca, e cioè da quella di Marcione.

evito quindi di analizzarli perché ci dicono che cosa pensava Paolo, o meglio chi scrisse quelle Lettere sotto il suo nome, ma non possono dare alcuna risposta alla domanda se effettivamente rispecchiano idee della predicazione originaria di Jeshuu.

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in conclusione sembra difficile ammettere che l’idea di attribuire a Jeshuu una precisa dottrina sulla retribuzione immediata al momento della morte sia nata prima e al di fuori della stesura del Vangelo secondo Luca e delle Lettere di Paolo; e siamo per entrambi quasi alla metà del secondo secolo, a mio parere, e nella cerchia di Marcione, che fu quasi subito dichiarato eretico.

del resto il Catechismo stesso citato sopra deve ammettere che il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta.

la maggior parte degli ultimi riferimenti del Catechismo riguarda del resto il mondo medievale, nel quale questa idea fu evidentemente perfezionata e resa rigorosa, fino al punto di diventare il fondamento stesso indiscutibile della visione dell’aldilà post mortem presentata da Dante:

Concilio di Lione II del 1274; Giovanni XXII (1316-34): Benedetto XII (1334-42); Concilio di Firenze II (1417-31); Concilio di Trento (1545-63); San Giovanni della Croce (1542-91).

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in conclusione, l’idea di una retribuzione ultraterrena che si realizzava immediatamente dopo la morte cominciò a circolare tra i cristiani, ma in termini ancora vaghi teologicamente, in collegamento con la revisione generale del loro messaggio realizzata nel secondo quarto del secondo secolo; ma fu ripresa, sviluppata e trasformata in un sistema dottrinario organico soltanto a partire dal tardo Medioevo.

la Comedìa di Dante, scritta in quel contesto, con la sua potenza artistica diede un fondamento indistruttibile a questa sistemazione concettuale e la rese praticamente inseparabile dal cristianesimo stesso.

l’islam qualche secolo prima aveva ripreso una idea dello stesso genere, ma con la variante che escludeva il giudizio immediato post mortem.

i cristiani, in particolare verso la fine del medioevo, resero questa vaga suggestione un vero e proprio sistema di pensiero rigoroso e una raffigurazione concettualmente coerente, ma molto minacciosa.

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ma è molto dubbio, per non dire che è molto improbabile, che effettivamente il personaggio storico chiamato Jeshuu abbia mai pensato ad una idea simile.

del resto lo scopo della sua azione era di portare le masse che lo seguivano a rendersi indipendenti dal potere, e non certo quello di controllarle a vantaggio di un potere che non aveva, ma che si aspettava di realizzare.

4 commenti

    • è un’ottima idea dal punto di vista di chi non ce l’ha e neppure lo vuole. 🙂

      finiremo nel limbo cristiano? impossibile, la chiesa cattolica lo ha recentemente abolito (povero Dante…)

      non ci resta che aspettare una reincarnazione, al momento sospesa. ops, ma forse ai buddisti questa idea perversa del greenpass non è ancora venuta in mente.

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  1. Questo è stato uno dei articoli più completi e interessanti riguardo l’origine dell’inferno cristiano e la sua differenza con gli altri tipi di inferno. Certamente il giudizio cristiano è quello più severo di tutti e anche spietato.

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