John Florio era Shakespeare? un aggiornamento di discussione con Gianfranco Nuzzo – 190

Shakespeare FORSE non era Shakespeare. Ma Tizio non lo è di certo.

questo è proprio l’ultimo della seconda parte di Pensieri spettinati, un libro assolutamente straordinario di Stanislaw Jerzy Lec, un polacco di origini ebraiche, vissuto tra il 1909 e il 1966, autore di aforismi veramente fulminanti, che ha scritto per una vita intera, e quasi esattamente coetaneo di mio padre nella date di nascita e di morte; il libro mi è stato recentemente regalato, creando in me l’assoluto rimpianto di non averlo letto prima (mi sarei risparmiato i miei borforismi).

uso comunque questo pensiero spettinato come introduzione ad una nuova discussione con l’amico e professore universitario Gianfranco Nuzzo, che mi ha mandato una riflessione critica sugli ultimi due post da me scritti sulla questione di Shakespeare (per civiltà gli ho risparmiato i precedenti).

il mio ultimo sul tema (che non mi pare di avergli mandato) appartiene alla serie di quelli scritti per puro divertimento: https://corpus2020.wordpress.com/2020/12/10/hanno-vaccinato-william-shakespeare-533/; contiene comunque in estrema sintesi la convinzione che mi sono fatto per quel tanto di ricerche che ho fatto, dopo essermi liberato della fake news di Guglielma Crollalanza e della versione in dialetto messinese di Tanto rumore per nulla, che adesso esiste, certo, ma soltanto perché l’ha scritta Camilleri:

“peccato soltanto che William Shakespeare fosse un semplice prestanome, una specie di marchio teatrale, e il vero autore delle sue opere fosse John Florio, il figlio di un immigrato toscano in Inghilterra di origine ebraica, un esule politico e religioso perseguitato dall’Inquisizione in Italia”.

gli ho invece mandato questo link, https://corpus2020.wordpress.com/2021/03/13/la-mia-settimana-virtuale-fuoricasa-dal-6-al-12-marzo-2021-117/, per invitarlo alla discussione già svoltasi con due amici blogger sul tema; e quest’altro, quasi conclusivo della mia ricerca, a volerla chiamare così: https://corpus15.wordpress.com/2019/01/23/visita-di-verona-26-gennaio-2019-e-il-mistero-di-shakespeare-materiali-illustrativi/

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la grande sicurezza con cui ho esposto questa tesi controcorrente non può certamente risultare convincente per un docente universitario abituato alla ricerca prudente e responsabile.

già mi sono misurato con l’amico Gianfranco sulle mie ricostruzioni delle origini cristiane, che ha criticato con fermezza, e questo può sembrare come una specie di secondo round, che probabilmente per lui esercita qualche richiamo nascosto al primo, mentre io ammetto per la verità di essere piuttosto solleticato dall’idea di avere trovato un nuovo autore della letteratura italiana, John Florio aka (also known as) William Shakespeare, che però scriveva in inglese, peccato.

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Caro Mauro,confesso sinceramente di non possedere né le conoscenze linguistiche né le competenze letterarie per intervenire in un dibattito su Shakespeare. A quello su Jeshuu e dintorni ho preso parte non perché pretenda di essere uno storico del Cristianesimo (non lo sono affatto), ma perché ho una certa conoscenza delle questioni riguardanti i testi canonici e quelli gnostici, cui ho dedicato un certo spazio nella letteratura greca di cui sono coautore (pur nei limiti della sua destinazione scolastica), e soprattutto perché, da cattolico praticante ma anche da filologo, non ho mai voluto fare come lo struzzo e nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi all’apparente conflittualità fra ragione e fede, ligio all’aureo motto audiatur et altera pars. Viceversa, nel caso in questione ribadisco di essere assolutamente ineptus.

Tuttavia non voglio esimermi dal fare alcune considerazioni – non scientifiche, ma credo di buon senso – sulla “questione shakespeariana” da te introdotta sul tuo blog e dibattuta coi tuoi due interlocutori ricco&spietato e siu. […] Abbiamo già ‘duellato’ in passato e la nostra amicizia non ha impedito una sana “critica” (nel senso greco) reciproca, giacché «amicus Plato, sed magis amica veritas».

Comincerei dalle fonti su cui hai costruito la tua tesi.

Una, la docente Maddalena Pennacchia, potrebbe senz’altro essere autorevole, ma sulle sue qualità di ricercatrice non posso esprimermi perché non la conosco, trattandosi anche di un settore scientifico diverso dal mio; posso solo dire che, vista in fotografia su internet è davvero una bella donna! Oltretutto non mi è chiaro se si sia limitata a rivalutare la figura del ‘carneade’ John Florio o gli abbia anche attribuito la paternità delle opere di Shakespeare.

Assai discutibili sul piano scientifico sono certamente le altre due fonti che citi: Wikipedia e la rivista Focus. La prima è certo utilissima, e me ne servo anch’io per avere notizie spicciole sugli autori antichi e moderni, tipo data di nascita e di morte, cronologia delle opere, ecc. ma non più di questo. Come sai, è redatta in forma anonima e spesso con contributi collettivi, motivo per cui non me ne fido assolutamente: sappi solo che un mio collega narcisista ha ‘commissionato’ su di essa a qualche suo servile allievo la propria biografia (sarebbe meglio dire agiografia!). La seconda ero solito acquistarla in aeroporto (prima del Covid) per ingannare l’attesa del volo e mi divertivo a leggerla, anche per le panzane pseudoscientifiche che ogni tanto vi comparivano.

In realtà mi sembra che tutta la storia di John Florio abbia le caratteristiche dei romanzi di Eco (un frate eretico = Il nome della rosa), per giunta mezzo ebreo = Il cimitero di Praga), condite con un pizzico di Dan Brown e Borges. Il tutto attraverso una rilettura che lascia trasparire la tua (un po’ ossessiva) polemica anti-cattolica (l’Inquisizione, Maria la Sanguinaria), la quale oltretutto non tiene conto che la cosiddetta ‘religione’ anglicana, sotto la cui ala protettrice Florio si sarebbe rifugiato, è solo l’artificioso frutto della ripicca di un maniaco sessuale e assassino come Enrico VIII, cui il Papa non aveva giustamente concesso l’annullamento del matrimonio religioso. Mi chiedo se il tuo giudizio sarebbe stato lo stesso nel caso in cui al posto di Florio ci fosse stato un contadino tedesco rifugiatosi in Italia sotto la protezione della Chiesa dopo essere sfuggito al massacro (si calcolano oltre 100.000 morti) perpetrato dai prìncipi protestanti della Lega Sveva ed entusiasticamente approvato dall’ineffabile Martin Lutero, apostolo del libero pensiero (sic!), con le truculente parole rivolte agli stessi massacratori nel 1525: «Perciò, cari signori, sterminate, scannate, strangolate, e chi ha potere lo usi […] ricordando che nulla può essere più velenoso o diabolico di un ribelle»: altro che Maria la Sanguinaria! In confronto a Lutero Hitler e Himmler sono dei dilettanti!

Alquanto discutibile mi sembra poi la tesi secondo cui “il teatro, come il cinema che ne è stato generato e ha preso il suo posto come spettacolo di massa, rimane il frutto di un lavoro di gruppo […] frutto di un lavoro di bottega, coordinato dall’artista capo”, tesi in parte valida solo in ambito pittorico. Non credo infatti che possa applicarsi anche al cinema (quale sarebbe la “bottega” di Fellini o di Antonioni?) o al teatro (anche Racine e Molière o Cechov e Pirandello erano dei prestanomi?).

Quanto alla firma “da analfabeta”, è esattamente uguale a quella di mio nonno, fin da giovane affetto dallo stesso disturbo: il suo nome era particolarmente lungo (Francesco Raffaele Falletta) e aveva difficoltà enormi a firmarsi con esso, tanto che, avendo per circa un decennio ricoperto la carica di Presidente della Provincia di Caltanissetta, ottenne l’autorizzazione governativa a firmare i documenti ufficiali solo con una sigla.

Quanto alle “farneticanti bugie diffuse sotto il fascismo” (ma non dal fascismo), come ti ho già scritto esse furono avvalorate dalla politica anti-inglese del regime, ma anche i più recenti seguaci italiani della tesi anti-stratfordiana attribuiscono la damnatio memoriae dell’esule italiano Florio allo sciovinismo degli Inglesi, il che mutatis mutandis non mi sembra posizione molto diversa.

Infine, permettimi di dirtelo, la tua insistenza su Shakespeare “bottegaio” contrapposto al raffinato intellettuale Florio mi sembra un po’ da radical chic, e mi stupisce ancora di più perché so che non lo sei.

Per quanto riguarda la singolare analogia con la vicenda di Terenzio, se nel prologo degli Adelphoe questi sembra non difendersi con troppa convinzione dall’accusa di essere il prestanome di qualcuno degli Scipioni, lo fa soltanto perché sa che a quei suoi nobili protettori non dispiaceva poi tanto che circolasse quella diceria (peraltro messa in giro dai suoi detrattori), diceria che comunque essi non avrebbero potuto avallare, visto che per la gravitas romana sarebbe stato per loro disdicevole scrivere commedie. Non comprendo invece quali potevano essere le motivazioni di Florio, scrittore ben noto al pubblico, per rassegnarsi a questo ruolo subalterno (gli Inglesi parlerebbero di understatement), cosa che invece mi apparirebbe più probabile per qualche notabile della corte elisabettiana come Edward de Vere conte di Oxford o per un serioso filosofo come Francis Bacon, ‘candidati’ che tu non prendi in considerazione.

In conclusione, adeguandomi all’epoché degli Stoici, sospendo qualunque giudizio sulla ‘questione shakespeariana’, e ti lascio alla definizione (seria? ironica? polemica?) che del cosiddetto Bardo dà Manzoni nei Promessi sposi: «un barbaro non privo d’ingegno».

Un abbraccioGianfranco

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ecco un ulteriore esempio che Gianfranco mi offre della bellezza delle discussioni tra persone che la pensano diversamente, ma al fondo delle loro differenze sta una comune passione per la verità.

potrei anche considerarmi pago della sua sospensione del giudizio finale; in fondo neppure io pretendo di possedere una verità assoluta, su questo o altri temi delle mie ricerche sparse, però vorrei cogliere l’occasione per qualche osservazione di metodo.

Gianfranco Nuzzo è un valente filologo classico e, per quel tanto che ho frequentato la disciplina anche io, mezzo secolo fa, la critica delle fonti era il fondamento di ogni ricerca in quel campo; quindi il prof. Nuzzo la applica anche qui, giustamente, in apparenza.

però vorrei introdurre una precisazione alla luce della riflessione nata recentemente su questo blog sul concetto di entropia applicato all’informazione.

l’amico Krammer ha introdotto questa interessante applicazione del naturale e inevitabile degrado a cui sono destinati tutti gli aspetti della natura coinvolti da fenomeni termodinamici; e il fisico Rovelli ha spiegato bene la motivazione statistico-probabilistica di questo fenomeno.

l’entropia si applica dunque anche all’informazione, dato che essa viene prodotta attraverso fenomeni fisici e chimici, cioè consuma energia, e dunque si degrada progressivamente nel tempo lineare della nostra coscienza collettiva.

ma il degrado è progressivo.

questo significa che un’informazione che proviene da due millenni fa o più è statisticamente più degradata di una che ci proviene invece da 400 anni fa.

questo può avere qualche effetto sulla critica delle fonti? direi di sì.

dal mondo antico di millenni fa ben raramente riceviamo informazioni dirette, e sono in genere quelle di cui si occupa l’archeologia; la maggior parte delle informazioni è di seconda, terza, quarta o plurima mano; pertanto la critica di queste informazioni non ricevute direttamente, per sondarne l’attendibilità, è fondamentale (e spesso, aggiungo, disperante, come Gianfranco Nuzzo sa molto meglio di me, lui che ha passato la sua brillante vita professionale a lavorarci attorno, su alcuni testi).

ma per la ricostruzione di fatti meno lontani da noi la presenza di fonti dirette è più ricca; e sulle fonti dirette non si esercita la critica delle fonti, ma l’analisi delle fonti, cioè si può saltare un passaggio; e le fonti dirette sono indubbiamente molto più decisive di quelle indirette, perché sono primarie.

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faccio un esempio, per spiegarmi meglio: sulla figura storia di Pilato possediamo diverse informazioni di seconda mano, tra cui sovrabbondano quelle di origine cristiana, in particolare della tradizione evangelica; su queste occorre esercitare la critica delle fonti.

ad esempio, quanto sono credibili queste informazioni cristiane, che ci danno un quadro del carattere di Pilato completamente diverso ed incompatibile con altre notizie storiche che possediamo su di lui?

però da quando abbiamo scoperto nel 1961 una lapide dedicata a Pilato a Cesarea Marittima in Palestina, possediamo una fonte primaria, che non deve essere criticata per ricostruire il suo autentico sfondo storico, ma è essa stessa un fatto storico, da interpretare, non da criticare per valutarne l’attendibilità.

è dunque evidente che ad essa possiamo fare direttamente riferimento per dire: siccome questa lapide chiarisce che la carica di Pilato era quella di Praefectus e non quella di Procurator, che gli viene attribuita nella tradizione evangelica, e che era data ai governatori romani della Palestina vent’anni dopo, questa fonte incrementa il dubbio che il processo subito da Jeshuu davanti a Pilato sia una invenzione successiva; e l’identificazione di Jeshuu col profeta egiziano che si era accampato con i suoi seguaci sul Monte degli Ulivi nel 52 circa, di cui parla Giuseppe Flavio, ne esce rafforzata.

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ma questo esempio, sicuramente un poco provocatorio per il mio amico Gianfranco, è per dire che nel caso della discussione sulla origine delle opere di Shakespeare ci possiamo basare, per fortuna, su fonti primarie del primo tipo, e dunque trascurare, almeno in prima battuta, l’analisi delle fonti secondarie, che in questo caso non sono decisive.

quindi le fonti delle mie affermazioni non sono gli studi, pure illuminanti, della Pennacchia, né Focus né wikipedia, ma le fonti primarie che tutti costoro mi mettono a disposizione.

ne ho citate diverse nelle mie ricerche (la firma di Shakespeare in un documento giuridico che ci è pervenuta; il manoscritto di una pagina del dramma incompiuto dedicato a Tommaso Moro; il testamento di Shakespeare, dal quale risulta che non possedeva libri; la sua natura documentata di speculatore e la sua origine sociale; le sue due tombe e le raffigurazioni su una delle medesime (nella più antica raffigurazione, poi manipolata nel Settecento, appare come mercante di grano); la duplicità dei ritratti di Shakespeare a noi pervenuti dai suoi tempi, che si riferiscono a due persone chiaramente molto differenti fra loro fisicamente; le enormi affinità linguistiche tra le opere note di John Florio e quelle di Shakespeare; la prima’edizione delle opere di Shakespeare a cura di John Florio; il libretto satirico contro Shakespeare del 1609 dove è definito absolute Johannes factotum; la consegna nel 1609 ai conti di Pembroke da parte di John Florio di alcuni Sonetti di Shakespeare, pubblicati dall’amico di John, Thomas Thorpe; l’opera di John Florio A World of Words, del 1611, dedicata alla regina Anna, che racchiude oltre 70.000 parole italiane e oltre 150.000 termini inglesi, con l’indicazione della lettura di oltre 250 libri tra i quali quasi tutti quelli serviti a come fonti per le opere di Shakespeare; la ricca biblioteca lasciata in eredità da John Florio e pervenuta oggi ad una famiglia inglese che tuttora ne vieta l’accesso agli studiosi.

ciascuna di queste informazioni può essere oggetto di interpretazioni, ovviamente opinabili, ma non c’è bisogno di una critica delle fonti per appurare se sono vere oppure no, perché hanno superato l’entropia di quattro secoli e sono arrivate fino a noi direttamente.

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quindi, non volermene Gianfranco, trascurerò del tutto tutte le tue considerazioni secondarie, dal ruolo del fascismo nell’aprire la questione al carattere romanzesco dell’ipotesi, dai sottintesi possibili anti-cattolici fino ai riferimenti tuoi polemici alle orribili stragi volute da Lutero contro la rivolta dei contadini – me ne sono occupato qui: https://corpus15.wordpress.com/2017/10/31/mezzo-millennio-di-luteranesimo-reazionario-385/, commemorando il grande pittore tedesco Ratgeber, squartato vivo per avervi aderito, ecc. ecc..

esprimono degli stati d’animo e non vanno presi in considerazione in una ricerca obiettiva.

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vengo dunque all’unica differenza di interpretazione su una di queste fonti che sottolinei, e riguarda la firma di Shakespeare, che dimostra che aveva difficoltà a scrivere, cosa che non risulta dall’unica pagina di un’opera sua che ci è arrivata, con una grafia completamente diversa e anche raffinata.

tu sostieni che anche tuo nonno ha avuto un problema simile, e questo non gli ha impedito di essere presidente della provincia di Caltanissetta; ne prendo atto, ma siglare dei provvedimenti non è come scrivere alcune migliaia di pagine di opere immortali.

dobbiamo pensare ad una malattia subentrata (qualcuno lo ha fatto) oppure ad una dettatura delle opere?

ciascuna di queste ipotesi è meno economica dell’opinione che invece le opere le scrivesse qualcun altro; cosa che non impedisce affatto che Shakespeare possa avere contribuito ad alcuni aspetti dei testi, se era anche attore e non soltanto amministratore della compagnia.

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e trascuro tutti gli altri indizi che ho sopra sommariamente richiamato.

l’amico Gianfranco mi rimprovererà ancora una volta la Ringkomposition immagino, ma io la rivendico; intendo dire che, se dall’esame di un dato esce una prima ipotesi, e poi si esaminano tutti gli altri dati disponibili e nessuno di essi risulta in grado di smentirla, anzi, magari succede che qualcuno porti qualche ulteriore elemento a favore, certamente alla fine si ritorna alla posizione di partenza, in una specie di percorso ad anello, ma l’anello del percorso adesso risulta più attendibile.

e questo credo che sia proprio il metodo che si deve seguire in tutti i percorsi di ricerca della verità fattuale che non hanno un carattere astrattamente scientifico e deduttivo, ma sono di tipo induttivo.

il giudice che deve ricostruire la scena di un crimine non fa altrettanto?

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passando ad un altro livello della critica, Gianfranco Nuzzo mi contesta quando dico che “il teatro, come il cinema rimane il frutto di un lavoro di gruppo […] coordinato dall’artista capo”, e cita il cinema di Fellini o di Antonioni come prova contraria.

su questo non ti seguo davvero, caro Gianfranco: se ci liberiamo del feticcio romantico dell’artista individuo creativo unico e solitario, ci rendiamo conto che ogni opera d’arte in realtà vive in una azione creativa di gruppo.

e il cinema lo dimostra in modo chiarissimo: che cosa sarebbe stato il cinema di Fellini senza le sceneggiature di Tonino Guerra (che lavorò anche per Antonioni) o le musiche di Rota?

il ruolo del lavoro di gruppo può risultare minore in altri casi (Pirandello!) nella produzione del testo scritto, ma non dello spettacolo: in questo c’è il regista, ci sono gli attori, così come nella musica c’è l’orchestra e il suo direttore; e anche lo scrittore ha bisogno di editore e correttore di bozze.

ma non mi dilungo su questo: probabilmente abbiamo visioni differenti, ma certo questa mia affermazione non significa sminuire il ruolo dell’autore o degli autori, ma mettere in evidenza che non si è artisti se non si ha anche capacità di direzione di un lavoro collettivo.

(altrimenti, mi verrebbe da dire, si scrive in un blog per una cerchia ristretta e non si diventa nessuno; sai che mi riferisco a me).

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l’ultima considerazione la dedico all’esempio del commediografo della Roma antica, Terenzio, sostenuto e appoggiato dall’influente famiglia degli Scipioni nel suo rinnovamento del teatro romano arcaico: fu proprio Gianfranco, in una discussione a voce, a ricordare questo esempio, che a me, purtroppo, non era venuto in mente, e gliene sono molto grato: girava voce che facesse da prestanome soltanto.

lui si chiede quali potevano essere le motivazioni di Florio, scrittore ben noto al pubblico, per rassegnarsi a questo ruolo subalterno; ma esattamente le stesse che teoricamente avrebbero potuto avere gli Scipioni nel negare la loro collaborazione con Terentius Afer, l’africano, lo schiavo liberato.

John Florio era in personaggio di alta levatura sociale, fu insegnante di italiano e francese della regina Anna, della principessina Elisabetta e del principe Enrico, svolse attività diplomatica; era enormemente in vista (oltre che un uomo assolutamente geniale ed ingiustamente dimenticato), in un’epoca in cui gli attori erano scomunicati e il teatro considerato un divertimento quasi diabolico.

Gianfranco considera più probabile la candidatura di qualche notabile della corte elisabettiana come Edward de Vere conte di Oxford o di un serioso filosofo come Francis Bacon, ‘candidati’ rigorosamente inglesi, e mi critica perché non li prendo in considerazione.

li prenderei volentieri, caro Gianfranco, se uno solo di loro, per essere identificato con l’autore delle opere attribuite a Shakespeare, a parte la nazionalità inglese, avesse anche soltanto un decimo degli indizi che ha John Florio a proprio favore.

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in ogni caso, sospensione del giudizio oppure no, cogliamo al balzo l’occasione per rivalutare questo grande genio anglo-italiano.

e per dimenticare Manzoni: altro che barbaro non privo d’ingegno, come scrisse in quella battuta, peraltro felice.

siamo invece di fronte a uno dei frutti più alti della cultura italiana della fine del Cinquecento, trapiantata nella Londra tumultuosa del passaggio di secolo: una sintesi prodigiosa di diverse componenti culturali, tra le quali, come è evidente, quella italiana gioca un ruolo quasi centrale.

e nessun altro intellettuale inglese dell’epoca può ambire ad essere questo ponte e questo collegamento quanto John Florio, secondo me (e molti altri).

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ringrazio francesca, che qui sotto, in un commento, mi ha segnalato un bellissimo articolo sul tema, molto ben documentato: http://viceversaonline.ca/2015/04/lidentita-di-shakespeare-john-florio-e-litalia/

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POSTILLA 11 MARZO, con la replica di Gianfranco Nuzzo:

Caro Mauro,

evidentemente non sono riuscito a spiegarmi bene, e perciò ritengo opportuno fare qualche precisazione, non riguardante la cosiddetta “questione shakespeariana”, sulla quale mi sono dichiarato incompetente, ma sul problema delle cosiddette “fonti”, metodologicamente preliminare a qualunque ricerca storica.

In verità non era il caso di scomodare la benemerita Quellenkritik, che del resto, almeno nella sua variante Quellenforschung, risulta oggi in parte superata da teorie più recenti che, soprattutto nell’ambito dei testi letterari, parlano di “arte allusiva” (Pasquali) “intertestualità” (Kristeva), “ipotesto ed ipertesto”. (Genette): in verità io non parlavo di «critica delle fonti» (in cui “critica” vale “vaglio”, “disamina”) ma di «critica alle (tue) fonti» (in cui “critica” ha il senso oggi più comune di “valutazione negativa”).

Lo ripeto: almeno per adesso non voglio ulteriormente occuparmi di Shakespeare-Florio, perché non ho le competenze necessarie.

segue una critica al mio inciso di qui sopra su Pilatus praefectus e non procurator, che tutta via ha tale consistenza e merita tale rilievo che le dedicherò un post specifico.

Come ti dicevo all’inizio, non è escluso che io possa tornare sulla “questione shakespeariana”, ma solo da dilettante dotato di qualche buonsenso.

Intanto, a proposito dell’ipotesi secondo cui Shakespeare possa aver dettato le sue opere a causa del tremolìo della mano, ti ricordo che Hitler (il quale forse aveva già un principio di Parkinson) dettò in carcere il Mein Kampf a Rudolph Hess, che Marco Polo fece lo stesso con Rustichello da Pisa per il suo Milione e che Borges, ormai cieco, fece lo stesso con la sua segretaria (poi sposata) Marìa Kodama. Solo D’Annunzio, l’Orbo Veggente, come ben sai scrisse con gli occhi bendati per un incidente di guerra il suo splendido Notturno, facendosi scorrere fra le mani strisce di carta (rigorosamente di Fabriano) in cui scriveva un solo rigo per volta!

Per quello che può valere (last and also least) anche mio nonno dettava a mia nonna i suoi discorsi politici.

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qui la mia risposta su questo punto che, per quanto mi riguarda, chiude la questione.

“caro Gianfranco, grazie per il duplice contributo critico, che pubblicherò sul blog in due parti separate, una con riferimento a Shakespeare e una sulla faccenda di Pilato, che trovo più significativa e alla quale vorrei dare più rilievo a parte.
riguardo alla prima, ti segnalo un contributo veramente molto puntuale, mi pare, che è venuto dalla discussione sul tema nel blog, che a sorpresa questa volta ha suscitato un certo interesse, rispetto al silenzio delle volte precedenti: http://viceversaonline.ca/2015/04/lidentita-di-shakespeare-john-florio-e-litalia/   

credo che l’attendibilità complessiva dell’ipotesi che attribuisce a John Florio un ruolo determinante nella creazione della figura di Shakespeare possa essere considerata pari ad un 90%.

e non a caso la tesi si va rafforzando anche negli ambienti accademici.

lo stesso non si può certo dire dell’ipotesi che identifica Jeshuu col profeta egiziano di Giuseppe Flavio, che sta muovendo i suoi primi passi incerti – e anche molto maldestri talvolta – nel campo degli studi ed incontrerà resistenze ben più feroci di quelle volte a salvare la presunta purezza anglosassone dell’opera shakespeariana”.

20 commenti

  1. Il tuo post dedicato in particolare a ” John Florio era Shakespeare” si è ampliato con i vari interventi e il tuo contestualizzare storicamente i protagonisti, Lutero e la riforma con le inevitabili nefandezze di cui pastori, preti a salire fino ai vertici si macchiarono di delitti e sorprusi di ogni genere . La Storia insegna ma l’,uomo colto o no resta prepotente , egoista ed avido.
    In virtù della religione sposata prende posizioni sbagliate niente la cultura elimina l’ottusità.
    Io non sono affatto volta però leggo ,questi giorni dipingerei tanti demoni preferisco una breve pausa per smaltire le tossine che ho dovuto ingerire.
    Sono piuttosto d’accordo su quanto scrivi in generale ,in particolare su Jhon Florio alias Shakespeare, ho letto .L’arte nasce anche raccogliendo materiale al fiume . Un tempo la mia arte partiva dalla raccolta della materia prima naturale . Esistono tanti tipi materiali viaggiando per lidi e per monti. Coloravo con la polvere dei semi naturali. Anche la natura è una buona bottega
    Certo una tavola di legno infine serve o qualche telo vecchio della nonna da applicare ad una cornice per quanto semplice dei pezzi occorrono. Ho usato anche le canne. Ma ero giovane …Se riesco ti allego il link di riferimento . Buon tutto
    http://viceversaonline.ca/2015/04/lidentita-di-shakespeare-john-florio-e-litalia/

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        • è un articolo bellissimo, ma non integra affatto il mio: direi che può benissimo sostituirlo del tutto, visto che è molto più completo e lo precede anche; l’ho letto con vero piacere. e l’ho inserito anche come citazione alla fine del post, adesso…
          mi è anche piaciuta tutta la parte in cui analizza bene come mai non ha molto successo in Italia questa tesi del profondo e preponderante coinvolgimento di John Florio nella creazione dell’opera di Shakespeare.
          da noi si è preferito dare risonanza alla bufala della messinese Guglielma Crollalanza (scusa la rima, ahha), non a caso partorita in tempi di nazionalismo fascista.
          invece John Florio, come italiano, è troppo internazionale, troppo eretico e perfino un tantino troppo ebreo e troppo amico di Giordano Bruno per potere risvegliare i cuori dei nostri letterati, alla fine più anglofoni degli anglosassoni stessi…

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          • Da maestra avevo la mente aperta. Anche se sono in declino naturale leggo non per giudicare ma per leggere e ascoltare. Il link che ti ho mandato è come lo descrivi. Ciò mi ripeto non annulla la tua ricerca affatto. .Questo resta il mio parere dal basso .Ciao 🐞🌳🌲🏞️ e per me 🌅

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  2. “In realtà mi sembra che tutta la storia di John Florio abbia le caratteristiche dei romanzi di Eco (un frate eretico = Il nome della rosa), per giunta mezzo ebreo = Il cimitero di Praga), condite con un pizzico di Dan Brown e Borges.”
    Perfetto, è la storia per me :-).

    Che poi, se posso dirlo, la questione shakespeariana mi sembra figlia di una visione eccessivamente moderna del teatro, in cui c’è il Grande Autore che scrive ed una folla di mestieranti che si adeguano al testo e lo portano in scena: all’epoca di Shakespeare però non era ancora venuto Goldoni, e mi pare che le opere venissero trascritte dopo essere state portate in scena, quindi la tua ipotesi della creazione collettiva mi pare la più probabile, parlando da ignorante assoluto della materia.

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    • sì, evidentemente le opere erano abbozzate, credo anche per iscritto, prima di essere portate in scena, dove vivevano in parte di vita propria; e poi c’era la trascrizione finale che almeno in parte poteva tenere conto della vita autonoma che il testo aveva avuto sulla scena…

      evidentemente si era in una fase di trapasso, dove era ancora viva la memoria della commedia dell’arte, tutta affidata all’improvvisazione, invece, e priva di testi scritti veri e propri.

      in realtà questa pratica dell’integrazione fra testo scritto ed improvvisazione non è mai completamente scomparsa neppure ai giorni nostri, e vive ancora anche nel cinema, soprattutto comico, dato che qui il ruolo dell’improvvisazione estemporanea è ancora vivo.
      considera Totò, ad esempio, e il suo rapporto libero e creativo con le sceneggiature.
      ovviamente l’invenzione del cinema ha reso superflua o quasi, comunque secondaria, la trascrizione dei testi.

      – sono contento di aggirarmi nei dintorni di storie che hanno la giusta componente fantastica ed avventurosa e che ti piacciono; ma non è colpa della realtà se a volte i romanzi la imitano, ahaha.

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  3. (mi intenerisce ancora come i credenti si precipitino sempre, e più di chiunque altro, a innalzare il Genio, il Messia, l’Orologiaio di turno; e la nonchalance con cui disprezzano il vero Artefice di ogni cosa esistente esistita e financo immaginaria: “La Bottega”)

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    • forse la tua visione è troppo pessimista.

      la Bottega è certamente al fondo, ai nostri giorni, di quasi ogni attività sociale rilevante (non ultimi i vaccini, per uscire dal tema…), ma non è sempre così nello spazio-tempo, cioè non ovunque e non sempre.

      questa nostra civiltà (o inciviltà) non è l’unica esistente o possibile, anche se vorrebbe farcelo credere, ed è del resto a termine come ogni altra civiltà umana.

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        • non sono sicuro che Omero abbia “scritto” l’Iliade, ma soprattutto sono sicuro che appartiene alla nostra cultura.
          i cantori dell’epica antica, gli aedi, certamente ci campavano su, girando di corte in corte; quindi ti danno ragione.

          ma esiste pur sempre il pittore della domenica che dipinge senza pensare di vendere il quadro.

          o lo scrittore della domenica che sogna semplicemente di essere letto ed amato per quello che scrive, ma non si propone neppure lontanamente di vendersi.

          è vero che diventerà davvero scrittore solo se troverà qualcuno che investe su di lui, per pubblicarlo e guadagnarci su.
          ma quelli che si auto-pubblicano, rimettendoci anche?

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          • …ed è tutto bottega: il pittore della domenica comunque non si fabbrica la carta o la tela, né i pennelli, né i colori.

            e lo scrittore della domenica scrive di cose che ha imparato, con parole che ha imparato: bottega.

            nessuno ha detto di chi deve essere la bottega; ma senza bottega anche mozart si limiterebbe a scavare i vermi dalla terra, e ogni tanto, che culo! troverebbe un coniglio morto e mangiato solo a metà.

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            • certo, hai ragione… tutto è bottega, ma allora questa alla fine diventa la notte perfetta dove tutti i gatti sono neri…

              non è la stessa cosa se l’arte si vende oppure se deve comperare qualcosa per realizzarsi, direi.

              quindi io direi che non tutta l’arte si vende, che è come dire anche che non tutta l’arte si compera; le eccezioni saranno ben poche, ma esistono, eccome.

              anzi, oso persino pensare che l’arte vera è l’eccezione e non la bottega, che vive solo di riflesso dell’arte vera che non è in vendita.

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              • mi sono evidentemente spiegato male: non è la parte commerciale che interessa. che lo compri o meno, non è certo beethoven a selezionare l’albero e a farne un violino.

                la bottega mette il violino, e forma l’operatore. poi -POI- arriva ludovico e dice mo vi scrivo un bel programmino da far girare su questa macchina. no bottega, niente violino. niente violinista. e niente sinfonia.

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